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Resistenza aliena

Il nuovo film di Rupert Wyatt Captive State è costruito intorno a una citazione dall’Eneide di Virgilio che apre, chiude e ritma l’opera: «Temo i Greci anche quando portano doni», è la frase che pronuncia il troiano Laocoonte per dissuadere i suoi concittadini dall’accogliere il celebre cavallo che segnerà la fine della città. Nel film di Wyatt, impostosi alla regia nel 2011 con un intelligente reboot del Pianeta delle Scimmie, i Greci sono una specie aliena che ha conquistato la Terra e i loro doni sono la pace, l’unità e l’armonia che hanno imposto al pianeta.

Queste tre parole, accompagnate da una colomba, campeggiano sui grandi manifesti di cui è tappezzata Chicago, la città natale del giovane protagonista, Gabriel Drummonds. All’indomani dell’occupazione aliena, mentre i vari governi scelgono di collaborare col nemico portando con sé la stragrande maggioranza della popolazione, la famiglia di Gabriel prende un’altra strada, quella della fuga e della ribellione: una scelta che i suoi genitori pagano con la vita e che suo fratello maggiore, Rafe, porta avanti entrando a far parte della resistenza. Anni dopo, convinto della morte del fratello, Gabriel tira a campare: anche se progetta di fuggire da Chicago, lavora per i nuovi padroni del pianeta in un centro di archiviazione dati. L’improvvisa ricomparsa di Rafe lo mette di nuovo di fronte a una scelta, prendere posizione. Si lascerà quindi coinvolgere nelle attività della Fenice, una cellula della resistenza che vuole compiere un attentato contro gli alieni sfruttando le celebrazioni per il nono anniversario dell’occupazione, una delle rare occasioni in cui i «Legislatori» – così li chiamano – si fanno vedere in pubblico.


Gli alieni di Captive State non sono appariscenti come quelli della Guerra dei mondi o di Independence Day. Praticamente hanno conquistato il pianeta con una telefonata, minacciando di staccare la corrente


Gli alieni di Captive State, infatti, non sono appariscenti come quelli della Guerra dei mondi o di Independence Day. Il loro scopo, un classico, è sottrarre al pianeta tutte le sue risorse naturali, ma non lo perseguono con il genocidio né ammoniscono il genere umano desertificando città: praticamente hanno conquistato il pianeta con una telefonata, minacciando di staccare la corrente. I governi hanno sciolto gli eserciti e si sono docilmente sottomessi. Quindi, anziché restare appesi al cielo su astronavi o temibili infrastrutture, gli alieni si sono fatti cedere i centri delle principali città, «zone chiuse» trasformate in punti d’accesso agli habitat che hanno costretto gli umani a costruire per loro centinaia di metri sotto la superficie. Qui si dedicano indisturbati al fracking selvaggio e incontrano regolarmente i rappresentanti dei regimi collaborazionisti, a cui distribuiscono ordini e direttive. In casi di emergenza, deportano gli oppositori lontano dalla Terra o fanno intervenire dallo spazio letali «cacciatori» che vaporizzano gli indesiderati. Ma questo è tutto: all’ordinaria amministrazione, propaganda inclusa, pensano i collaborazionisti, che gestiscono il nuovo ordine mondiale anche grazie a un dispositivo biologico di riconoscimento e tracciatura che è stato impiantato nel collo di ogni essere umano. La tecnologia è aliena, ma le pratiche sono squisitamente umane. Anche per questo è difficile resistere: il nemico non solo è sfuggente e ubiquo al tempo stesso, è identico a te per la maggior parte del tempo. Non a caso il principale interlocutore della Fenice è un assai poco spaventoso comandante della polizia di Chicago, William Mulligan, che prima dell’occupazione era il partner del padre di Rafe e Gabriel.


