Rinascimento horrorifico

Spesso l’horror viene considerato un genere di serie B, eppure, se ci pensiamo attentamente, rappresenta il più evidente e importante erede della fiaba, non la fiaba intesa come mera forma di intrattenimento per bambini, ma come quella nobile narrazione che per secoli ha avuto un compito educativo e pedagogico fondamentale. Infatti la morfologia della fiaba è caratterizzata da funzioni narrative molto precise e un andamento codificato: abbiamo una situazione di partenza, caratterizzata da un certo equilibrio, succede qualcosa che rompe questo equilibrio e l’eroe deve compiere un’azione per riportare l’ordine perduto. Nelle fiabe la rottura dell’ordine e le varie azioni riparatrici devono incutere paura, perché solo attraverso questo stato d’animo l’ascoltatore impara a relazionarsi coi pericoli della vita. L’assunto di partenza è che il mondo è pieno di difficoltà e creature di ogni genere pronte ad approfittarsi di noi, bambini ingenui che non abbiamo nessun mezzo per difenderci. Ovviamente le fiabe avevano la capacità di descrivere i pericoli dell’epoca in cui venivano ideate e scritte, rispecchiandone le paure e i valori. Nel momento in cui la modernità ci ha resi meno ingenui, la funzione della fiaba è venuta a mancare, ma il nostro desiderio atavico di vivere quel tipo di esperienza non si è affatto assopito. È così, con l’ingresso del medium cinematografico, che la fiaba si è trasformata in quello che oggi noi chiamiamo horror.


Florence Pugh (a destra) durante uno dei rituali diurni di Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019) di Ari Aster

Il cinema per sua natura è un’arte visiva, ma non dobbiamo dimenticare che in realtà tutti i nostri sensi sono chiamati in causa. Il corpo dello spettatore è un soggetto che si identifica coi personaggi a livelli molto profondi, tali da poter provare, per esempio, una sorta di dolore di fronte a un uomo che viene torturato, attraverso un processo di identificazione fisica. L’horror tende a mostrare immagini estreme per suscitare una reazione forte in chi osserva. Fino a qui sembrerebbe tutto “innocuo”, con l’unico problema che esiste un altro genere cinematografico che tenta di diminuire il più possibile la distanza tra oggetto percepito e identificazione corporea, ovvero la pornografia. In entrambi i casi queste tipologie di film riescono ad avere un certo successo perché lo spettatore mima quel che avviene sullo schermo, andando a infrangere una regola non detta dell’estetica moderna, cioè un certo mantenimento di una distanza tra soggetto e oggetto. Oggigiorno la contemplazione di un’opera d’arte dovrebbe avvenire a una distanza tale che chi osserva è neutrale e se avviene una identificazione, questa deve essere solo psicologica o sentimentale, ma non corporea. Nel caso in cui sia corporea, allora diventa immediatamente una trasgressione. La pornografia e l’horror sono trasgressivi perché violano sistematicamente questa distanza. Solo che violare questa distanza garantisce un buon successo al botteghino, così che il cinema si è piegato per decenni a questa idea che per vendere un film horror basti mettere sullo schermo il porno del dolore fisico.


Maika Monroe in un fotogramma di It Follows (2014) di David Robert Mitchell

È stata quindi una bella sorpresa quando a partire dalla metà degli anni dieci sono cominciate a uscire pellicole horror che non si erano sedute sugli allori della trasgressione, ma che tentavano una nuova, più antica strada (e forse per questo molto più trasgressiva) per incutere paura, ovvero quella della narrazione dei problemi della contemporaneità. Se prendiamo, per esempio, It Follows (2014), vero e proprio apripista del genere, ci ritroviamo di fronte a una storia spiazzante, da incubo, caratterizzata dalla descrizione dei pericoli psicologici derivanti da una cultura che ha fatto della libertà sessuale un proprio punto di forza. Jay è una studentessa. Una sera esce con il suo nuovo ragazzo, un certo Hugh, e i due vanno al cinema. Mentre aspettano l’inizio del film fanno un gioco: uno sceglie una persona e l’altro deve indovinare chi sia. A un certo punto Hugh sceglie una signora vestita di giallo, ma Jay non riesce a vederla. Hugh allora si innervosisce visibilmente e le chiede di andare via dal cinema. I due hanno un rapporto sessuale in macchina, alla fine del quale Hugh seda la ragazza. Quando Jay si risveglia è legata a una sedia. Hugh le spiega che da ora in poi lei sarà perseguitata da una misteriosa entità, che può assumere l’aspetto di chiunque, e questa entità la seguirà ovunque, finché non riuscirà a prenderla e a ucciderla. L’unico modo per liberarsene è passare la maledizione a qualcun altro attraverso un rapporto sessuale.


