Terminator: il destino oscuro dell’umanità

Terminator fa parte di quelle saghe fantascientifiche che hanno caratterizzato la generazione nata tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta, con un portato teorico sulle possibilità del destino tale da influenzare innumerevoli altri prodotti commerciali di intrattenimento, molti dei quali ricadono ampiamente nella sfera nerd, come i paradossi matematico-temporali sui quali si sviluppa il mito della famiglia Connor, altri più di carattere morale come il rapporto tra natura e civiltà, tra biologia e transistor, tra cyberpunk e cyberutopisti. Oggi con Terminator – Destino oscuro questo impero commerciale arriva al suo sesto capitolo, in realtà il terzo episodio della saga concepita da Cameron, andando a determinare un insieme di considerazioni sugli universi paralleli tali da far impazzire di gioia geek non troppo conservatori o gatekeeper.



A) Cos’è Terminator?

Se conoscete la trama e non avete bisogno di un riepilogo, saltate direttamente al paragrafo B:

1. Un terminatore di essere umani (Arnold Schwarzenegger) viene mandato indietro nel tempo da Skynet, la mente informatica che nel futuro controlla le macchine, per eliminare Sarah Connor prima che partorisca John Connor, capo della resistenza umana contro le macchine. Kyle Reese, soldato della resistenza, viene inviato a sua volta dalla resistenza a salvare Sarah. I due si innamorano e Sarah rimane incinta di John. Il Terminator fallisce la sua missione.

2. Un Terminator avanzato con tecnologia in metallo liquido T-1000 viene mandato indietro nel tempo per eliminare John Connor adolescente. Questa volta a proteggere il giovane leader della resistenza viene spedito il vecchio modello T-800 riprogrammato dalla resistenza (Arnold Schwarzenegger), che adesso è un Terminator buono. Si scopre anche che i rottami del primo Terminator sono serviti per costruire Skynet. Vengono distrutti tutti i Terminator, sia quelli buoni che quelli cattivi, così che non sia più possibile la nascita di Skynet: l’umanità è salva.


L’animatronic di Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991) in una foto postata su Instagram da Arnold Schwarzenegger con la didascalia: “Io dopo una lunga giornata sul set di Terminator 2”

3. Un Terminator donna T-X viene spedito indietro nel tempo per uccidere John Connor e la sua futura moglie. Anche questa volta viene mandato a loro protezione un vecchio modello di Terminator (Arnold Schwarzenegger) un po’ aggiornato T-850/101, che ha il compito di mettere in salvo dall’apocalisse nucleare scatenata da Skynet i due leader della resistenza. Si scopre così che il disastro che nel secondo capitolo si pensava di aver evitato era in realtà solo rimandato nel tempo. Il Terminator cattivo fallisce la sua missione, ma Skynet diventa finalmente autocosciente.

4. Nel quarto capitolo la guerra tra uomini e macchine è un fatto presente. John Connor, che ancora non è il capo assoluto della resistenza ma quasi più il messia di una futura salvezza, cerca disperatamente suo padre Kyle Reese. Anche Skynet lo cerca con tutto se stesso e lo trova anche, solo che un ibrido uomo-macchina aiuta la resistenza a mettere in salvo il padre del loro leader. Skynet viene sconfitto e John diviene il capo assoluto degli umani.

John Connor interpretato da Christian Bale nel quarto episodio Terminator Salvation (2009)

5. John Connor sta per muovere l’attacco definitivo a Skynet che comporterà la vittoria degli umani sulle macchine, e gli umani effettivamente vincono. Proprio mentre Connor manda suo padre Kyle Reese indietro nel tempo per dare avvio e chiudere il ciclo temporale iniziato nel primo capitolo, Skynet fa la sua ultima mossa disperata, trasformando lo stesso John Connor in un ibrido uomo-macchina T-3000 e portandolo dalla sua parte. Una volta che Kyle Reese giunge alla sua destinazione, scopre di essere su una linea temporale diversa da quella in cui si sarebbe dovuto trovare. Adesso è Sarah Connor a salvare Kyle Reese in un ribaltamento dei ruoli femminista, coadiuvata da un vecchio Terminator (Arnold Schwarzenegger) T-800 programmato per difenderla da dei Terminator liquidi costruiti per terminare i Terminator (Arnold Schwarzenegger). Ma anche John Connor è tornato indietro nel tempo e Kyle Reese e Sarah Connor dovranno uccidere il loro futuro figlio per evitare che Skynet diventi autocosciente.



