Se i nostri schermi ci rubano il tempo

L’appagamento immediato offerto con uno sforzo davvero ridotto dai social network fa sì che il cervello sviluppi una dipendenza dagli stimoli offerti durante il tempo trascorso su Facebook, Instagram, Twitter e gli altri social. Le statistiche sul tempo medio trascorso dagli utenti sui social network nel mondo parlano chiaro: in soli cinque anni i minuti spesi sugli account social è aumentato del 50%. Nel 2012 il tempo medio trascorso sui social network era di 90 minuti, nel 2013 di 95, nel 2014 di 101 minuti, nel 2015 di 109 minuti, nel 2016 di 126 minuti e nel 2017 di 135 minuti. Questa crescita inarrestabile è una vera e propria manna dal cielo per i grandi social network che hanno come scopo primario quello di mantenerci per più tempo possibile all’interno delle proprie piattaforme. Facebook è un walled garden, una piattaforma chiusa che restringe le funzioni a prodotti autorizzati o, nel migliore dei casi, ostacola il raggiungimento di contenuti o applicazioni su fonti esterne. Non essendo un ente di beneficienza, ma un’azienda che deve fare profitti, Facebook ha fatto della raccolta dei dati il proprio core business. Maggiori sono il numero degli utenti e il tempo medio trascorso sulla piattaforma ideata da Mark Zuckerberg, più grandi possono essere i profitti. Le costanti modifiche dell’algoritmo sono pensate per favorire un utilizzo attivo del social network in modo che i contenuti postati dagli utenti (parole, immagini, video e link) possano contribuire a una loro profilazione sempre più raffinata. Il concetto di walled garden è spiegato in maniera molto chiara da Alberto Puliafito su Slow News:

Il più grosso walled garden di oggi è Facebook. Erroneamente interpretato da molti (in primis gli editori, ma non solo) come una piattaforma di distribuzione dei propri contenuti (in virtù del fatto che ha rappresentato e rappresenta o può rappresentare una fonte di traffico consistente per i siti, anche per quelli di informazione), Facebook ha una sua convenienza propria che sta sviluppando senza mezzi termini. Mantenere l’utente al proprio interno. […] Facebook vuole diventare internet, o almeno, un pezzo consistente di internet. Il suo miliardo e mezzo di utenti è una ricchezza enorme dal punto di vista del database. Più riesce a recintarne al suo interno, meglio è per Facebook. Facebook ti vuole tenere dentro. Ed essersi proposto come fonte di traffico per poi chiudere progressivamente i rubinetti è una strategia perfetta e coerente. Si può scegliere di farne parte, ma bisogna esserne consapevoli.

I contenuti testuali, le immagini e i video caricati direttamente sulla piattaforma hanno una visibilità maggiore rispetto ai link che portano l’utenza fuori da Facebook. Questo perché gli algoritmi di Menlo Park vogliono costringerci a restare all’interno del recinto costruito con abilità nel corso degli ultimi quindici anni. Sia la penalizzazione dei contenuti esterni che le regole del gioco delle fan page sono pensate per costringere gli utenti a pagare per promuovere i propri contenuti e le proprie attività. L’idea di un web libero e di un’architettura digitale degerarchizzata si scontra con un capitalismo che si sta rivelando molto più aggressivo e invasivo di quello “analogico”. L’inganno riesce perché i CEO dei player che dominano la scena mondiale si presentano in maglietta e scarpe da ginnastica, fanno beneficienza q.b., utilizzano le tecniche del pop, incarnano l’ideale del/la self made man/woman ma, soprattutto, forniscono servizi apparentemente gratuiti.


Mark Zuckerberg interpretato da Jesse Eisenberg in The Social Network (2010) di David Fincher

La crisi economica scatenatasi nel 2007 è stata la tempesta perfetta per tutti i servizi digitali gratuiti e freemium che sono andati a conquistare importanti porzioni di tempo prima riservato ad attività a pagamento. Intere filiere produttive nel mondo dei contenuti sono state distrutte dalla compresenza di servizi digitali gratuiti. L’esempio del giornalismo online è forse il più emblematico: la gratuità dell’informazione sui siti internet si è riflettuta sul mercato tradizionale con un’inarrestabile fuga dei lettori da quotidiani e periodici e la conseguente crisi dei segmenti della filiera produttiva, vale a dire le imprese che si occupano della stampa e della distribuzione.


La preghiera del mattino dell’uomo moderno di hegeliana memoria si è trasformata in un flusso costante, sovrabbondante e incontrollato fruito sempre e ovunque attraverso il filtro opaco dei social


Quando propongo ai miei studenti la lettura del quotidiano in classe, i feedback che ne ricevo sono di tre tipi:
1) “Prof, non abbiamo mica sessant’anni che ci dà da leggere il giornale!”;
2) “Non c’è nulla di interessante su questo giornale!”;
3) “Noi quando dobbiamo informarci andiamo sui social”.

