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Vittime di una bulimia visuale

E se lo streaming e il binge-watching stessero uccidendo il cinema e il modo in cui guardiamo i prodotti audiovisivi?

Una buona parte degli sforzi della contemporaneità sono rivolti alla lotta contro la noia e possiamo a buon diritto supporre che il capitalismo dell’intrattenimento sia riuscito a sconfiggerla proponendo prodotti sempre più perfezionati capaci di inghiottirci in un vortice di divertimento e godimento. A tale processo si deve però attribuire anche un graduale meccanismo di standardizzazione della strutture e delle forme narrative atte a perpetrare questa guerra alla noia. Pensiamo, per esempio, alle piattaforme di streaming: non è che ogni film, documentario o serie televisiva visibile su questi portali sia un unico prodotto indifferenziato e sempre sostituibile, bensì ogni film, documentario o serie televisiva è un prodotto indifferenziato per nicchie di interessi collocate in una rete di sfumature tali che spesso la standardizzazione del prodotto risulta non identificabile, ma non perché non ci sia, bensì perché ricade ampiamente in una categoria concettuale come quella proposta da Morton quando ha definito gli iperoggetti.


Lo scopo di Netflix non è che lo spettatore guardi un determinato prodotto, bensì che guardi un prodotto qualsiasi


L’intrattenimento contemporaneo è di fatto un iperoggetto, ovvero un oggetto la cui dimensione non è percepibile nella sua interezza per il semplice motivo che esonda l’orizzonte degli eventi della nostra comprensione anche grazie al fatto che gli elementi che lo compongono hanno una natura non omogenea. Prendiamo, per esempio, Netflix, Disney+ o Prime, i cui cataloghi sono vasti e pieni di proposte allettanti e differenziate. Lo scopo di Netflix non è che lo spettatore guardi un determinato prodotto, bensì che guardi un prodotto qualsiasi. Il catalogo è quindi costruito per far sì che ci sia sempre almeno una merce consumabile dal fruitore a prescindere dalla qualità offerta. Ed è qui che si attua un primo principio di omologazione per nicchie, in questo principio qualunquista del neoliberismo e che consiste nel fatto che qualunque prodotto va bene se c’è uno spettatore. Questo meccanismo fa sì che più spettatori ci sono per una merce, più quella merce acquista valore, ma tale valore non sarebbe niente senza un’enorme pletora di altre merci visive meno fortunate. È la quantità dell’offerta a produrre la qualità e non viceversa.


Il lancio di Disney+, la piattaforma streaming di Disney, che comprende nel catalogo i franchise Pixar, Marvel e Star Wars

La logica delle piattaforme di streaming a pagamento è quindi quella di un acquisto e una produzione compulsiva di prodotti capaci di andare a riempire ogni spazio vuoto del mercato e questo a prescindere dal valore estetico e narrativo di un determinato oggetto visivo. Anzi più l’offerta è esteticamente variegata più fruitori potranno essere soddisfatti, salvandoli dall’horror vacui della noia, con l’unico difetto che più veniamo salvati, più nutriamo questo orrore del vuoto che sta dentro di noi, in un feedback continuo tra impulso coatto a scappare da noi stessi e inconscio sempre più assillato dal dover fuggire. È una vera e propria trappola mentale per molti versi non dissimile dalle dipendenze da stupefacenti. Eppure data la vertiginosa difformità di valore dei vari prodotti, a chiunque sarà capitato, mentre vede una serie o un film, di sentire di star perdendo tempo. È un po’ come uno dei meccanismi cardine che attiva la nicotina nella nostra mente: per ogni sigaretta veramente buona da fumare, ce ne sono cento inutili prive di valore, e nonostante questo continuiamo a fumarle. Questa trappola psicologica della nicotina è una trappola perché si basa su un presupposto spudoratamente falso: solo in virtù delle cento sigarette inutili è possibile trovare quella buona, ovvero quella buona è il risultato di una continuità tra tutte quelle che giudichiamo negativamente. Se ce ne fosse, poniamo, solo una al mese, allora non sarebbe altrettanto soddisfacente. La soddisfazione la si ottiene attraverso una costante insoddisfazione. Allo stesso modo con le piattaforme di streaming: per ogni serie veramente memorabile, ce ne sono cento che ci fanno percepire la perdita di tempo, ma lo spettatore ha bisogno di quelle cento per poter apprezzare effettivamente quell’unica che ha senso vedere. Non vale molto la libertà che ci viene concessa di smettere di guardare quel determinato prodotto, perché nei fatti a tali piattaforme non interessa, esattamente come a una casa produttrice di sigarette non importa gran che se il tabagista butta via la sigaretta a metà. Ovviamente cambia molto per chi in quella serie ci lavora e quindi rischia che venga chiusa, ma nella logica di una produzione vasta e di un catalogo variegato è del tutto indifferente. Ed è proprio in questa indifferenza, in questo qualunquismo artistico che sorge il problema.


Non vale molto la libertà che ci viene concessa di smettere di guardare quel determinato prodotto, perché nei fatti a tali piattaforme non interessa, esattamente come a una casa produttrice di sigarette non importa gran che se il tabagista butta via la sigaretta a metà


Un altro meccanismo che tali piattaforme attivano è legato al complesso rapporto con la velocità. La loro struttura pensata per non farci staccare gli occhi dallo schermo finisce per sottrarre tempo (più che fisico, psicologico) dirigendo le nostre energie su aspetti secondari dell’esistenza. In sostanza si sviluppa una minore capacità di riflessione (cioè di osservazione di se stessi) in nome di un’emotività indotta dal prodotto visivo, che porta agli estremi l’esperienza mimetica programmata per manipolare gli stati interiori dello spettatore. Non ci sarebbe nulla di male, tutte le arti mirano a tale fine, con l’unica differenza che nell’audiovisivo contemporaneo non c’è uno iato temporale sufficiente a elaborare i contenuti esperiti. Un libro per essere letto necessita di un certo tempo di fruizione. Quel tempo viene interrotto continuamente per giorni e giorni per andare a lavorare, mangiare, uscire con gli amici. La stessa cosa avviene con una serie, tuttavia il livello di immersività che un prodotto visivo ci fornisce è talmente elevato che un libro tendenzialmente impallidisce. Con l’unico problema che la fruizione domestica è per lo più disattenta: chi è che guarda un film a casa sul computer o su una smart tv con la stessa attenzione che usa in una sala cinematografica? Probabilmente nessuno.  Questo fa sì che lo spettatore di piattaforme streaming si educhi a una fruizione disattenta e deconcentrata tale che quando ritorna su altri prodotti culturali non ha più l’attenzione necessaria per una comprensione complessa… e proverà noia. A peggiorare la situazione concorre la progressiva accelerazione delle strutture narrative delle serie e dei film che abbassa la capacità ricettiva del fruitore. Se consideriamo un film come I Mitchell contro le macchine, capolavoro della retorica informatica su un uso consapevole di internet, salta subito agli occhi come la velocità di narrazione abbia in realtà assimilato i peggiori stratagemmi dell’intrattenimento raggiungendo un livello epilettico, rendendo poi impossibile per un fruitore tornare a una velocità normale di assorbimento delle informazioni. Più impostiamo la nostra ricezione sull’esasperazione della velocità, più allontaniamo l’horror vacui, più perdiamo la capacità di analisi di quello che scorre davanti ai nostri occhi. È indubbio che se ho un prodotto scadente non voglio che il fruitore si soffermi ad osservare effettivamente quello che sta guardando, per cui devo accelerarlo fino a rendere il suo effettivo valore invisibile. Fruizione disattenta e narrazione accelerata appiattiscono la visione fino a rendere il prodotto indifferente, e la logica conclusione è l’emergere di fenomeni come il binge-watching.