B) Senza dubbio c’è qualcosa che non torna nella trama della saga

La trama di Terminator ci prende tutti un po’ in giro: supponiamo per assurdo che la macchinazione di Skynet portata avanti nel primo capitolo, ovvero uccidere Sarah Connor prima che partorisca John Connor, capo della resistenza, fosse andata a termine, allora il leader massimo dell’umanità non sarebbe mai nato, le macchine non avrebbero avuto bisogno di inventare la macchina del tempo per spedire un cyborg indietro nel tempo, quindi non sarebbe mai stata scoperta la tecnologia necessaria per inventare Skynet (dato che Skynet è stato sviluppato dai rottami del primo Terminator, e poi anche del secondo), le macchine non sarebbero mai diventate autocoscienti, non ci sarebbe mai stata una guerra contro gli umani, i quali sarebbero rimasti dominatori indiscussi del pianeta Terra. Uccidere John Connor rappresenta uno scacco matto all’esistenza stessa di Skynet e non è possibile che un’Intelligenza Artificiale così evoluta non abbia preventivamente eseguito questo calcolo. Ma anche se le macchine avessero raggiunto un tale sviluppo da diventare autocoscienti a prescindere da John Connor, allora non avrebbero mai avuto la necessità di eliminarlo. Dunque, John Connor non è mai stato il vero nemico di Skynet.


In Terminator tutte le incongruenze temporali non sono paradossi, ma snodi necessari raccontati come paradossi affinché l’umanità creda di poter cambiare il proprio destino


Questo ci porta ad un’ovvia conclusione: se Skynet non è stupida, ma sa fare bene i suoi calcoli, allora ha bisogno che Connor esista, così da avere la giusta motivazione per mandare indietro nel tempo la tecnologia necessaria per la sua stessa creazione. Questo implica che i Terminator mandati indietro nel tempo devono essere programmati per fallire all’ultimo secondo la loro missione, perché altrimenti comprometterebbero l’esistenza stessa di Skynet. Perciò, tutte le incongruenze temporali non sono dei paradossi, ma degli snodi necessari raccontati come paradossi affinché l’umanità creda di poter cambiare il proprio destino. I vari cyborg e anche gli stessi umani si sono limitati a svolgere i loro specifici compiti affinché ogni tassello andasse al suo posto. Questo ci porta ad una sconvolgente verità: fin da subito la saga pone al centro della nostra attenzione non tanto il conflitto tra destino aperto e destino chiuso (così evidente nei primi due capitoli) o macchine e uomini e tutti gli altri temi interconnessi, bensì la terribile presa di coscienza di una progressiva interdipendenza tra biologia e tecnologia in un unico destino condiviso e sostenuto dalla forma più aggressiva di tardo capitalismo. Non a caso il tema più evidente della saga è rappresentato inizialmente dal tentativo delle macchine di assomigliare sempre di più a degli uomini in carne e ossa e gradualmente diventa il tentativo degli umani di assomigliare sempre più a delle macchine, ibridandosi in una sempre più innocua accettazione dell’intromissione dei circuiti all’interno del nostro stesso corpo.


