Under the Skin | Gelindo è innocente

L’uomo sull’altopiano sta correndo con la tipica andatura del corridore esausto. Le gambe sono rigide, eppure continua imperterrito nella corsa. Ha la faccia sconvolta dalla fatica, ma non soffermiamoci sul suo volto sfigurato. Guardiamo piuttosto il paesaggio. Si direbbe una pianura, o forse a fare maggiore attenzione riusciremmo a cogliervi gli elementi per poter affermare che quello è un altopiano. L’aria rarefatta, la vegetazione quasi completamente assente, come in alta montagna. Un altopiano dell’Africa orientale. Per una questione di prospettiva l’altopiano sembra non avere fine, ma una fine ci sarà, una fine ci deve pur essere.
L’uomo che corre sembra sia solo. Intorno a lui non c’è nessuno. Corre e basta, con un passo disperato, ma implacabile, come se non ci fossero alternative. Chi è quell’uomo? Come è vestito? Vi starete chiedendo. Dacci qualche caratteristica per poter visualizzare quest’uomo. Entrare in empatia con lui. Ma non è questo che importa, o almeno non adesso. L’uomo che corre è semplicemente un uomo che corre con una certa costanza, senza accelerare, senza mai cambiare passo e apparentemente senza alcuna possibilità di fermarsi. Corre alla maniera di correre degli uomini. Alla maniera degli uomini stanchi o stanchissimi. Nel modo in cui corrono gli uomini a cui non resta niente altro da fare. Ma lasciamo questa immagine da parte e concentriamoci su altro.

A riguardare oggi, marzo 2021, la maratona del 1988 svoltasi durante le Olimpiadi di Seoul, si nota una cosa di cui, in quel momento, nessuno sembrava fare caso. Un dettaglio secondario che oggi ci appare enorme. Ma prima, una piccola premessa.
Le Olimpiadi di Seoul del 1988 sono delle Olimpiadi importanti e complesse per tanti motivi. Primo tra tutti perché le due manifestazioni sportive precedenti sono state caratterizzate dai boicottaggi. Dopo Mosca e Los Angeles, Seoul doveva rappresentare una specie di ritorno alla normalità. Si è provato a organizzare delle Olimpiadi congiunte tra le due Coree. Ci sono state intense trattative, svoltesi in Svizzera, dove le delegazioni dei due Paesi si sono incontrate. Si sono parlate. Alla fine però l’accordo non è stato raggiunto. Così alcuni paesi del blocco sovietico hanno deciso di boicottare l’evento, sebbene, guardando l’elenco dei paesi aderenti (Etiopia, Albania, Nicaragua, Seycelles oltre che Cuba), viene da chiedersi se la decisione sia politica, di solidarietà nei confronti della Corea del Nord, o se piuttosto sia da ricercare in una difficoltà interna o per meglio dire un’enorme crisi economica che rischia di essere mostrata in mondovisione.
Un altro motivo d’interesse di quelle Olimpiadi è l’apparente discrepanza tra egemonia reale e egemonia sportiva. A guardare i medaglieri, sembrerebbe ben chiaro quale nazione occupi la posizione di predominanza: Unione Sovietica, 55 ori. Germania Est, 37 ori. Usa, 36 ori. Ma, come ci dice il nostro sguardo di osservatori dal futuro, le cose stanno altrimenti. Il 1989 è dietro l’angolo. Il crollo sovietico è un’ipotesi letteralmente impensabile per gli analisti e gli storici dell’epoca, ed è certamente l’ultima delle preoccupazione di tutti gli atleti che prendono parte alle Olimpiadi di Seoul. Il giorno conclusivo della manifestazione, il 2 ottobre 1988, è anche il giorno della maratona. Vincerà l’italiano Gelindo Bordin e sebbene l’evento sportivo, ai fini di quello che ci preme dire, conti poco, si lega incidentalmente a ciò che invece ci importa.


Scarlett Johansson cammina nell’orizzonte nero di Under the Skin (2013) di Jonathan Glazer

In un’altra zona del mondo, e forse in un altro tempo, forse in nessun tempo, su un altopiano o quello che abbiamo creduto essere un altopiano, l’uomo che corre, sta ancora correndo. Corre come sempre ha corso, come sempre correrà? Non è dato saperlo. Nessuna novità, in uno scenario che ci appare quasi un green screen se non fosse che quelle sono rocce, quelli sono arbusti, che il sole è immobile allo zenit sopra la testa dell’uomo che corre. E anche un’altra piccola cosa. Un altro uomo, simile a quello che sta correndo da sempre e per sempre, è comparso davanti al primo uomo. Se dovessimo dire se c’è sempre stato o se sia “comparso” è difficile da dire. C’è. Lontano lontano, corre con la stessa stanchezza del primo uomo. La distanza tra i due è enorme, il punto non sembra essere che uno possa raggiungere l’altro. Questo no, è escluso. La distanza è infinita, l’andatura tra i due uomini è enorme. Ci interessa considerare questo secondo uomo solo perché ci lascia immaginare che ci sia un altro uomo che corre davanti al secondo uomo, e forse ancora un quarto uomo e un quinto e un sesto, altri infiniti uomini che corrono uno davanti all’altro e non si raggiungeranno mai. Ma lasciamo ancora una volta questa immagine, ci torneremo un’ultima volta, e tutto sarà spiegato, è una promessa.