La preghiera del mattino dell’uomo moderno di hegeliana memoria si è trasformata in un flusso costante, sovrabbondante e incontrollato fruito sempre e ovunque attraverso il filtro opaco dei social. La migrazione dal contenuto analogico finito a un contenuto digitale infinito e ricco di collegamenti ipertestuali ha moltiplicato a dismisura il tempo spendibile nella fruizione dei contenuti. Con buona pace di chi vuole mandare in soffitta uno dei comandamenti di McLuhan, il medium continua a essere anche il messaggio: i centennials che guardano alle informazioni contenute sui quotidiani come a un’anticaglia sono immersi 24/7 nel flusso di ciò che transita nelle loro timeline. Quando leggiamo o sentiamo parlare della continua espansione del numero di utenti Facebook troviamo spesso utilizzata la metafora della “nazione” o del “continente” con due miliardi e 270 milioni di abitanti. Credo sarebbe molto più efficace parlare di Facebook per ciò che è realmente vale a dire un’azienda con due miliardi e 270 milioni di lavoratori. Lavoratori che producono 24/7, con un’abnegazione e una dedizione paragonabile solamente a quella con la quale si svolge una professione che è anche la nostra passione. Le premesse per questa pandemia di narcisismo e autoreificazione sono molte dal deterioramento qualitativo delle relazioni sociali a un’urbanistica pensata per isolare, dall’individualismo instillato dal sistema capitalismo all’egemonia culturale del modello americano.
In molti casi, i like e i commenti dei social network o le visualizzazioni dei video nelle piattaforme come YouTube diventano metriche spendibili sul mercato della società dello spettacolo prefigurata mezzo secolo fa da Guy Debord.


I like e i commenti dei social network o le visualizzazioni dei video nelle piattaforme come YouTube diventano metriche spendibili sul mercato della società dello spettacolo


In Nosedive, primo episodio della terza stagione della serie Black Mirror, la protagonista Lacie aspira alla perfezione in una società in cui gli individui vengono costantemente valutati da un sistema in cui degli impianti oculari hi tech si integrano con un social network totalizzante assegnando a ognuno un indice di gradimento. L’impegno di Lacie per riuscire ad aumentare il proprio rating da 4.2 a 4.5 (indice che gli consentirebbe di acquistare una casa in un quartiere esclusivo) diventa un’occupazione a tempo pieno, un lavoro che si sovrappone alla sua vera professione e che occupa tutto il suo tempo libero. Dopo una lite con il fratello e con una passante con la quale si è scontrata, il suo rating comincia a scendere precludendole il volo che la deve portare dall’amica d’infanzia che la vuole come damigella al proprio matrimonio. L’orizzonte distopico creato con grande acume dagli sceneggiatori della fortunata serie britannica non sembra essere così lontano.


Il telefono di Bryce Dallas Howard in Nosedive (2016), primo episodio della terza stagione di Black Mirror

Le tecnologie che ci consentono di comunicare riducono costantemente la distanza dal nostro corpo. In pochi decenni siamo passati dai metri che ci separavano da telefono, radio e televisione, ai pochi centimetri di personal computer, tablet e smartphone. La realtà aumentata di prodotti come Google Glass potrebbe essere il passaggio intermedio per arrivare a lenti simili a quelle indossate dalla protagonista di Nosedive. Siamo vicini a una generazione di individui superumani, come ha scritto Andrea Daniele Signorelli su Il Tascabile:

Le mail, le telefonate, le notifiche, gli appuntamenti non saranno più nel nostro smartphone, ma appariranno direttamente davanti ai nostri occhi; aumentando ancor più la nostra capacità di gestirle in tempo reale, qualunque attività si stia svolgendo. E se adesso dobbiamo decidere di prendere in mano lo smartphone per collegarci, nel futuro (che dista solo un paio d’anni) dovremo decidere di toglierci il visore per scollegarci. Una differenza fondamentale: la nostra condizione di base sarà connessa alla rete e al fiume di attività lavorative e non che possiamo gestire con gli headset; per staccare dovremo decidere di levarceli dagli occhi. Questo ribaltamento è però solo un passaggio intermedio. Parecchie aziende – in vantaggio sembra essere Samsung – stanno già brevettando le lenti a contatto smart. Una prospettiva che dista ancora parecchio, ma che integrerà definitivamente il digitale nel corpo umano. A quel punto, forse, ci sconnetteremo solo per andare a dormire; il resto del nostro tempo sarà invece sempre immerso nella rete. Le ricadute lavorative sono evidenti: la nostra costante e immediata reperibilità verrà data ancor più per scontata; così come la capacità di monitorare non-stop tutto ciò che compare sui monitor che, a quel punto, si troveranno letteralmente appoggiati ai nostri occhi.

Quale sarà l’impatto sociale dell’integrazione sempre più stretta fra uomo e macchina? Quali le implicazioni economiche di un tempo libero che verrà colonizzato da motori di ricerca e social network, proprio come nelle distopie di Black Mirror? Ma il capitalismo non avrebbe dovuto crollare su sé stesso creando uomini liberi di appartenersi? Perché, al contrario, il capitalismo ha concretizzato i timori che avevano accompagnato l’ascesa e la diffusione del comunismo?



Il presente brano è un estratto da Cronofagia pubblicato da D editore
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