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Vita mediatica di O.J. Simpson

Il valore sociale della vicenda giudiziario/televisiva raccontata da O.J. Made in America e cosa rivela della società in cui viviamo

Con cinque anni di ritardo è arrivato anche in Italia uno dei prodotti audiovisivi più impressionanti del decennio: si tratta di O.J. Made in America, una miniserie documentaria prodotta da ESPN (la principale rete sportiva americana) e diffusa in Italia tramite Star, il canale adulto di Disney+. Una miniserie che vanta anche due record cinematografici: è l’unico prodotto televisivo ad aver vinto un Oscar e l’opera più lunga ad aver vinto la statuetta (prima che un’apposita regola impedisse a prodotti distribuiti a puntate di venir candidati). Perché O.J. Made in America è un documentario televisivo in 5 puntate che negli USA è anche uscito come film di quasi otto ore, e già questo parla un po’ di un’eccezionalità che è confermata dalla visione. Ezra Edelman, regista specializzato in documentari sportivi, decide di raccontare la storia di Orenthal James Simpson, per tutti O.J., partendo da un altro documentario ESPN, June 17th, 1994, che del personaggio mostrava la fuga dalla polizia avvenuta quel giorno in mezzo a tanti importanti eventi sportivi. Edelman però non voleva limitarsi a quell’aspetto, voleva raccontare la persona e il personaggio, lo sportivo O.J., un campione di football che ha siglato diversi record sia nello sport collegiale sia in quello professionistica della NFL, e l’uomo, il beniamino di una nazione che è diventato col tempo un marito violento e forse un assassino.
Edelman racconta questa parabola decennale per concentrarsi, inevitabilmente, sul periodo tra il 12 giugno 1994 – quando la polizia scoprì il cadavere di Nicole Brown, ex-moglie di O.J. – e il 3 ottobre 1995 – quando la giuria dichiarò l’uomo non colpevole per l’omicidio della donna e di Ron Goldman, un amico –, ma prima di arrivare a questo nucleo, il regista costruisce un mastodontico lavoro di ricerca, inchiesta, interviste e riflessione per tracciare il quadro di una nazione dagli anni ’60 agli anni ’90. Perché quel processo, quei 15 mesi che catturarono l’attenzione di una nazione e forse anche del mondo, sono una miniatura di un intero paese, delle sue falle, delle sue idiosincrasie, dei suoi meccanismi. La presenza mediatica e la sua pervasività si rivelano fondamentali nel processo che è insitamente un meccanismo di racconto televisivo


La presenza mediatica e la pervasività di O.J. Simpson si rivelano fondamentali nel processo, che è insitamente un meccanismo di racconto televisivo


O.J. Made in America sembra analizzare tutti i temi che il processo mette in gioco per risalire alla loro radice, per ampliarli su una scala nazionale e globale, per raccontarne il passato ma soprattutto mostrarne il presente il futuro, mostrare come quella miniatura che ha cristallizzato gli Stai Uniti sia anche la fotografia del presente. È un processo, involontario certo ma rilevante ai fini della comunicazione e del racconto, ad alcuni gangli del sistema americano che sono diventati gangli mondiali in virtù della loro pervasività. Per esempio, il documentario mostra la società dello spettacolo (anche nel senso tracciato dall’omonimo saggio di Debord) al suo “meglio”, dove il racconto dell’uomo di successo cancella ogni altro possibile canale di racconto, in cui le riuscite in ogni campo sembrano una conseguenza naturale del proprio carisma, della propria simpatia, di quello che amici e conoscenti chiamano “effetto O.J.”: come puoi non amarlo, come fai a credere che abbia più volte picchiato la moglie fino ad arrivare a ucciderla perché ormai non era più sua? La presenza mediatica e la sua pervasività si rivelano fondamentali nel processo che è insitamente un meccanismo di racconto televisivo e come tale è stato sfruttato dal collegio difensivo, un trust di cervelli che farebbe felice chiunque e che sfruttò proprio la capacità di comunicare, di raccontare. Basterebbe pensare che, solo durante il suo soggiorno in carcere, O.J. guadagnò più di tre milioni di dollari solo dalla firma degli autografi.


La famosa prova dei guanti che contribuì all’assoluzione di O.J. Simpson

Oppure, la questione razziale che divenne centrale al fine dell’assoluzione di Simpson, un uomo nero che aveva da sempre cercato di emanciparsi dallo statuto di “uomo di colore”, che aveva sempre cercato di fuggire dalla comunità afroamericana e che invece si trovava a sfruttare il proprio colore come grimaldello per volgere cinicamente a suo vantaggio i pregiudizi, mostrando l’endemico razzismo di uno stato (incredibile il racconto di quando la giuria visitò del tutto inopinatamente casa Simpson e i suoi avvocati fecero sostituire le sue foto con celebrità bianche con foto della famiglia e di altri afroamericani). Quello era il periodo in cui Los Angeles, teatro degli eventi, era in fermento dopo l’assassinio di Rodney King da parte della polizia e l’assoluzione dei responsabili, le rivolte seguite a quel processo misero in ombra le forze dell’ordine e quindi fu un gioco facile volgere un processo per omicidio in una messa in stato di accusa di un sistema, indicando in Mark Fuhrman, bravo poliziotto a capo delle indagini sull’omicidio che svelò il “mistero Brown-Goldman” e che però era anche razzista, come il responsabile di una cospirazione delle forze dell’ordine per incastrare O. J., il bravo ragazzo di colore.


O.J. Made in America mostraun sistema che ha perfettamente interiorizzato la società dello spettacolo: nel giudizio, le prove contano meno della capacità di testi e avvocati di sedurre la giuria


Di conseguenza, O.J. Made in America è anche una riflessione ironica sul sistema giudiziario americano, un sistema che ha perfettamente interiorizzato la società dello spettacolo, anzi che l’ha quasi prefigurata: nel giudizio, le prove contano meno della capacità di testi e avvocati di sedurre la giuria, di risultare credibili e soddisfacenti come attori di fronte al pubblico che poi dovrà emettere un verdetto. In questo senso, tutto il processo è un capolavoro di intrecci, di personaggi eroici o tragici (Johnny Cochran oppure l’avvocato dell’accusa che passa in pochi minuti dalle stelle alle stelle), un esempio insuperabile di suspense, colpi di scena e dinamiche proprie della drammaturgia, in primis il rapporto con il pubblico, che siano i 12 giurati o l’opinione pubblica che ha seguito il verdetto come una finale sportiva.


L’episodio del prank show Juiced in cui O.J. Simpson fa finta di vendere la Ford Bronco protagonista dell’inseguimento con la polizia

Edelman costruisce tutto il lungo segmento del processo come prisma che ingloba tutto ciò che ha costruito prima e poi lo rigetta allo spettatore che attraverso quel microcosmo giudiziario coglie l’aspetto fondamentale che lega tutti gli strati del documentario: il denaro, il potere abbacinante dei soldi con cui tutto prende un senso. La razza, la classe sociale, il successo o il fallimento, l’amore o la morte, l’assoluzione o la colpevolezza sono tutti dipendenti dalla ricchezza: il “bianco” O.J. – bianco come lo era Foreman rispetto ad Alì, il nero che con i soldi si era emancipato dalla sua gente e viveva come un comune wasp – pare abbia speso 50mila dollari al giorno per garantirsi il dream team degli avvocati difensore. La voglia e il bisogno di soldi segnano ogni scelta, ogni svolta o riflessione mostrata perché sono l’unico motore possibile. E non è un caso che il declino inesorabile, squallido e deprimente di Simpson – ora in libertà vigilata per rapina e sequestro di persona (una storia che Edelman racconta) – cominci proprio quando la voglia di soldi è diventata bisogno, quando il gusto della fama è diventato un’ossessione. Come in Juiced, programma in cui tentava di fare scherzi deprimenti come vendere la Ford Bronco del celebre inseguimento con la polizia o i video in stile gangsta rap o la parentesi a Las Vegas come un Elvis privo di talento. O l’agghiacciante libro If I did it, in cui racconta nel dettaglio l’omicidio fingendo di sognarselo, una confessione travestita umiliante per chiunque.


