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Umanità aumentata

Domanda: cos’è un deepfake? Risposta: un deepfake si basa sul deep learning, una forma di apprendimento automatico (machine learning) usato per lo scambio di volti e oggetti tramite l’uso di specifici algoritmi che necessitano di un ingente mole di dati per poter funzionare. Maggiore è il numero di immagini e video su una persona, migliore sarà il risultato.
Nel 2012 Chris Chaney, indomito smanettone mosso dalla nobile causa di una libera circolazione della cultura, fu incriminato con 28 capi di accusa relativi al reato di hackeraggio per aver sottratto e diffuso materiale privato – intimo – di diverse e prominenti icone di sesso femminile dello spettacolo americano. Fu condannato a 10 anni di galera per le foto dell’attrice Scarlett Johansson. Comincia qui la diatriba legale dell’attrice più pagata di Hollywood contro la depravazione sessuale e contro l’uso improprio della sua immagine. Ma non basta vincere una battaglia legale per intentare causa al voyerismo e alla pornografia, anche se si tratta di una battaglia legittima, etica, che viola la propria immagine pubblica in termini ritenuti offensivi dalla parte lesa. “Potrebbe capitare a chiunque” fu il monito di Scarlett mentre si batteva, Don Chisciotte al femminile, contro l’irrefrenabile voglia degli uomini di ammirare pubblicamente le sue nudità. Purtroppo le disavventure non si conclusero qui per la malcapitata Johansson, pochi anni dopo infatti una serie di video porno apparvero sui siti hard più famosi del mondo. Deepfake. La moda del momento. Qualche onanista da tastiera si è divertito a sostituire il volto di alcune attrici porno in pieno orario di lavoro con il volto di alcune celebrità del grande schermo. Scarlett la più quotata, con oltre 1,5 milioni di visualizzazioni. Solo a cavallo tra il 2018 e il 2019 la diva di Hollywood dichiarò pubblicamente: «combattere contro i deepfake col mio volto è una causa persa».


Qualcuno si è divertito a sostituire il volto di alcune attrici porno con quello di alcune celebrità del grande schermo. Scarlett la più quotata, con oltre 1,5 milioni di visualizzazioni


Qual è la causa di quest’improvvisa arrendevolezza? Di nuovo, secondo l’attrice: «il fatto è che provare a proteggersi da internet e dalla sua depravazione è una causa persa». La realizzazione piuttosto semplice di un deepfake e la sua incontrastabile diffusione per mezzo della rete aprono una strada alla soddisfazione vicaria di un bisogno primordiale. Oltre l’offesa al pudore, oltre l’evidente violazione della privacy, emerge l’inarrestabilità e incontrovertibile attinenza di questa pratica al regno delle pulsioni e degli istinti primari. Qualunque uomo eterosessuale sarebbe curioso di guardare sotto i vestiti di una donna attraente, figurarsi di una celebrità rea ai suoi occhi di una presenza piacente e onnivora sugli schermi quotidiani. Non si tratta allora di cadere nell’inganno pregiudiziale di una critica morale della pornografia, quanto di interrogarci rispetto alle reali possibilità che i deepfake ci offrono nel rendere concrete le nostre fantasie… e se potessimo fare sesso con chiunque?


Un fotogramma di un video deepfake in cui il volto di un’attrice
porno è stato sostituito con quello di Scarlett Johansson

Nel dicembre del 2017 nei cinema di tutto il mondo si formano lunghe code concentrate soprattutto nei fine settimana, Star Wars: The Last Jedi sarà campione d’incassi mondiale dell’intero anno grazie anche ai successi ottenuti dai tecnici della CGI nell’arduo e frustrante compito di riportare sullo schermo il comandante della morte nera Peter Cushing, con le stesse sembianze del film del 1977. Lo stesso era successo con Carrie Fisher in Rogue One: A Star Wars Story, quando nel finale del film rivediamo l’attrice nel pieno fulgore dei suoi diciannove anni. Entrambi gli interpreti erano passati a miglior vita, Cushing nel 1994 e Fisher proprio nel 2017, subito dopo aver ultimato le riprese del sesto capitolo della saga, ma anche fosse se stata ancora viva non sarebbe certo riuscita a ringiovanire fino alla soglia dei suoi vent’anni. E allora via alla stregoneria del digitale. Settimane di lavoro. Due attori con una fisionomia simile ai loro defunti colleghi. Volti filmati con apposite camere per registrare i micro movimenti facciali in grado di riportare in vita, con la dovuta perizia, i due personaggi. L’immortalità è possibile, almeno su schermo. Non è forse questo il sogno di ogni attore? Ora, ciò che è interessante di tutta questa vicenda è una nota a margine di non poco conto perché, a seguito dell’uscita del film, un fan della saga comodamente seduto a casa, utilizzando la tecnica del deep learning, ha impiegato undici minuti per ricreare la stessa sequenza dell’idolatrata principessa Leia. Il filosofo Siegfried Kracauer nella prima meta del Novecento aveva già intuito come il cinema fosse un modo per registrare il volto delle cose, convinto che in fondo, e cita Baudelaire, le immagini «sono gli archivi della nostra memoria». E se fossimo arrivati al punto di dover prendere queste considerazioni alla lettera dal momento in cui la tecnologia ci consente di farlo? In fondo, sconfiggere la morte è il sogno di ognuno di noi… e se potessimo riportare in vita nostra madre morta, i nostri cari, o chiunque al mondo?