La locandina de I Mitchell contro le macchine (2021) di Mike Rianda e Jeff Rowe

La funzione dell’horror vacui e della noia è in parte responsabile della spinta a riempire un vuoto, cercando forme di intrattenimento alternative ai contenuti della nostra mente. Un tempo tale spinta ci convinceva a trasformarci in artisti o a intraprendere qualsiasi altra attività per il solo piacere di farla, senza necessariamente uno scopo economico. Da quando esiste l’intrattenimento gli autori hanno sempre adottato stratagemmi atti a mantenere alta la concentrazione dello spettatore, ma un tempo tali tecniche si muovevano in parallelo ad altre esperienze che usavano meccanismi differenti, facendo sì che tali tecniche fossero una possibilità tra le altre, mentre ora sono richieste strategie comunicative a qualsiasi livello facendo sì che qualsiasi prodotto culturale viva all’interno di una logica omologata, strutturata su principi economicistici, così che oggi quella pulsione attivata dall’horror vacui è disattivata e la nostra mente si sente placata dal continuum della produzione di intrattenimento di massa. Perciò, per quanto chiunque nella storia dell’umanità abbia sempre creato contenuti per una qualche forma di profitto, oggi l’industria culturale audiovisiva è arrivata a una tale pervasività nella propria logica di espansione commerciale che ha fatto fare un salto qualitativo verso la logica economicistica a tutta quanta la produzione dell’intrattenimento, anche a quell’intrattenimento che è stato pensato per non essere commerciale. Eppure in tale processo di acquietamento dell’horror vacui si sviluppa in modo sotterraneo un senso di insoddisfazione che un giorno o l’altro esploderà proprio contro chi ci ha dato tutto quell’intrattenimento che ci risolveva così bene il problema di esistere.


Sembra chiaro che in questo momento i giganti dello streaming stiano facendo cartello contro il cinema


Per cercare di scongiurare o di allontanare il più possibile quel momento le piattaforme streaming devono distruggere le forme concorrenti di intrattenimento e quella che mette più in discussione il loro monopolio sulla mente umana è il cinema – le altre arti sono già state disintegrate naturalmente dalla dromologia imposta, ovvero da una vera e propria scienza della velocità. Saremmo dunque portati a credere che ci sia una guerra tra le varie piattaforme e senza dubbio in qualche modo c’è concorrenza, ma sembra anche chiaro che in questo momento i giganti dello streaming stiano facendo cartello contro il cinema, inteso sia come luogo dove gli spettatori si recano per guardare un film sia come sistema di produzione narrativa di pellicole di vario genere, con lo scopo di accentrare su di sé il potere creativo capace di incamerare continuamente il giusto quantitativo di merce esteticamente variegata che determina la qualità sufficiente per spingere un fruitore a spendere X euro al mese. E questo è un grosso problema, perché elimina variabili incontrollate e non standardizzate di produzione filmica a prescindere dal risultato effettivo dell’offerta.


Gary Oldman sul set di Mank (2020) di David Fincher, prodotto da Netflix

Se solo provassimo a immaginarci cosa sarebbe stato il cinema degli autori più importanti del ventesimo secolo se questi si fossero dovuti interfacciare con Amazon o Netflix ci viene quasi da sorridere: probabilmente alcuni di loro avrebbero comunque girato i capolavori che hanno girato, ma la logica da catalogo ne avrebbe intaccato un certo livello di libertà, tanto che oggi non potremmo sentire Quarto potere di Orson Wells come quel grido sovversivo che è, ma lo vedremmo forse piuttosto come un accademismo un po’ tronfio tale e quale a Mank di David Fincher, un cinema che potrebbe sicuramente piacere a qualcuno, ma che non ha la potenzialità per scardinare un ordine precostituito, bensì solo quella di far trascorrere un paio di ore senza pensare a sé stessi. Si attiva così un circolo vizioso che pone come suo centro di interesse la quantità atta a innescare un parco giochi interiore che da una parte espunge una certa forma di coscienza di noi stessi da noi stessi, dall’altra produce sul lungo periodo una reazione antitetica di repulsione nei confronti di questo manipolatorio luna park della nostra psiche che determinerà un giorno (sicuramente non in tutta l’umanità) una vera e propria forma di nausea a questo sistema di intrattenimento, innescando però sistemi di controllo ancora più radicali. Probabilmente non esiste una soluzione a questa infernale giostra della merce visiva, ma è certo che essa compromette la nostra capacità di diventare persone capaci di sviluppare una coscienza più evoluta, incitandoci continuamente a rimanere degli adolescenti asserviti a una industria di emozioni preconfezionate. E forse dovremmo puntare ogni tanto emozioni prive di packaging, accettando la spinta ad agire che la noia produce in noi.