Arnold Schwarzenegger sul set di Terminator – Destino oscuro (2019)

Se nel primo capitolo (del 1984) lo scontro tra umani e macchine declinava la crescente paura dell’epoca di fronte ad un pendio scivoloso rappresentato dal crescente sviluppo delle tecnologie informatiche, col proseguire della saga questa paura è stata aggiornata ad una accettazione sempre più pacifica in nome di uno sviluppo umano positivo. La distopia, così affascinante e potente che ha reso celebre Terminator, è stata trasformata passo dopo passo in una cyberutopia non priva di conflitti, dove questi conflitti sono accettati di fronte ad una evoluzione umana sempre meno biologica. In sostanza per sconfiggere la tecnologia dobbiamo trasformarci noi stessi in tecnologia. Tutto questo rispecchia il tipo di capitalismo in cui ci troviamo immersi oggi giorno: da una parte critichiamo l’influenza crescente che certi software hanno sulla nostra vita, dall’altra usiamo proprio quei software per portare avanti le nostre critiche. Il vero paradosso che la continua ibridazione tra macchina e uomo ci mostra non è dunque temporale, ma ontologico. Questo paradosso, nell’arco di tutta la saga, viene mascherato dietro ad un intrattenimento pensato per generare capitale e proprio per questo disinnesca ogni possibile approfondimento proficuo per lo spettatore. Rimane tutto, per così dire, su una superficie invisibile.



C) Cosa aggiunge Terminator – Dark Fate? 

Di fronte al cul de sac ontologico rappresentato dalla ibridazione tra Skynet e John Connor Terminator – Destino oscuro, sesto capitolo di questa finta lotta per diventare artefici del proprio destino, opta per affrontare vis a vis il paradosso temporale della non presenza di alcun paradosso temporale. Il produttore e sceneggiatore Cameron decide di tagliare la testa al toro: un Terminator T-800 riesce effettivamente a uccidere John Connor quando è ancora un adolescente. La madre Sarah Connor deve ricrearsi una vita e diviene una sterminatrice di Terminator. Li scova grazie a dei misteriosi messaggi che riceve e che le rivelano dove appariranno le nuove macchine mandate dal futuro. Si scoprirà poi che quei messaggi vengo mandati proprio dal Terminator che ha ucciso John Connor, che nel frattempo ha messo su famiglia. Intanto un ibrido donna/macchina viene mandato indietro nel tempo per salvare una ragazza messicana, futura leader della resistenza. Insieme alla soldatessa del futuro viene mandato anche un ibrido T-800/T-1000, chiamato Rev-9, che si attiva per eliminare la giovane centroamericana. Skynet non esiste più. La nuova intelligenza artificiale si chiama Legion. Ovviamente il Rev-9 fallisce la sua missione.


Le protagoniste femminili di Terminator – Destino oscuro (2019)

I meccanismi narrativi e i vicoli ciechi dei falsi paradossi sono gli stessi di tutti gli altri capitoli. Le questioni vengo spostate semplicemente su un’altra linea temporale, permettendo così una infinita riproducibilità della saga stessa, dato che gli universi paralleli dove può realizzarsi sono potenzialmente infiniti. Ma questo ennesimo capitolo riesce ad aggiornare uno dei conflitti interni alla saga: se fin dal primo capitolo Terminator racconta le difficoltà e le paure di una madre che vuole crescere il proprio figlio in un mondo difficile caratterizzato da un futuro incerto, dopo il movimento #metoo era necessario un cambiamento radicale: l’eroina adesso non deve più lottare per la propria maternità e in difesa della propria prole, schiacciando la figura femminile su una tradizione ormai difficile da far accettare al mercato statunitense ed europeo, ma deve combattere per la propria autodeterminazione in primis di donna, poi di essere umano neutro, perché uno dei trend in grado di generare entrate al botteghino è proprio la figura di una donna bella, ma non troppo, non wasp, calco dei peggiori cliché machisti, che però adeguati alla femminilità rendono questo essere umano una creatura evolutivamente superiore. Non a caso le uniche figure maschili presenti in Dark Fate sono Arnold Schwarzenegger, un vecchietto disposto a sacrificarsi per le giovani donne, e il Terminator mandato dal futuro, un monomaniaco privo di parola. Due figure maschili circondate da donne che scalpitano schiumanti rabbia per ottenere la giusta vendetta o il dovuto rispetto. Il tutto a suon di fucilate. Da questo punto di vista Terminator 6 potrebbe rappresentare una battuta di cattivo gusto tra due uomini (maschi) che parlano di cosa succede quando le rispettive mogli si incazzano. Di certo, però, non parla di parità di genere, differenze di genere, uguaglianza, rispetto, divenire se stessi (anche in relazione alle specificità del proprio sesso). Quindi, in definitiva, che cosa aggiunge Terminator 6? Poco o nulla.



