The Social Network | Sul ciglio del baratro

Erano tempi incerti. Prospettive a breve termine e il domani una scommessa. Banale, ma il benessere non mancava. Ci coccolava, anche se l’abitudine ne faceva un cuscino sempre più a filo col piano duro della seduta.
Rincorrevamo i sogni, più che le necessità, perché queste non venivano mai poste sotto la luce dei riflettori, mai discusse o valutate. Anche solo ascoltate. Alcuni di noi non sapevano nemmeno che ci fossero, delle necessità, e a furia di correr dietro ai sogni giustificavano scelte e azioni con opinioni schierate dietro trincee di invidia o adorazione. Un tifo da stadio, emotivo e contrastante. Fraintendersi era un attimo ma altrettanto non lo era scusarsi o ammettere una sola colpa. Del resto, erano tempi in cui tutto era permesso, perché tutto era in divenire e mai da definire.

Quanto già costruito da chi prima di noi sfumava nel vento e all’orizzonte si addensavano nubi nere cariche di facili metafore. Dalla tranquilla e protetta insenatura in cui galleggiavamo, la tempesta ci spingeva in mare aperto. Per resistere servivano menti affilate e cuori di stagno. Gente che, insomma, sapeva cosa fare, come fare e quando fare. Gente ben disposta ad aiutarti, a patto che tu già sapessi cosa fare, come fare e quando fare, e non rubassi loro tempo e spazio. Epoca di paradossi e paure. Galleggiavamo in preda a forze opposte e incompatibili, a volte incomprensibili. Per essere inghiottiti bastava un attimo.

È sempre stato così, ci dicevano. Funziona così, è giusto così. Noi ci fidavamo, ringraziavamo pure, e continuavamo ad acquistare skills sempre più performanti, per usarle come armi in guerre virtuali. Mutavamo forma, colore e consistenza. Indossavamo esoscheletri fatti su misura in base alle esigenze del momento, perché era un’epoca dinamica, flessibile, trasversale. Mondana, nel senso di gente che girava il mondo. Travellers. Non potevamo chiedere di meglio, e abbracciare le nuove possibilità era la vera sfida. In una parola: fratricidio.


Eduardo Saverin (A. Garfield) e Mark Zuckerberg (J. Eisenberg) dopo la rottura e la causa per la proprietà intellettuale di Facebook, nel film The Social Network (2010) di David Fincher

Cosa di noi sarebbe stato tra due o tre generazioni nessuno lo sapeva. L’alba di una nuova Solaria riecheggiava nel tonfo metallico di sotterranee fabbriche di Plumbei. Il futuro era una previsione lontana, sardonica e apocalittica. Lo dicevano tutti gli opinionisti in un mondo popolato da opinionisti che quando non facevano gli opinionisti fondavano start-up o movimenti. C’era fermento. Preoccupazione. Comunità. Isolamento. Provocazione. Si discuteva e si ragionava.  Ci si scontrava. Si mangiava, e tanto e bene pure, e se ne parlava tanto, di cibo. Ma si mettevano anche le bombe e si lanciavano i camion sulle folle e si linciavano poveri cristi che affogavano in mare.

C’era paura, e si sdrammatizzava con la satira. Parecchia satira. La goliardia teneva banco ma si finiva spesso per spaccare la faccia a chi faceva satira che, dicevano, non faceva ridere, non era rispettosa. Poi si davano opinioni sulla satira e su chi spaccava la faccia a chi faceva satira. Era un’epoca di contraddizioni e sfide, dove i lavori bisognava crearli, non cercarli. L’epoca dei creativi e delle creative campagne di sensibilizzazione per tutelare i creativi che le realizzavano.

Tutto era saturo, tutto era già visto, tutto era già sentito, tutto era già detto. Cosa volevamo noi, cosa avevamo da dire, cosa cercavamo? C’era rabbia, vero, e tutti provavano a dare la soluzione e avevano in mano migliaia, forse milioni, che dico: miliardi di soluzioni giuste e pronte all’uso, eppure qualcosa sfuggiva sempre. C’erano opinioni contrastanti a riguardo.