Il protagonista di fronte alle astronavi aliene del film

Come accade spesso nella tradizione del genere, in Captive State la fantascienza è un’occasione per tradurre in una cornice narrativa riconoscibilmente straniante una serie di problemi e paure del mondo contemporaneo. Lo sfruttamento intensivo del pianeta perpetrato dagli alieni, con la connivenza degli umani, richiama limpidamente le catastrofiche responsabilità ecologiche attribuite ai grandi gruppi economici e ai governi che li sostengono. «Zone chiuse» e stati di polizia organizzati dai collaborazionisti, invece, riflettono le estreme disuguaglianze politiche e sociali che strutturavano gli imperi globali del passato. Oggi, del resto, queste allignano ovunque le forme di vita siano radicalmente differenti dai centri alle periferie, ovunque prosperino ghetti o gated communities e la vita dei cittadini possa finire sottoposta, quando non lo è già, a invasivi sistemi di controllo, non importa se gestiti dalle autorità o da più amichevoli fornitori di servizi. Su un piano più generale, Captive State – lo dice fin dal titolo, Stato prigioniero – traduce il senso (prima ancora che la realtà) di privazione della libertà, di perdita del libero arbitrio che molti sperimentano nel mondo contemporaneo, a prescindere dai carnefici che è possibile identificare: il tardo capitalismo, la repressione, l’iperburocrazia, la svolta mediatica che ha preso la vita o una miscela di tutte queste cose insieme.


Captive State – lo dice fin dal titolo, Stato prigioniero – traduce il senso (prima ancora che la realtà) di privazione della libertà, di perdita del libero arbitrio che molti sperimentano nel mondo contemporaneo


Fatto sta che questa condizione equivale alla caduta di Troia una volta che si è lasciato entrare il cavallo dalle porte della città, è il prezzo da pagare per aver accettato valori potenzialmente positivi che, se imposti dall’alto e sottratti alla discussione pubblica, assumono tradizionalmente un carattere totalitario. Mettendo l’accento non sulla dicotomia popolo/élite, ma su quella resistenza/collaborazionismo (con tutta una gamma di zone grigie in cui più di un personaggio del film è immerso) il film suggerisce che il terreno su cui questi problemi di fondo trovano sia la propria origine che una possibile soluzione è quello della scelta individuale e della somma di tali scelte, quello del recupero doloroso del libero arbitrio: come Rafe dice e scrive più di una volta, perché «si scateni una rivoluzione» bisogna che ci sia uno che «accenda un fiammifero». In altre parole, Captive State è cinema di lotta, confezionato con i nastri accattivanti della fantascienza e del distopico.


John Goodman in Captive State

La forza del film di Wyatt non sta infatti nella sua confezione, che pure, a fronte di appena 25 milioni di dollari di budget – una miseria ai tempi della Marvel – riesce ad offrire allo spettatore lo scenario del tutto convincente di un mondo letteralmente consumato dall’oppressione e di un’epoca sospesa tra un’avanzatissima tecnologia biologica aliena e una trasformazione comunicativa che sembra aver cancellato internet dalla quotidianità, scartando assunti sempre più diffusi sulla preminenza del virtuale rispetto al reale. Il merito del film sta nella qualità e nella densità dell’intreccio narrativo. La regia ben ritmata e la scrittura solida (seppur a tratti non chiarissima) che innervano soprattutto la parte centrale del film danno a Captive State maggior spessore rispetto ad altri rispettabili tentativi di rinnovamento del cinema di fantascienza – ad esempio District 9 di Neill Blomkamp – e gli consentono di presentarsi come modello credibile di una via di mezzo tra fantascienza sociopolitica e fantascienza d’intrattenimento. Infatti non si tratta, qui, solo dei ribaltamenti e dei colpi di scena che lo spettatore può attendersi se presta occhi e orecchi alle diverse possibili letture del «temo i Greci» che vengono offerte nel corso del film e che suggeriscono un finale di speranza. Si tratta anche e soprattutto del duro, teso realismo con cui la resistenza all’oppressione viene descritta e narrata nella lunga sequenza centrale, in cui una ridda di personaggi scollegati fra loro, molti dei quali senza nome e tratti dai più diversi contesti sociali, si accordano all’unisono secondo segnali apparentemente casuali – una sigaretta che passa di mano in mano, una serie di annunci su un giornale, un cane che abbaia in un prato – per organizzare e portare a compimento l’attentato che sblocca la trama del film. È questo realismo che rende plausibile e suggestiva la rappresentazione delle sottili dinamiche personali, delle scelte e delle omissioni in cui si articolano i movimenti dei personaggi di Captive State, tra quiete e passione, collaborazione e resistenza.