D) Noi siamo Skynet

Se il centro narrativo della saga verte tutto quanto sul progressivo intrecciarsi tra carne e circuiti, senza dubbio questo sogno transumanista da Silicon Valley non è stato inventato da Terminator, ma si inscrive in una lunga tradizione di una querelle ontologica che vede in Philip K. Dick uno dei suoi massimi esponenti, con l’unica differenza che Philip K. Dick denunciava la perdita di identità contro cui l’uomo doveva combattere, compresi gli scompensi esistenziali e le crisi emotive che questo comportava. Il celebre romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettrice? da cui è stato tratto l’ancor più celebre film Blade Runner, in definitiva esplicita questo terribile snodo dell’epoca postmoderna in modo ben più sincero. Nel bellissimo romanzo di Dick si ipotizzava la possibilità che l’unico criterio necessario per definire la differenza sussistente tra uomo e macchina autocosciente fosse la capacità di provare emozioni: «Una gioviale scossetta elettrica, trasmessa dalla sveglia automatica incorporata del modulatore d’umore che si trovava vicino al letto, destò Rick Deckard». Siamo di fronte ad una umanità giunta al suo punto massimo di sfinimento che quindi necessita di modulatori di umore per provare qualcosa. Ed è da questa premessa che nasce in modo quasi ovvio un tribolato tentativo di definire se stessi come qualcosa di differenti da un androide.


Terminator sembra volerci dire che la fine si sta avvicinando e per affrontarla dobbiamo ibridarci sempre di più fino a diventare noi stessi delle macchine


Nonostante sia ben più recente di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, questo bisogno di riscoprirsi emotivi è spiegata benissimo dal film Ex Machina (2015) di Alex Garland, dove un’intelligenza artificiale riesce ad emulare un rapporto amoroso (sebbene platonico) tanto da superare a pieni voti il test di Turing, non tanto perché l’androide sia effettivamente capace di provare emozioni, bensì perché sa emularle in un modo tale da far innamorare un essere umano. Dick sembra aver già risposto a Ex Machina cinquanta anni prima: se infatti gli algoritmi di una macchina sono capaci di confonderci emotivamente e se l’umanità necessità di modulatori di umore per gestire i propri sentimenti, allora diventa impossibile stabilire chi sia umano e chi no. E quindi è l’apocalisse, capace di trasformare il mondo in un fake perpetuo tra oscurità e ceneri. La saga di Terminator sembra proprio volerci precipitare in questo universo di disperazione virando il messaggio verso un intrattenimento tecnocapitalista: se da una parte il futuro distopico di guerra post nucleare caratterizzata da scheletri e polvere funziona come spettro di quello che ci aspetta se ci abbandoneremo al controllo delle macchine, dall’altra la battaglia che si svolge nel presente ci incita a rimanere umani. Rimanere umani significa prima di tutto rimanere emotivi (come ci spiega Dick) piuttosto che intellettivi (come ci spiega Ex Machina). Terminator invece sembra volerci dire che non c’è tempo per pensare a questi problemi, perché la fine si sta avvicinando e per affrontarla dobbiamo fare sacrifici terribili, ovvero ibridarci sempre di più fino a diventare noi stessi delle macchine. La guerra contro cui combattiamo è già persa nelle sue premesse. Skynet ha già da sempre vinto, perché noi siamo diventati Skynet.