A due chilometri dal traguardo della maratona di Seoul conduce la gara un atleta del Gibuti. In seconda posizione vi è, a circa venticinque metri di distanza dal primo, un atleta keniota. In terza posizione Gelindo Bordin. Il commentatore M.T. è impegnato a descrivere la maschera di fatica del gibutiano, cesellando il suo discorso con un’affermazione che potrebbe passare inosservata e risultare semplicemente colorata. “Gli atleti africani si riposano correndo, come i cavalli”. L’altro telecronista, R.V. si affretta a cambiare discorso. O forse non si affretta a cambiare nulla, ma è più interessato a ciò che accade per strada invece che a valutazioni di carattere etnico-razziale. R.V. nota che il distacco tra il secondo e il terzo si è ridotto. Anzi, a guardare bene, i due corridori sembrano vicinissimi. M.T. riprende R.V. e parla di una prospettiva ingannevole causata dalla posizione della telecamera.
Che la gara sia ancora aperta non interessa M.T. più di tanto, è per lui una questione di semplice prospettiva, o forse la sua narrazione non prevede un cambio di scenario come quello che avverrà poco dopo. L’africano, che secondo il telecronista M.T. “riposa correndo”, è nella mente del telecronista destinato a trionfare. E invece, come sappiamo, le cose stanno diversamente. Ma ciò che ora interessa, al di là del fatto sportivo (l’italiano supererà il keniota e dopo poco anche il gibutiano, che lo lascerà passare senza opporre resistenza, senza tentare di mantenere la posizione), ciò che ci interessa è proprio la telecronaca.

Se quella prima frase, “gli atleti africani…”, potrebbe essere presa come una cosa da niente – che qualcuno riposi correndo sembra improbabile, ma forse può essere intesa come una coloritura, una maniera per dire che i corridori africani sono superiori agli atleti di qualsiasi altro luogo al mondo –, le frasi che seguono sono invece più difficilmente passibili di interpretazioni.
“Gelindo Bordin ha dalla parte sua, una cultura superiore”.
In che senso?
“La forza morale della cultura di Gelindo Bordin”.
Morale?
“Questi keniani riposano correndo, sono abituati a correre dietro alle gazzelle” ripete di nuovo il telecronista M.T..
Ecco il “veneto purosangue” e “l’africano italiano, l’uomo degli altopiani italiani”.
R.V. se ne va, per raggiungere il traguardo della maratona, rimane solo il telecronista M.T. che continua il suo monologo.
“Questa è l’Italia del miracolo, della passione, del sacrificio, degli onesti lavoratori. Un pugile calabrese, ieri, e adesso un nobile geometra vicentino”.



Per noi, la decisione è presa. Un uomo africano, all’aeroporto internazionale, un atleta dal volto di Cristo, si avvicina a due uomini che sono in fila per fare il check-in. Si avvicina e chiede in un italiano impeccabile, lei è il famoso Gelindo Bordin?
Sì, sono io.
Complimenti, dice l’uomo stringendogli la mano. Una gara bellissima.
Ma non è di Gelindo che gli interessa sul serio. Gelindo prenderà l’aereo e tornerà a Vicenza. Disputerà dopo alcuni mesi la maratona di Boston che vincerà, unico italiano nella storia, e molti anni dopo troverà un ruolo dirigenziale in una famosa ditta sportiva italiana. Diventerà un signore di mezza età, abbastanza in forma anche a sessant’anni, ma con una luce triste nello sguardo.
L’altro uomo invece, quello che è con Gelindo all’aeroporto di Seoul, non prenderà mai l’aereo.
Il telecronista M.T. segue l’africano, come se fosse ipnotizzato dal suo volto, e viene fatto accomodare in una stanza dell’aeroporto da cui si accede a una stanza ulteriore, luogo privo di confini, sembra proprio un altopiano, sembra una distesa rocciosa. M.T. cammina dietro all’uomo africano, che non si volta mai indietro a guardarlo. Comincia la corsa. La decisione è stata presa.




Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila