Una poltrona per due | Invecchiare bene

Che sia un cult o una pellicola di nicchia, che sia un film d’autore o il documentario di un regista afghano semisconosciuto, che sia un Premio Oscar o un B-movie da palinsesto pomeridiano, non c’è genere non c’è nome non c’è riconoscimento che tenga, quando si tratta di un film che ha più di cinque anni le riunioni di ogni cineclub si infiammano. Non c’è titolo che metta tutti d’accordo – potremmo proiettare questo, oppure quest’altro, ma tu davvero d’inverno, la sera, col freddo, con la pioggia, con la neve, usciresti di casa per vedere quel film? – non si raggiunge mai l’unanimità.
Le riunioni si protraggono, qualcuno esausto chiede tregua per uscire a fumare, un altro scarabocchia sul foglio, un altro ancora gratta le etichette dalle bottiglie di birra ammassate sul tavolo, fino a quando qualcuno pone quella domanda: «Ma il film è invecchiato bene?».

E lo dice alzando la voce, riportando l’ordine con un gesto della mano o battendo il pugno sul tavolo o rizzandosi in piedi di botto, oppure lo dice quasi sussurrando, nella quiete più assoluta, con la tranquillità dei giusti, con la fermezza di chi sa di aver centrato il punto, la questione, il nodo.

Cala il silenzio per qualche secondo, come se tutti stessero ripassando mentalmente i fotogrammi del film. Le facce si contraggono in smorfie di approvazione, la fronte si compatta, le sopracciglia cercano di congiungersi all’attaccatura dei capelli. Altri scuotono la testa bofonchiando, così si dice, la filmografia completa di un regista sudcoreano. Qualcuno esausto invoca una pausa per uscire a fumare, un altro smonta la penna con cui scarabocchia sul foglio, un altro ancora appallottola pezzi di etichette staccate dalle bottiglie di birra ammassate sul tavolo. Quindi, a raffica, arrivano le risposte: «Sììì certo che è invecchiato bene», «È stupendo», «Macché non si può più guardare», «Se è per questo non si poteva guardare nemmeno quando è uscito», non si raggiunge mai l’unanimità. Ma cosa significa «Il film è invecchiato bene»? È una questione di forma o di sostanza? È una questione estetica? È una questione di come sono cambiati gli occhi di chi guarda? È una questione di periodo storico? È una questione di sentimenti?


Il regista John Landis (Animal House, The Blues Brothers, Un lupo mannaro americano a Londra) sul set di Una poltrona per due con Eddie Murphy e Dan Aykroyd, Valentine e Winthorpe nel film

Una poltrona per due ha la mia età. Anzi, in realtà è più giovane di me di qualche mese. Significa che oggi ha trentasei anni. Avere trentasei anni nel 2019, in Italia, significa non essere più un under trentacinque, significa far parte di quella generazione tagliata fuori, che è troppo giovane per e troppo anziana per, significa attendere costantemente un’occasione, significa abituarsi all’incertezza, significa avere figli a quasi quarant’anni che avranno la tua età quando tu avrai ottant’anni e, forse, una pensione ridicola, significa essere rassegnati, inquieti, ansiosi, spietati, significa convivere costantemente con l’amarezza.

Sorridiamo quando vediamo Winthorpe con uno squallido vestito da Babbo Natale, ubriaco, sporco, barcollante, fetido, mentre si infila un enorme trancio di salmone nella giacca, mentre biascica imprecazioni e si punta una pistola alla tempia. Aveva tutto e adesso non ha niente, e il nostro sentimento è in bilico tra necessità di una giustizia, di rimettere le cose a posto, e una viscida e silente noncuranza, in fondo gli sta bene a Winthorpe, adesso sa anche lui cosa si prova a non essere ricchi, a non avere le spalle coperte, a essere evitati, maltrattati, giudicati.

Non ci stupiamo di come Valentine si abitui immediatamente a essere ricco, a essere servito da un maggiordomo, a comandare, a stare al fianco di chi lo considera solo un negro. Non aveva niente e adesso ha tutto, e il nostro sentimento è in bilico tra necessità di una giustizia, di rimettere le cose a posto, e una profonda intima viscerale invidia.

Non ci scomponiamo scoprendo che la vita di un uomo vale solo un dollaro. Forse perché sappiamo che ci sarà un riscatto, che il bene trionferà, che i cattivi saranno annientati, che tutti riavranno ciò che hanno perso, che la commedia vuole un happy ending. O forse è perché ci siamo abituati a dare poco valore all’umanità e a tutto il resto?

Vendo! Vendo! Vendo! Venduto! Venduto! Venduto!

Compro! Compro! Compro! Comprato! Comprato! Comprato!



È la Vigilia di Natale e guardo Una poltrona per due, interrogandomi, come tutti gli anni, sul grande colpo di mercato nella scena finale. Rannicchiata sul divano, sotto la coperta, mi lamento del troppo freddo o del troppo caldo, delle zanzare a dicembre, della digestione lenta, dei peperoni che proprio dovrei smettere di mangiare, anche quelli arrostiti e spellati, di come erano belle le vigilie quando ero piccola, di come odoravano di legna, cavolfiore, nebbia e baccalà fritto, di come ogni anno quel film mi sembri diverso nonostante sia sempre lo stesso, da trentasei anni, e forse è questo, forse significa che è invecchiato bene. E allora mi guardo e penso alla forma e alla sostanza e all’estetica, a come sono cambiati i miei occhi e i miei sentimenti, in trentasei anni, e me la faccio anch’io quella domanda: «Ma io, sono invecchiata bene?».


Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici 
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila