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Sotto i colpi della Pop Art

La mostra a Palazzo Strozzi e il cortocircuito della Pop Art tra Andy Warhol e Robert Indiana, Herbert Marcuse e Umberto Eco

A Palazzo Strozzi, la mostra a cura di Vincenzo de Bellis e Arturo Galansino intitolata American Art 1961-2001 – Da Andy Warhol a Kara Walker, a Firenze dal 28 maggio al 29 agosto, permette di seguire un percorso storico dei contrasti sociali ed estetici nell’arco di tempo che va dall’entrata degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam all’attacco alle Torri Gemelle. Il fuoco è la Pop Art, inquadrata in un periodo molto lungo che la vede trasformarsi in una vera e propria pletora di movimenti artistici e concezioni estetiche individuali sempre più difficili da definire sotto manifesti programmatici, tanto che le intenzioni di un Robert Indiana e quelle di un Paul McCarthy (due artisti che stanno dallo stesso lato della critica alla società) non sono poi così facilmente equiparabili se in mezzo ci metti i vari Andy Warhol.


A Firenze, 80 opere di artisti come Andy Warhol, Mark Rothko, Bruce Nauman, Barbara Kruger, Robert Mapplethorpe, Cindy Sherman, Kara Walker


Così, bisogna dirlo, l’esposizione risulta piuttosto confusionaria e generalizzante, senza un percorso tematico preciso se non l’appartenenza a una determinata epoca in un determinato periodo storico di tutti questi artisti. Insomma se ne fa di tutta l’erba un fascio, anche se l’unico elemento che certamente accomuna queste opere è la descrizione quasi ossessiva di quella forma specifica di repressione che la società dei consumi mette in atto ai danni dei singoli individui, rendendoli nevrotici e paranoici, con l’unico paradossale, ma oggigiorno assolutamente ovvio risultato di un ribaltamento della critica mossa dal filosofo Herbert Marcuse negli anni ’50 alla società che lui viveva e vedeva.



Quando Marcuse sviluppò le premesse della filosofia sociale di Freud che sosteneva la sostanziale incompatibilità tra civiltà e progresso, voleva sottolineare la natura repressiva della società nei confronti dell’individuo, costretto a reprimere il proprio Eros e quindi a rinunciare alla propria felicità. Tale rinuncia avrebbe determinato l’insorgenza dei vari disturbi psicologici, come le varie nevrosi e psicosi, che il paziente (ovvero il cittadino inserito nella società repressiva) avrebbe dovuto sanare attraverso un percorso di psicoanalisi alla fine del quale la persona “guarita” sarebbe stata capace di reintrodursi in quella stessa società che lo aveva fatto ammalare. Uno strano paradosso che poneva la psicanalisi in una posizione di complicità e rassegnazione verso quei meccanismi che appunto additava come i principali colpevoli nella narrazione che metteva in campo.

Poco dopo la sconvolgente analisi di Marcuse apparivano nelle più importanti gallerie occidentali le opere che oggi etichettiamo come Pop Art, una corrente estetica molto difficile da definire in quanto non si è mai strutturata sotto a un manifesto capace di descriverne e catalizzarne gli sforzi di artisti eterogenei e talvolta non conciliabili tra loro, soprattutto dal punto di vista di posizionamento politico, ma che avevano un punto cardine comune intorno a cui ruotavano: la rappresentazione di quella società di massa emersa dopo la fine della seconda guerra mondiale che negli anni ’50 e soprattutto negli anni ’60 si caratterizzò per essere una società dei consumi. La posizione dei vari artisti verso tale società non affatto univoca, perché alcuni procedono con una esaltazione delle tecniche che hanno permesso un tale sviluppo dell’umanità, mentre altri la criticano fortemente.

Nel 1964 Umberto Eco descrive la Pop Art come un’esibizione con la quale la cultura d’avanguardia si impadronisce degli stilemi del kitsch ricomponendoli in un nuovo sistema di segni e quindi di significati, individuando i più volgari e pretenziosi simboli grafici dell’industria pubblicitaria e mettendoli al centro dell’attenzione in modo morboso e ironico. Nello stesso anno Clement Greenberg identifica la Pop Art come una risposta all’espressionismo astratto nella direzione delle cose transitorie della società e come tale la accusa di una superficialità che non le permetterà di sopravvivere alla generazione che l’ha creata, perché al variare dei consumi non sarà più in grado di veicolare alcun messaggio. Probabilmente la verità sta un po’ a metà tra Eco e Greenberg, ma senza dubbio rimane il fatto che la cultura alta assume come oggetto di riferimento estetico il kitsch, cioè la produzione di massa di oggetti di cattivo gusto possibile solo nella società dei consumi.



