Sogni lucidi tra arte e tecnologia

Intervista ad Andrea Gaggioli, professore e ricercatore sul benessere e il potenziamento individuale e sociale della realtà virtuale

Quando da bambino sognavo di diventare inventore, il mio più grande desiderio era costruire una macchina che potesse proiettare nella realtà i pensieri di chi la usa. È per questo che non ho nascosto il mio entusiasmo ad Andrea Gaggioli, professore di Psicologia all’Università Cattolica di Milano, quando mi ha detto che questa “macchina di sogni lucidi” è teoricamente possibile e tecnicamente plausibile.
«Le leggi della fisica così come le conosciamo permettono di raggiungere la velocità della luce» esemplifica Gaggioli, «è teoricamente possibile. Ma se chiedi a un fisico se è anche tecnicamente plausibile ti dirà di no, o chissà quando. Con dei fondi adeguati, invece, credo che sarebbe possibile realizzare una macchina del genere in una decina anni». Purtroppo non sono milionario, dunque mi rivolgo direttamente a te, auspicabile mecenate: se avrai la pazienza di seguirci in questo dialogo capirai che si tratta dell’investimento giusto da fare.

Ho conosciuto il professor Gaggioli in occasione dell’incontro “Realtà virtuale e psicologia” presso la sede romana della 8 Production, per il ciclo Liveonhub. Eravamo entrambi relatori e Andrea ha subito attirato la mia attenzione parlando del suo progetto in VR Emotional Labyrinth, sviluppato in collaborazione con Sergi Bermudez i Badia e Mónica S. Cameirão del Madera Interactive Technologies Institute. Nelle sue parole, si tratta «del primo esempio di applicazione della realtà virtuale emotionally-adaptive per la salute mentale. Finora le applicazioni di realtà virtuale si sono basate su oggetti e spazi prefatti. In questo progetto, invece, suggeriamo un approccio diverso, in cui il contenuto di un mondo virtuale viene generato in modo procedurale a runtime (cioè attraverso mezzi algoritmici) in base alle risposte emotive dell’utente. In questa esperienza di VR, l’utente cammina attraverso un labirinto senza fine, la cui struttura e i cui contenuti sono generati automaticamente secondo quattro stati emotivi fondamentali: gioia, tristezza, rabbia e paura.

Durante la navigazione, gli stati affettivi sono rappresentati dinamicamente attraverso immagini, musica e metafore visive, scelte per rappresentare e indurre degli stati emotivi. In questo modo l’utente è in grado di riconoscere e modulare le proprie impressioni, imparando a gestirle meglio. Se mi permetti una semplificazione, la meta del progetto è arrivare a costruire un congegno in grado di far vivere a chi lo prova un’ “esperienza trasformativa”, ovvero uno stato mentale affine alle conversioni religiose e alle esperienze mistiche, grazie alle quali si diventa in grado di operare una radicale ricostruzione positiva della propria psiche».


Una parte dell’elaborazione in realtà virtuale nell’Emotional Labyrinth

Dopo che mi ha spiegato il suo interessante progetto, ho proposto al professore un salto speculativo: in futuro che aspetto potrebbe avere questo strumento? Le evoluzioni possibili, mi spiega, sono fondamentalmente di due tipi. Anzitutto si può implementare nell’ambiente virtuale degli elementi narrativi più raffinati di quelli presenti nell’Emotional Labyrinth. Questi elementi si dovrebbero basare su una conoscenza pregressa dell’utente, magari inserendo elementi personali con un’alta valenza emotiva, come delle foto private, eventi vissuti e così via. In questa forma si tratterebbe di una sorta di Se mi lasci ti cancello al contrario: individuare degli oggetti significativi per stimolare o proiettare certi stati mentali. In seguito Gaggioli mi propone uno scenario che da Se mi lasci ti cancello si muove più verso film come eXistenZ o Matrix. Questi stati, infatti, potrebbero anche essere generati dal soggetto stesso o proiettati dal medico/regista, che diverrebbe così una sorta di dj (o dungeon master) di archetipi personalizzati.