Sopra il volto della principessa Leia riscostruito in CGI in Rogue One (2016), sotto la versione ottenuta con il machine learning in venti minuti

Cos’è che lega allora la vicenda Johansson alla possibilità di ridare volto ad un attore scomparso? Sesso e morte, come sempre: il desiderio di creare e/per la paura di essere dimenticati, di dimenticare chi non c’è più. Due facce della stessa medaglia, le nostre pulsioni profonde, necessità ancestrali fortemente radicate nel desiderio di colmare la loro stessa mancanza. D’altronde è questo il potere delle immagini, un potere evocativo basato esso stesso sulla mancanza. W.J.T. Mitchell, filosofo statunitense tra i maggiori esponenti dei visual studies, lo aveva intuito. «Che cosa vogliono le immagini?», si chiedeva, esortando i colleghi studiosi a non considerare le immagini come dotate di volontà, coscienza, attività e desiderio. Un’immagine non è viva perché opera un potere cosciente su di noi. Perché allora, se l’immagine non è un soggetto animato, ci sentiamo in colpa nel distruggere o deturpare la foto di nostra madre? Perché quel potere evoca in noi una mancanza: «la pubblicità ce lo ha insegnato, se d’estate vediamo una bibita fresca in televisione, ciò che l’immagine suscita è la mancanza dell’oggetto stesso, la mancanza di una corporeità fisica. Ciò che le immagini vogliono è un corpo in cui vivere.» Questo è il paradosso di Mitchell: aver intuito come le immagini agiscano sui nostri bisogni evocando ciò di cui loro stesse hanno mancanza. Un’articolazione concettuale raffinata e provocatoria. Pensate allora a cosa sarà il mondo quando l’insieme di VR, realtà aumentata e potenti algoritmi di machine learning contribuiranno a rendere praticabile la soddisfazione dei nostri bisogni più profondi, rendendo ancora più sottile la distinzione tra attuale e virtuale – un confine reso labile dalla strabiliante efficienza degli algoritmi di machine learning. Saremo in grado di aumentare l’esperienza umana, finalmente liberi di compiere noi stessi. Se il cinema ha reso visibile il pensiero, il mondo che si profila davanti a noi rende il pensiero concreto, ci offre la possibilità di interagire con esso e con noi stessi, libera le pulsioni relegate al dentro rilasciandole a briglie sciolte verso un fuori che cambierà il volto del mondo.


L’attrice Ingvild Delia in Rogue One (2016) truccata per assomigliare a Carrie Fisher in Una nuova speranza (1977) prima della sostituzione digitale dei lineamenti del volto

In una recensione del 1930 del libro Gli impiegati, Walter Benjamin definì Kracauer uno «straccivendolo all’alba nel giorno della rivoluzione». Lui raccoglieva tutto senza distinguere tra piccole cose e grandi eventi, la sua analisi critica guardava all’insieme della realtà senza distinzione alcuna tra cultura alta e intrattenimento popolare. Faceva incetta di tutto in un mondo frammentato in mille pezzi. Quello stesso mondo oggi si sta ricomponendo, gli zelanti algoritmi di deep learning raccolgono quanti più frammenti d’informazione possibile, analizzano una mole titanica di dati e operano senza sosta una ricomposizione del reale congrua ai nostri desideri, una fantasia concepita nella percezione di una mancanza concreta nelle nostre vite reali. Potremmo non solo rivedere e interagire con i nostri cari defunti o sfogare le nostre pulsioni tramite un’esperienza ludica a luci rosse che sia il più immersiva possibile; i campi di applicazione sono molteplici, dalla medicina alla psicoterapia, pensiamo ad un maniaco sessuale: è possibile curare o tenere sotto controllo la sua malattia tramite la praticabilità del suo istinto sessuale in un ambiente virtuale medicalmente controllato?


Gli zelanti algoritmi di deep learning operano senza sosta una ricomposizione del reale congrua ai nostri desideri, una fantasia concepita nella percezione di una mancanza concreta nelle nostre vite reali


Forse si, forse no, forse reiterare le proprie fantasie non è la strada giusta per guarire, ma il punto non è assecondare gli istinti più bassi e dare sfogo alle perversioni della psiche, quanto piuttosto liberare la mente in uno spazio incorporeo e interconnesso con gli  individui, uno spazio che, in virtù di quest’interazione tra attuale e virtuale, abbia dei risvolti tangibili e delle ricadute sensibili – siano esse positive o negative – sugli individui stessi. Riprendendo le tracce di Kracauer, la tendenza creativa  inerente a ogni film consiste non tanto nel cancellare la tendenza realista ma nel saperla accompagnare. Ciò che le immagini fanno non è «rappresentare la realtà, bensì costruirla rivelandone l’aspetto, mostrandola». È l’alba di una nuova esperienza, è umanità aumentata.