Verso il nostro nuovo corpo digitale

Machine learning, realtà aumentata e animazione virtuale, la tecnologia è sempre più in grado di soddisfare i bisogni e le pulsioni dell’uomo elevandole su di un piano astratto rispetto a quello della carne, e l’immagine svolge un ruolo fondamentale in tutto questo processo. Lo sviluppo dell’infrastruttura di rete e dell’interconnettività globale ha dato una grande spinta propulsiva alla diffusione dell’immagine e alla sua capacità, a discapito di altri strumenti di comunicazione, d’interpretare, raccontare e farsi specchio dei nostri tempi. L’immagine non solo fotografa la realtà, ma la costruisce, con la sua onnipresenza nei social network e con le tecniche di imaging applicate all’arte e alla medicina, all’ingegneria e alla scienza: un potere edificante sul reale che contribuisce a rendere le immagini concrete e, attraverso di esse, a costruire il nostro mondo e persino noi stessi. La predominanza della comunicazione visuale l’ha resa lo strumento d’analisi principale nella traduzione, descrizione e interpretazione della realtà; dalle emoticon nelle applicazioni di messaggistica sui nostri smartphone alle foto profilo sui social media fino a ciò che ci riserverà la comunicazione nel prossimo futuro, l’immagine gioca sempre di più un ruolo di primo piano, grazie alla sua capacità di comunicare l’emotività del messaggio.


Il potere edificante delle immagini sul reale che contribuisce a rendere le immagini concrete e, attraverso di esse, a costruire il nostro mondo e persino noi stessi


La proliferazione dei selfie sulla rete, delle foto profilo sui social network, l’abbondanza d’informazioni in immagini che costituisce oggigiorno il primo contatto esplorativo tra due persone sconosciute, è l’indice stesso della nostra personalità, è il primo passo con cui chi non ci conosce si forma un’idea di chi siamo, calzante o fuorviante che sia, come d’altronde accade conoscendosi di persona. La virtualità della comunicazione ci impone di creare contenuti visivi digitali personali che vanno a formare il profilo della nostra personalità o, più volgarmente, il chi siamo agli occhi degli altri. In un passaggio storico temporale dove la comunicazione ha un ruolo egemone nella percezione della realtà, dove la moltitudine delle narrazioni individuali prende il posto delle grandi ideologie del novecento e alcune di queste narrazioni assumono un guida valoriale assoluta in termini etici e politici, orientando l’opinione pubblica entro discorsi dal sapere frammentario, si insinua in noi la voglia di raccontarci come l’immagine di noi stessi. Un aspetto fondante della nostra specie, la capacità di rappresentarci agli altri, prende oggi contorni teorici ben delineati e opera con delle pratiche specifiche. Un processo che potremmo definire di imaginificazione: la tendenza della società digitale all’assorbimento del paradigma dell’immagine in funzione costitutrice della realtà, alla veicolazione dei tratti distintivi della nostra personalità su di un piano comunicativo puramente iconico e simbolico.


La prima parte dell’episodio di Black Mirror Torno subito, in cui la protagonista Martha, ferita dalla morte del suo compagno, lo sostituisce con una sua versionale digitale

Quali sono allora, nel concreto, queste pratiche? Un esempio dal mondo dell’economia digitale è rappresentato dalla Loom.ai, società californiania basata a San Francisco, nel ventre innovativo della Silicon Valley, composta da ingegneri esperti di deep learning, grafici, programmatori e tecnici vfx che hanno lavorato per anni in case di effettistica come  Dreamworks e Lucasfilm, che ora sono impegnati a realizzare applicazioni in grado di ricreare fedelmente il volto umano in una copia digitale. «We want to bring virtual communication to life», avanza il CEO della Loom.ai dopo aver chiuso una campagna di fundraising portando a casa 1.35 milioni di dollari, cifra indicativa di un trend ben specifico per una società la cui unica missione è di creare riproduzioni di volti umani in 3D attraverso la scansione di un singolo selfie. Qual è il passo successivo alla creazione di un mondo digitale allora? Abitarlo e arredarlo a nostra immagine e somiglianza; popolarlo con l’immagine di noi stessi. Questa è la tendenza del mondo virtuale contemporaneo, che poi, in fin dei conti, è sempre di più il nostro mondo, una realtà ibrida a metà tra i limiti del mondo fisico e le possibilità di superarli con il digitale.


Il mondo virtuale contemporaneo, in fin dei conti, è sempre di più il nostro mondo, una realtà ibrida a metà tra i limiti del mondo fisico e le possibilità di superarli con il digitale


L’imaginificazione è un processo concreto che agisce entro i confini teorici delineati sovvertendo il ruolo dell’immagine come elemento astratto dell’altrettanto astratto mondo digitale. L’immagine non è più, e non è solo, il riflesso del desiderio celato nell’uomo che la guarda, ma si fa parte attiva di quello stesso sguardo. Non è più un oggetto passivo appeso alle pareti di un museo, confinato in cofanetti nostalgici colmi di fotografie, impressionato sul grande schermo o inscatolato in televisione, ma è il nucleo attivo su cui si basa la comunicazione virtuale. E non è un caso che i fondatori della Loom.ai, che ruota attorno all’immagine e al suo nocciolo di espressività emotiva, provengano da pregresse esperienze di effettisti digitali in importanti società cinematografiche. Già, perché il principale scoglio di un modellatore 3D nell’industria cinematografica e videoludica, così come il compito principale di ogni attore in carne e ossa, è di rendere credibile un personaggio tramite l’espressività del volto, ergo, di suscitare emozioni nel pubblico. Questo è quello che manca alla comunicazione virtuale odierna, quello a cui le emoticon provano a sopperire, quello che il testo scritto non sarà mai in grado di fare con l’ immediatezza propria dell’immagine.


Alcuni degli avatar base di Second Life, uno dei primi tentativi interconnessi di sostituire il corpo fisico degli utenti

L’importanza del cinema è da sottolineare anche perché, grazie alla sua costante ricerca di una fedele riproduzione della realtà, ha contribuito storicamente alla verosimiglianza delle immagini e a far emergere la loro forza emotiva. La verosimiglianza è uno dei cardini del processo di imaginificazione, perché in fondo la comunicazione virtuale si basa sul rendere sempre più verosimile il mondo digitale. Ai tempi di Second Life – mondo virtuale online lanciato il 23 giugno 2003 dalla società americana Linden Lab – ci siamo illusi di poter digitalizzare il nostro corpo in un avatar ed emigrare in un mondo parallelo, completamente separato dal nostro, un mondo che ancora oggi conta circa 900mila utenti, mentre Facebook ne conta due miliardi; di fatto la piazza virtuale più frequentata del mondo il cui scopo non è scollegarsi dalla realtà, bensì connettervisi, come recita lo slogan. Facebook aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita. La tua vita, non un’altra vita, in un altro universo, fittizio e parallelo. Per anni ci siamo chiesti come poter portare le immagini in vita, come donare corporeità al digitale, ci siamo arrovellati come moderni Frankenstein per evocare la magia della circuitazione informatica e per rendere tangibile l’immagine creata da valvole, transistor e chip al silicio, senza renderci conto che non sono le immagini a bramare un corpo in carne e ossa, ma siamo noi a volerci liberare dei limiti del corpo fisico, fino al punto in cui stiamo offrendo il nostro corpo, trasferendo la nostra personalità alle immagini, in un connubio di carnale e artificiale che, ogni giorno, ci porta un passo oltre chi siamo.