It Follows, pur parlando di sesso, pur essendo un horror, non ricorre a nessun stratagemma pornografico di mimo, ma usa la tecnica dell’interiorità narrativa


It Follows non si occupa tanto di criticare la sacrosanta libertà sessuale della cultura che racconta, quanto piuttosto di mostrare la fragilità psicologica che comporta in certe situazioni. Memorabile la scena finale, che riesce a coniugare la persistenza della paura a una profondità psicologica tale da diventare descrizione sociale e generazionale. Il film, pur parlando di sesso, pur essendo un horror, non ricorre a nessun stratagemma pornografico di mimo, ma usa la tecnica dell’interiorità narrativa per spingere lo spettatore a un’identificazione esistenziale. Era dai tempi di A Venezia un dicembre rosso shocking che non si assisteva a una profondità di analisi così ben congegnata. La fotografia tipicamente statunitense, capace di richiamare quelle desolazioni dello spirito umano alla Edward Hopper, ha poi aggiunto uno strato di ricercatezza estetica tale da far uscire l’horror da quei generi cinematografici per adolescenti e appassionati del genere: pur rimanendo di nicchia, è diventato un prodotto di più ampio interesse.


Il caprone nero di The Witch (2015) di Robert Eggers

Proprio in questa ottica si può guardare The Witch (2015), capolavoro horror di Eggers – poi regista di The Lighthouse (2019) – dove la narrazione costruita su una suspense continua e crescente trova nel colpo di scena finale un momento esteticamente illuminante, azionando così una lettura a più piani sulla natura umana, facendone un vero e proprio film d’autore. Siamo nel New England del 1630, quando il predicatore William viene processato e allontanato dalla comunità di appartenenza insieme a tutta la famiglia, moglie e cinque figli, a causa del suo estremismo religioso. La famiglia trova così un nuovo posto dove stabilirsi, proprio accanto ad un bosco, col fine di vivere una vita rurale serena, anche se faticosa e solitaria. Tuttavia Samuel, il figlio più piccolo, in una bellissima e terrificante scena, mentre gioca con la sorella maggiore, scompare. In The Witch, se l’azione scenica si svolge in un passato ormai lontano, la capacità di analisi psicologica è tale da descrivere molto accuratamente la contemporaneità, con tutti i suoi tabù. È chiaro che un film così spiccatamente pagano e nero non poteva essere facilmente replicabile, ma senza dubbio ha mostrato la strada da seguire per il filone del satanismo.


In The Witch, se l’azione scenica si svolge in un passato ormai lontano, la capacità di analisi psicologica è tale da descrivere molto accuratamente la contemporaneità, con tutti i suoi tabù


Nel 2018 è uscito Hereditary di Ari Aster, di base un remake di The Witch ambientato ai giorni nostri, con un’attenzione estetica alla ritualità nera veramente impressionante. Una sera Peter, figlio sedicenne di una coppia piuttosto disfunzionale ma molto unita, chiede a sua madre l’auto per  andare a una festa. Per la madre non ci sono problemi, ma dovrà portare con sé la sorella minore, una bambina con una forte allergia alle noci. Alla festa la sorellina mangia una fetta di una torta e ha una violenta reazione allergica. Peter, allora, sale in macchina per portarla all’ospedale e mentre guida il più velocemente possibile sua sorella si sporge con la testa fuori dal finestrino. Ci sarà un incidente, ma il punto è che già da prima era iniziato un rituale demoniaco che si sviluppa progressivamente in tutto l’arco del film con una precisione strutturale ammirevole che, se ogni tanto cede a qualche cliché, si fa perdonare per la notevole cura estetica del rituale stesso.


Millie Shapiro, Toni Collette, Gabriel Byrne e Alex Wolff sono la famiglia di Hereditary (2018), diretto da Ari Aster

È però con Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019), diretto sempre da Aster, che avviene un vero e proprio capovolgimento strutturale della fiaba: qui ci troviamo di fronte a un rito satanico che si svolge alla piena luce del giorno. Possiamo vederlo come una rilettura del bellissimo The Wicker Man (1973), ma senza quella patinatura New age anni Settanta che a tratti rendeva quel capolavoro horror una specie di documentario hippie. La luce del giorno, in Midsommar, non è soltanto un escamotage narrativo, ma un vero e proprio inno alla gioia pagana. La cultura cristiana ha sempre descritto questi riti come violenti e terribili, associandoli poi al satanismo. Da qui una certa descrizione morale del rito come vendetta del male da perpetrare nell’oscurità; in realtà però il paganesimo esprimeva alla luce del giorno manifestazioni di pura gioia, che passavano anche attraverso il sacrificio umano compiuto in nome della collettività. È quindi incredibile vedere come Midsommar riesca a trasgredire codici ben più profondi di quelli di un qualsiasi slasher movie. E lo fa sorridendo, in piena luce, perché non c’è niente da nascondere, perché la catarsi dei nostri lutti deve assolutamente passare dalla collettività che in una grande festa sacrifica delle persone per il bene di tutti. Solo come elemento derivativo della nostra cultura cristiana interpretiamo tali fenomeni come satanici e quindi vediamo Midsommar come un horror, ma ancora una volta esso non è altro che un’analisi delle sopravvivenze arcaiche della nostra psiche. A guardare questa rinascita del genere, l’augurio è che registi, autori e produttori continuino ad investire su film del (e di) genere, perché l’horror non sia solo pornografia, ma anche e soprattutto una fiaba contemporanea dove tornare a scoprire e studiare i limiti e le paure della nostra epoca.


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