Per renderlo più d’impatto si può implementare nell’ambiente virtuale degli elementi narrativi, magari inserendo elementi personali con alta valenza emotiva, come foto private, eventi vissuti e così via. In una sorta di Se mi lasci ti cancello al contrario


Uno dei limiti di questa tecnologia è che la classificazione e individuazione delle emozioni su cui si basa la generazione dell’ambiente virtuale è ancora grossolana. Che siano delle risposte fisiologiche o il riconoscimento delle espressioni facciali, non c’è ancora un sufficiente consenso scientifico relativamente alle tecniche per rintracciare delle emozioni specifiche – a essere individuabile con una buon margine di precisione è solo il cosiddetto arousal, l’eccitazione ovvero quanto ci eccita uno stimolo esterno, senza però sapere se quest’ultimo ha una valenza positiva o negativa. Più precisi, come anche più dispendiosi e invasivi, sono i metodi basati sul brain imaging. In questo caso si potrebbe raccogliere stimoli più precisi per creare uno storytelling molto più calzante. Non è impossibile: un gruppo di ricerca giapponese è riuscito per così dire ad “estrarre” l’immagine di una farfalla dalla mente che la pensava e rappresentarla visivamente ( Neural Decoding of Visual Imagery During Sleep).


Un passaggio della ricerca Neural Decoding of Visual Imagery During Sleep. Fonte: Sciencemag

È a questo punto che mi sono chiesto se si trattasse di una specie di “macchina per i sogni lucidi”, ma Gaggioli mi ha corretto, perché esiste già una ricerca della dottoranda Alexandra Kitson ( alexandrakitson.com) seguita dal professor Bernhard Riecke della SFU, attorno un congegno in grado di addestrare i sognatori lucidi. Ma quel che intendevo era una macchina che produce dei sogni lucidi – per realizzare l’opposto dell’infausta dichiarazione di Oppenheimer durante il test della bomba atomica tratta dalla Baghavad-Gita: non diventare più «distruttori di mondi», ma costruttori. Che aspetto avrebbero questi nuovi mondi? Ho pensato a quelli di Lynch, non a caso figli delle pratiche meditative che tanto ricordano i processi mentali con cui il cervello costruisce, distrugge e riconosce i suoi stessi pensieri – ovvero il nostro ineludibile mondo. Gaggioli mi segue in questa suggestione e parla di un processo simile a quello delle macchie di Rorschach, in cui degli stimoli neutri vengono subito narrativizzati dal nostro cervello affamato di senso; il processo sarebbe analogo, ma a un livello di definizione pari (o anche superiore) a quello della “realtà”.


Si può realizzare una macchina che produce dei sogni lucidi – per realizzare l’opposto dell’infausta dichiarazione di Oppenheimer e non diventare più «distruttori di mondi», ma costruttori?


La nostra macchina dei sogni lucidi potrebbe stimolare un feedback virtuoso di stimoli che il cervello autointerpreta a livelli sempre più complessi, fino a ottenere un mondo “riconoscibile”. Immagino un processo simile a quello con cui i deep dream di Google producono le immagini a partire dagli algoritmi usati per riconoscerle, con continui rimbalzi tra stimoli e risposte. A questo punto della conversazione eravamo entrambi abbastanza esaltati. Confesso ad Andrea che una tecnologia simile sarebbe un enorme salto di paradigma nel campo delle arti visive e (dunque) dell’esplorazione del sé. Se fossi un artista milionario, così come Anish Kapoor ha acquistato il Vantablack per le sue opere (un materiale nero composto da nanotubi di carbonio, assorbente fino al 99,965% delle radiazioni dello spettro visibile), finanzierei senza dubbio questo progetto immediatamente. «Magari!» mi dice Andrea, «chissà, forse questo articolo capiterà nelle mani giuste e accorcerà il percorso per la realizzazione del progetto». Caro/a mecenate dunque – anzi, oculato/a investitore/trice – adesso è il tuo turno.



In collaborazione con la rivista L’indiscreto