Il consumismo (a costo di risultare ridondanti) può essere definito come quel comportamento caratterizzato dalla ricerca di sempre nuovi e maggiori consumi privati, senza riferimento a effettivi bisogni naturali. Una delle sue principali azioni sull’individuo si estrinsecherebbe tramite l’azione di persuasione delle aziende produttrici dei beni consumo, azione caratterizzata dalla esplicita volontà di manipolazione delle scelte dei consumatori attraverso la pubblicità e tramite l’associazione fra prestigio, successo, riconoscimento e (appunto) consumo. La Pop Art, volente o nolente, si trova a descrivere questo fenomeno e così facendo lo mette in evidenza, mostrandone le contraddizioni, sia quando ci si trova di fronte a un artista entusiasta del fenomeno (come Andy Warhol) sia quando si vedono le opere di un artista fortemente critico (come Robert Indiana).


La Pop Art, volente o nolente, si trova a descrivere il fenomeno del consumismo e così facendo lo mette in evidenza


Il lavoro di Warhol – e le scatole Brillo in particolare – è emblematico del ribaltamento che la Pop Art ha subito nel corso dei decenni. Warhol che potremmo anche chiamare l’Entusiasta, e che proprio per questo suo entusiasmo è stato uno dei pochi capaci di trovare il riflesso vitale nella industrializzazione dello spirito e della percezione delle singole persone dal secondo dopoguerra in poi (la sua capacità di descrivere i sentimenti di Jacqueline Kennedy in un modo che ancora oggi, dopo tanti anni, riesce a commuovere).


Andy Warhol, Sixteen Jackies (1964)

Con le scatole Brillo, Warhol decide di realizzare un’opera d’arte che riproduce delle scatole di detersivo negli anni ’60. Questo atto rappresentava l’affermazione convinta che i grafici del marketing fossero in realtà degli artisti, ma al contempo determinava un’ambiguità, perché tali artisti creavano capolavori per vendere un prodotto. Le scatole Brillo sono quindi un omaggio al marketing, ma al contempo possono essere osservate come un tentativo di porre l’accento sulla pervasività del consumismo, allertando così le persone della pressione manipolatoria e inconscia che la pubblicità esercita.

Mentre le osservavo nei corridoi di Palazzo Strozzi, mi sono reso conto che tutti, me compreso, le stavano fotografando. L’atto di fotografarle con un cellulare in modo del tutto acritico agiva nelle persone esattamente come se quella forma d’arte fosse in sé e per sé essa stessa pubblicità. Una ragazza accanto a me, che ho seguito con interesse sempre maggiore, proseguiva nel percorso espositivo passando da una nota app di acquisti online all’osservazione di tutte quelle opere che cercavano di metterla in guardia da quella società che definiamo consumistica. Un passaggio, quello dalla app di acquisti all’opera d’arte, che oggigiorno non produce più alcun contrasto, ma si posiziona in un continuum omogeneo e immanente a se stesso, perché quelle opere si sono trasformate, loro malgrado, in un incitamento al consumo.



Basti pensare alla celeberrima opera di Robert Indiana che rappresenta due cartelli, su uno dei quali c’è scritto Eat e sull’altro Die. La reazione della ragazza, una volta vista l’opera, è stata quella di andare a vedere cosa mangiare per pranzo, un po’ come se quel Die avesse perso il proprio significato e fosse diventato una battuta simpatica fatta da un pubblicitario di successo che ha come effetto quello di manipolarci nel nostro consumismo – un consumismo di cui siamo consapevoli e di cui quindi possiamo ridere insieme a lui. Durante la proiezione di un video di Bruce Nauman dove l’artista si cosparge di una tintura rosa, la ragazza ha controllato il costo dei trucchi per il suo viso, convincendomi sempre di più che oramai la pubblicità è diventata un momento del nostro inconscio – dove per nostro intendo anche del mio, che non sono altro che un analogo della ragazza che ho spiato e antropologizzato, con un tipo di voyeurismo che è esso stesso una psicosi della contemporaneità.


Il cortocircuito della Pop Art rende chiaro come un messaggio con una certa intenzione sia stato pervertito, tanto che non ci è neanche più possibile distinguere cosa sia una sirena d’allarme e cosa una pubblicità


Voi direte: lo sappiamo già, sappiamo già tutto, non importa che tu ce lo ripeta, eppure è lampante come il confronto con il cortocircuito della Pop Art renda improvvisamente chiaro come un messaggio con una certa intenzione sia stato definitivamente pervertito dalla costante pressione esercitata dalla società su di noi, tanto che non ci è neanche più possibile distinguere cosa sia una sirena d’allarme e cosa una pubblicità. L’agente produttore del malessere e la sua cura si sono fusi insieme nelle profondità della nostra psiche, e noi confondiamo le intenzioni che si legano alle pulsioni. Se per Marcuse un’espressione più libera del proprio Eros sarebbe stata una ottima soluzione per evitare nevrosi e psicosi, oggi è esattamente l’opposto, perché questa libertà è l’esatta manifestazione, la precisa convivenza di malattia e cura. E da qui, dal cortocircuito di una Pop Art che da critica complessa diventa inconscia esaltazione e partecipazione del meccanismo pubblicitario, non si sa bene come ne uscirà l’umanità.