La voglia e il bisogno di soldi segnano ogni scelta. E non è un caso che il declino inesorabile, squallido e deprimente di Simpson cominci proprio quando la voglia di soldi diventa bisogno


Nello stesso anno, Ryan Murphy ha realizzato una miniserie di fiction Il caso O.J. Simpson: American Crime Story (disponibile su Netflix) che si concentra solo sul processo e lo ricostruisce in modo piuttosto riuscito, grazie a un accurato lavoro di scrittura e a eccellenti attori (Cuba Gooding jr., Courtney B. Vance o John Travolta su tutti), ma il documentario di Edelman lo supera di gran lunga sia come thriller legale, sia soprattutto per la certosina e travolgente operazione di scandaglio di tutti i pilastri di una società, di una cultura e del modo in cui esse lavorano. A guardarlo consapevoli di ciò che è l’America oggi, il post-Trump, le continue violenze della polizia sui non-bianchi (nel momento in cui si scrive, il poliziotto che ha ucciso George Floyd soffocandolo è stato condannato), il caso giudiziario e la parabola personale di O.J. Simpson sembrano la camera di incubazione di un mondo a venire, una tragicommedia che ha in qualche prefigurato l’attualità, che ha reso all’ordine del giorno, popolari come un hashtag su Twitter i discorsi su razza e classe, anticipando la rivoluzione e la restaurazione di Obama e Trump (l’assoluzione  nel processo penale fu una vendetta per Rodney King, la condanna nel processo civile e la seconda condanna nel 2007 una vendetta per quell’assoluzione), ponendo l’accento sulla volubilità dell’opinione pubblica e la facilità con cui i media possono manovrarla. Nel finale, si vede Kim Kardashian ospite di un talk show in cui presenta la serie sulla sua vita e sulla sua famiglia: il padre delle sorelle Kardashian è Robert, uno degli avvocati del collegio difensivo, uno di quelli che poi si è dissociato dal suo cliente, a dimostrare che il circo mediatico del processo è un motore che ha innescato una serie di reazioni a catena, le cui ripercussioni arrivano praticamente fino a oggi.


Cuba Gooding Jr. nel trailer di lancio della prima stagione di American Crime Story dedicata a Il caso O.J. Simpson (2016), uscita su FX

Quello che però rende O.J. Made in America encomiabile più di ogni considerazione tecnica e artistica, è che Edelman ha lavorando tenendo al centro di tutto il suo lavoro l’essere umano, che la quantità di testi, sotto-testi, illuminazioni che il documentario produce è sempre finalizzata a raccontare le persone che ne erano al centro: sia quando intervista le decine di protagonisti, amici e testimoni delle vicende, sia quando usa il montaggio e gli archivi, è la complessità dell’essere umano a emergere fortissima, non solo di O.J. ma di tutti coloro che appaiono sullo schermo. L’ambiguità, le fragilità, la possibilità di etichettare un individuo con un solo aggettivo sono l’elemento più forte e importante del documentario, che lo rendono così importante per tutti i discorsi culturali che vengono affrontati in un’epoca che cerca di essere post-razziale, post-patriarcale e anti-classista: le magnifiche interviste ai giurati quando raccontano della solitudine insostenibile che hanno dovuto sopportare e che potrebbe aver offuscato il giudizio, il ritratto di Marcia Clark (a capo del collegio accusatorio) o del citato Fuhrman, la compostezza titanica del padre di Goldman, una delle vittime. E il volto di Simpson, una maschera cangiante dentro cui si rivela un mondo, ogni suo primo piano sembra illustrare ciò che intendeva Gilles Deleuze quando in L’immagine-movimento parlava dell’immagine-affezione: i primi piani di O.J.  danno vita a tutto ciò che c’è dentro di lui e non potremmo vedere altrimenti, il resto dell’immagine scompare, nel viso dell’uomo si condensa tutto il vissuto e l’intimo di una persona, tutto il suo mondo.


Dopo la visione del documentario, si ha l’impressione paradossale di sapere tutto e di aver capito tutto di quel mondo e al tempo stesso di volerne sapere di più


Nella sua recensione per il New York Times, A.O. Scott ha paragonato O.J. Made in America a un classico della non-fiction come Il canto del boia di Norman Mailer (da poco rieditato in Italia da La nave di Teseo), un’opera che parte da un crimine reale e lo scompone in tutte le sue parti personali, sociali e culturali (nel caso di Edelman anche politiche) per restituire un affresco molto più grande della figura che ne è al centro. Dopo la visione del documentario, si ha l’impressione paradossale di sapere tutto e di aver capito tutto di quel mondo e al tempo stesso di volerne sapere di più, di non averne avuto abbastanza, un’impressione che lasciano solo le grandi opere saggistiche. Un’opera dopo la quale sarà difficile vedere un qualunque altro true crime.