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Se mi lasci ti cancello | 5 minuti prima della scena

Coi suoi riccioli e le sue camicie a scacchi vagamente grunge, Gondry si avvicinò a Jim Carrey, seduto ai margini del set con un cappello invernale in testa e il viso veramente, veramente provato. I suoi occhi sembravano una lastra di vetro rotto. Erano arrossati e non smettevano un solo attimo di versare lacrime. Gondry si sedette accanto all’attore, gli mise un braccio intorno alle spalle per fargli sentire la sua presenza e gli chiese: “Come va?”.
Jim neanche lo guardò. Si strofinò con le mani gli occhi. “Dai su Jim, su, troverai tutte le donne che vuoi, sei Jim Carrey all’apice del tuo successo”.
Nel mentre pensò che gli avrebbe attaccato un altro bottone su quanto l’amava. Ormai lo sapevano tutti quanto gli si fosse spezzato il cuore.

E infatti Jim: “Quando l’ho vista la prima volta non era la prima volta che la vedevo. Stava nel mio destino da sempre e l’avevo sognata ogni notte da quando ero nato. La prima volta che la incontrai di persona era una sera nuvolosa e lei mi salutò allungando la mano dal suo golf di lana verde. I capelli mori che scendevano sulle spalle come una luce oscura. Il suo sorriso che mi faceva impazzire. Nei giorni successivi al nostro primo incontro che non era il nostro primo incontro vagai tra il disperato e l’euforico per la città. Mi sembrava che la vita sulla terra fosse un fenomeno accessorio dopo di lei. I miei amici frenavano i miei impeti fuori luogo: vandalizzavo le automobili parcheggiate, gettavo sassi contro i lampioni, scavalcavo muri tagliandomi col filo spinato, esultavo di fronte al plenilunio, urlavo. La mia mente era imbevuta del pensiero di lei. Organizzavo la mia giornata per incontrarla casualmente. Non la incontravo mai. Mi feci dare il suo numero di telefono. Nonostante esistesse il cellulare, la chiamavo a casa. Mi rispondevano sempre le sue sorelle. Ne aveva troppe, un numero non matematicizzabile. Avevano tutte la voce uguale, ma la sua non la sbagliavo mai, o quasi mai. A dire il vero una volta parlai per venti minuti con una sorella pensando che fosse l’amore della mia vita. Ce ne rendemmo conto quando lei disse: Mark, devo andare! Mark era il suo ragazzo, il ragazzo di una delle sue sorelle. Non ero io”.
Sia Gondry che Jim risero.
“Vedrai che poi starai meglio”, disse Gondry.

Jim senza neanche guardarlo riprese il suo racconto. “Sapeva di argilla, sapeva di terra, mi ero convinto che se l’avessi cotta avrei potuto usarla per edificare la mia casa. Rideva in un modo tale che quando mi schiacciava col suo corpo lei era la mia dimora. Aveva una pelle di alabastro, i nei a ricordarmi della policromaticità del mondo, le lentiggini che affioravano sul naso appena il sole le lambiva il volto. Quando dormivo da solo potevo perdermi la notte a fantasticare su cosa stesse facendo. Avrei voluto essere il fon che le asciugava i capelli, il guanciale che le sorreggeva la testa, la coperta che la riscaldava d’inverno. Quando poi passeggiavamo ridendo, i viali dove era passata non avevano più semplicemente il loro nome, gli uccelli sui rami la recitavano nel crepuscolo, la natura intera era diventata il mio mito totale di lei, le panchine scommettevano con la loro vita sulla sua presenza, la città pregava che sarebbe venuta col cielo, l’avvenire aveva mille nomi e solo l’ultimo era solitudine. L’avvenire imitava i suoi modi così che l’intero creato si modellava sui suoi gesti. Niente era importante come lei. Le avevo dedicato i miei occhi, ceduto le parti del mio corpo che preferiva, scritto lettere nel rimbombo della sua assenza, che quel poco tempo, poco ancora di tempo che ci separava da un bacio all’altro era insopportabile, e così lo riempivo gridando e cantando e recitando tutti i ruoli che l’avrebbero resa contenta nella notte e nel giorno”.


Kate Winslet, Michel Gondry e Jim Carrey sul set di Se mi lasci ti cancello

Poco più in là Kate Winslet iniziò a gridare con un misto di terrore e gioia davanti allo specchio che la sua truccatrice le stava porgendo. Urlava parole sconnesse sul colore dei suoi capelli. Iniziò a saltare a destra e a sinistra roteando le braccia, corse verso Gondry e gli chiese se poteva cambiare il nome al suo personaggio. Doveva chiamarsi Clementine, Clementine cavolo. Jim la osservò da dietro quel muro di lacrime che lo separava dal resto del mondo, poi riprese.

“Pezzi di cielo cominciarono a sgretolarsi e a cadere dall’alto, lenti e inesorabili. Lo spazio intorno a me diventò un loop di corridoi. I volti delle persone se ne andarono e con essi anche lei. Scomparsa come scompare la memoria quando si muore. E tutto diventa decolorato. Tutto è un neon che non funziona più. Si spegne senza avvertire. Ti lascia a brancolare. Fosse almeno ancora il 2009, quando non avevamo niente se non l’un l’altro. Magari fosse ancora quel 2009, avrei ancora dieci anni per poterla guardare e tenerla per mano, invece rimangono solo questi pochi cimeli abbandonati a casa mia. E da cui non riesco a staccarmi. Nonostante tutto non vorrei mai, mai e poi mai, assolutamente mai, che la cancellassero dalla mia mente”.

Tirò su col naso. Kate gli sorrise, mentre Gondry lo guardava con una strana attenzione. Poi, quasi con un sorriso, con un tono sognante: “Ma lo sai che sei proprio perfetto per questo ruolo?”


Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila