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Quando il cinema guarda la realtà

Tra Oscar e David, Venezia e Cannes: è vero che i premi e i festival cinematografici sono incatenati alla realtà?

Durante la recente cerimonia di premiazione degli Oscar, Gianni Canova ha dichiarato che il cinema dei premi e dei festival è diventato “autopsia del reale”, incatenato alle storie vere o allo sguardo sull’attualità e incapace di portare il pubblico altrove, come il “grande cinema” ha sempre fatto. Ci sarebbero varie puntualizzazioni da fare, ovvero che i premi cinematografici – a torto o a ragione – hanno sempre prediletto uno sguardo attaccato alla realtà o al realismo delle forme (anche Lawrence d’Arabia, in fondo, era tratto da una storia vera), ma anche che l’annata 2020/21 non è proprio indicativa dello stato di un’arte vista la pandemia ancora in corso e che molti film “fatti per sognare” sono fermi al palo in attesa di una migliore possibilità distributiva.

Soprattutto, e sorprende che una tale osservazione venga da un critico preciso e intelligente come Canova, come si può limitare l’osservazione di un status quo dai premi, che sono figli di contesti precisi e di contingenze di volta in volta variabili? Premi come gli Oscar poi, che riflettono le condizioni politiche di un’industria più di ogni altro. Se guardo i film che hanno inciso l’immaginario recente o quelli che hanno dominato il box office non vedo così tante autopsie, vedo molti più sogni: La La Land, i film Marvel, i deliri onirico-meccanici di Christopher Nolan, 007, il cui nuovo film spesso rimandato, è atteso come una manna, i colossi animati Disney e Pixar. Alla Mostra del cinema di Venezia, poi, recentemente sono stati premiati e presentati film che con il reale c’entrano fino a un certo punto: La forma dell’acqua, Joker (che si muove a cavallo di realtà e immaginazione fumettistica), Arrival, lo stesso musical di Chazelle. Alla riapertura delle sale mondiali, gli spettatori si sono fiondati su Godzilla vs. Kong non certo su Nomadland o Judas and the Black Messiah.


Davvero il cinema dei premi e dei festival è diventato “autopsia del reale”, incatenato alle storie vere e incapace di portare il pubblico altrove?


Però se riportiamo lo sguardo alle faccende nazionali possiamo ampliare il discorso: prendiamo i David di Donatello, per esempio. Che il cinema italiano sia affetto da cronica incapacità di sognare da almeno qualche lustro lo sappiamo (☛ da leggere sul tema Antonio Costa in L’occhio di periferia e Francesco Grieco in La periferia onirica) e recentemente sono apprezzabili gli sforzi per superare questa sindrome: per esempio, fin dal titolo Favolacce, il film dei gemelli D’Innocenzo favorito all’edizione dei David di Donatello 2021, porta le favole e le storie scellerate di cittiana memoria dentro una realtà allucinata come un incubo. Ha vinto poi Volevo nascondermi, un film di Giorgio Diritti piuttosto bello, che fa valere – come sempre hanno fatto gli Oscar, per esempio – il potere di una biografia importante e quello di un bravo attore dietro trucchi e parrucchi piuttosto pesanti.

Il discorso auto-riferito di Gabriele Muccino, di cui si parlava qualche settimana fa (☛ David ad personam), forse quindi andava nella direzione di Canova: il cinema popolare che fa sognare e che scalda i cuori non trova spazio nei premi. Bella scoperta verrebbe da dire, però poi guardi Gli anni più belli, uno dei film italiani più visti dell’anno nonostante l’incombere del Covid, e ti accorgi che alla realtà Muccino sta attaccato eccome, anzi che sfrutta la Storia in modo un po’ ipocrita per dare un filo conduttore al racconto e per fare da accompagnamento allo spettatore, come se fosse un calendario che segna lo scorrere del tempo e col quale fingere di dare profondità alla vicenda.


Elio Germano nei panni di Antonio Ligabue in Volevo nascondermi (2020) di Giorgio Diritti

Gli altri David di Donatello assegnati hanno dovuto seguire più o meno i diktat della situazione sanitaria, dovendo quindi limitare di molto il campo d’azione perché limitato era il parterre di film prodotti o distribuiti, eppure in questo campo salta all’occhio che un film come L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, un film tratto da una storia ma che di sogno parla e che ha un impianto produttivo tutt’altro che minimale o autoptico, ha ricevuto molte nomination e tre premi; oppure che il film più visto dell’anno, Tolo tolo di Checco Zalone, non ha solo vinto l’inevitabile premio dello spettatore, ma anche quello per la miglior canzone battendo Laura Pausini, celebrata come Barbra Streisand a inizio serata e ringraziata dal ministro Franceschini per aver riportato l’Italia agli Oscar (sic). E un altro dei film premiati, Miss Marx, cos’è se non una rilettura in chiave pop-punk di alcuni degli elementi politici e ideologici del presente? Oppure Lontano lontano di Gianni Di Gregorio, storia di tre uomini di mezza età che decidono di lasciare l’Italia e rifarsi una vita nelle Azzorre, che fin dal titolo evoca la voglia di andare altrove di un certo cinema, non realistico.

Forse, una volta messa a tacere la legittima insoddisfazione dello spettatore che non trova più film che gli amplino la percezione, che “incrementino il suo capitale immaginario” come dice Canova, si dovrebbe cominciare a riflettere e ad approfondire la questione non potendo tralasciare contesti e distinguo, perché poi le cose che dice il critico diventano identiche a ciò che altri critici prima di lui dicevano degli anni ’80, dei ’70, dei ’60 e così a risalire. Pedro Armocida, critico, giornalista e direttore del Pesaro Film Festival, qualche giorno fa pubblicava su Facebook un vecchio pagellino di una rivista di cinema degli anni ’60 in cui anche grandi critici come Goffredo Fofi o Gianni Rondolino stroncavano film come Il buono, il brutto e il cattivo o Persona, capolavoro sommo di Bergman. Perché giudicare il contemporaneo, provare a dare un senso e un significato all’adesso, a ciò che ci è intorno e in cui siamo immersi è un compito ingrato e complesso.


Siamo sicuri che i premi diano solo riconoscimenti alle autopsie e non ai sogni?


E anche limitandoci all’Europa, siamo sicuri che i premi diano solo riconoscimenti alle autopsie e non ai sogni? Da operatore dentro alcuni festival spesso sento la difficoltà, specie con le giurie, di far apprezzare film che chiedono uno sforzo maggiore allo sguardo che non quello di sognare. In Francia, la seconda industria europea e quella a cui – per vicinanza culturale e dimensioni – l’Italia spesso si ispira, dopo anni di film realistici e d’attualità ha proprio quest’anno virato verso la farsa e il sogno dando il César a Adieu les cons, film di Albert Dupontel, un regista che gioca sempre con la dimensione surreale, con produzioni ad alto budget e con una ricercata forza spettacolare e che qui mette in scena un travolgente buddy movie all’americana. La Spagna, che negli ultimi anni ha rinnovato tutto il settore seguendo la scia del suo cinema di genere, ha recentemente premiato con il Goya thriller (La vendetta di un uomo tranquillo, La Isla minima), commedie (Truman, La casa dei libri, Non ci resta che vincere), una favola muta in bianco e nero (Blancanieves) e un grande melodramma (Dolor y gloria).

In Gran Bretagna poi le dimensioni produttive sono tali che spesso i film inglesi sono anche americani (James Bond su tutti) e quindi i film spettacolari sono all’ordine del giorno, anche nella premiazione dei BAFTA che vengono assegnati a film come 1917 (vincitore anche del David come film straniero) che è un film bellico iper-spettacolare, capace con la sua regia in piano sequenza di superare i supposti limiti del realismo, a La favorita che rilegge la storia con sarcasmo e sopraffino gusto estetico, a Tre manifesti a Ebbing, Missouri, uno dei film recenti che più incarnano il gusto del racconto, della costruzione narrativa ed emotiva del cinema anglosassone. Per non dire che tra i candidati al miglior film britannico troviamo entrambi i Paddington, due bellissimi film per bambini.


Dal trailer di Adieu les cons (2020) di Albert Dupontel, premio César al miglior film, regia, sceneggiatura originale, fotografia, scenografia e migliore attore non protagonista, oltre al César des Lycéens

La questione quindi è molto più sfumata e variegata di come è stata posta da Canova, che per chi vuole è possibile ascoltare in versione più ampia e ragionata sul podcast di Hollywood Party, la storica trasmissione di Radio 3, nella puntata del 6 maggio (☛ Hollywood Party), e si limita a semplificare fino alla banalità un discorso invece storicizzato, vecchio quasi come il cinema, ovvero la contrapposizione dualistica tra un cinema fatto per il pensiero o il ricordo e uno invece fatto per occhi, cuore e fantasia: l’atavico “scontro” tra Lumère e Méliès. Chi però conosce un po’ la filosofia e l’ha studiata, anche solo al liceo, sa che i dualismi sono modi facili per spiegare il mondo, ma che quel mondo lo distorcono, lo semplificano e di fatto ne limitano la visione e comprensione. Ogni pensiero dovrebbe sforzarsi di sfumare le distinzioni e capire la complessità della realtà che quel pensiero definisce, anche a partire da qualcosa di frivolo ed effimero come i premi cinematografici, che come abbiamo visto non agiscono per compartimenti stagni, perché il cinema non lo è.


La questione posta da Canova semplifica la contrapposizione tra un cinema fatto per il pensiero o il ricordo e uno fatto per occhi, cuore e fantasia: l’atavico “scontro” tra Lumère e Méliès


Certo, sarà difficile che Nomadland, Volevo nascondermi o altri film premiati in giro per il mondo possano trascinare le platee in quella fantasia escapista che sotto sotto giace nella retorica del “cinema che fa sognare” e del nostalgismo imperante per i “film di una volta”. Anche perché, a leggere le cronache giornalistiche o a guardare i contatori delle visioni su YouTube, i film più attesi non sembrano figli di De Sica, Rossellini o Cassavetes: sono i Fast and Furious, i cine-comics, sono le mirabolanti avventure o le cavalcate epiche del fantasy. Giustamente, aggiungo: Antonioni era fan dei film di 007, Bergman pare avesse una passione per i film con Charles Bronson. L’immaginario, il pubblico e i produttori sceglieranno sempre il sogno, Canova può starne certo. E se non lo fanno i premi, pazienza: sono un dato effimero, un gioco per iniziati, li lasci almeno a un altro tipo di cinema. Che almeno loro, ogni tanto, provino a uscire dall’egemonia del mercato.