Mark Zuckerberg faccia a faccia con Jesse Eisenberg nel monologo di apertura del Saturday Night Live su The Social Network insieme ad Andy Samberg

Noi stavamo lì, a pregare che tutta quella confusione venisse stipata in una gigantesca astronave, un’Arca intergalattica spedita a velocità di crociera verso il pianeta Golgafrincham. Pregavamo ogni notte, visto che le parole nostre nessuno le ascoltava. Del resto avevamo i sogni. A volte astratti, complessi, tutto sommato irrealizzabili. A volte pratici, semplici, tutto sommato irrealizzabili. Sogni, ovviamente, da costruire sulle spalle di ciò che chi prima di noi aveva costruito e ora sfumava nel vento per via della nostra ingordigia, delle nostre pretese.

Così dicevano. Dovevamo vergognarci. Era un’onta. Una fonte di imbarazzo. Ci sentivamo debitori fortunati. Disagiati di lusso. Camminavamo all’ombra, a testa bassa, covando rabbia ed elemosinando dignità. Ci lanciavano le briciole e ci pestavano le dita se osavamo prenderle. Nascosti sotto al tappeto insieme all’unto, a chi fregava di quel grigiore popolato da portatori sani di mediocrità e insuccesso e poca voglia di fare? Cani appestati di banalità e fallimento, di monotonia e noia. Eravamo la peggiore generazione.

«Val più uno sbadiglio nella mia esistenza o cento applausi nella vostra?», un giorno uno di noi provò a chiedere. Ma nessuno l’aveva capito, o sentito, e di gridare o spiegare non importava, a quell’uno lì. Fatto sta che i suoi lunghi sbadigli, le sue quiete e incomprese parole, la sua raccolta banalità e tutto ciò che alimentava il fuoco dell’ordinarietà gli era stato vietato di ostentarlo, per poi essergli tolto. Archiviato prima e stipato poi in una scintillante astronave lanciata alla velocità della luce contro il sole. Eccola, l’Arca B per cui pregavamo. L’aveva creata una brillante start-up di cervelli in fuga. Liberava il mondo dai pensieri noiosi, monotoni e banali. Tante opinioni in merito. Contrasti frizzanti. Obiezioni argute.


Eduardo Saverin scrive l’algoritmo di Facemash, uno dei primi esperimenti alla base di Facebook, in The Social Network (2010)

Dopo otto minuti di viaggio l’Arca era esplosa in una pioggia di fuochi d’artificio. Applausi. Dubbi. È stato un successo. È tutto finto, ci mentono. Noi li ammiravamo dal basso della nostra mediocrità. Seduti, in silenzio, uno di fianco all’altro, sul ciglio del baratro della memoria.

Ogni tanto qualcuno rideva. Ma non parlava.
Ogni tanto qualcuno piangeva. Ma non parlava.
Ogni tanto qualcuno si sentiva allegro, o depresso, o stanco o che ne so io. Ma non parlava.
Nessuno parlava. Perché a nessuno era data parola.

Ognuno di noi sapeva bene di essere solo, e sapeva che mille finestre sul mondo, diecimila chiacchiere all’orecchio, centomila pensieri lucidi o confusi, non bastavano. Non bastavano dieci abbracci, cento sorrisi e mille frasi di conforto e amicizia a farti parlare davanti a quello spettacolo. Ognuno guardava su, e dentro sé sperava che ogni volta che qualcuno si alzava per buttarsi di sotto, un Bing Bong col carretto scassato fosse pronto a sacrificarsi per farlo tornar su. Ma finita la festa, sul ciglio del baratro della memoria eravamo sempre e solo uno di meno. A tornare era il buio, e l’indistinto eco di mille opinioni che sentivano il bisogno di dirci come tutto sarebbe stato diverso se.


Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila