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Quando i dipinti prendono vita

L’animazione 3D ha fatto passi da gigante, ma c’è un’applicazione sperimentale che si è diffusa negli ultimi mesi su alcuni canali Instagram che mostra una delle possibili direzioni di questa tecnica. In quanti, per secoli, avranno fantasticato sui movimenti dei personaggi affrescati sulle pareti delle chiese o imprigionati nelle cornici dei dipinti, in quanti hanno ammirato la capacità di pittori e artisti di rappresentarlo, quel movimento, di farci credere che quel passo stava per essere fatto, che quei due indici si stavano davvero per toccare. I due artisti e animatori 3D Agustín Vidal Saavedra e Spencer Blanchard, uno ispirato dall’altro, l’hanno fatto davvero.

Agustín Vidal Saavedra, come artista visuale, lavora integrando nel modello pittorico le proprie invenzioni visive, trasformando il dipinto in questione in un oggetto contemporaneo, vicino agli ambiti della videoarte o del videoclip di animazione 3D. Le sue creazioni, molto originali, non animano soltanto il dipinto, ma lo reinterpretano e lo modificano secondo gli spunti che il dipinto stesso evoca all’artista. Più che dall’urgenza di creare movimento, queste animazioni suggeriscono la volontà di entrare nelle rappresentazioni pittoriche, come il San Francesco in estasi (1594-1595) di Caravaggio che non si muove semplicemente. Vidal Saavedra sceglie di animarlo e per farci entrare dentro la sua estasi, immergendosi nella sua mente durante la trans mistica, rappresentata in un caleidoscopio di geometrie immaginate sui soffitti delle chiese.

Allo stesso tempo le sperimentazioni di Spencer Blanchard, che dalle visioni di Vidal Saavedra ha ripreso la tecnica e lo spunto per animare quadri in una modalità più classica, ricreano sì i movimenti dei personaggi al centro dei dipinti, ma con un’idea diversa. La volontà di Blanchard sembra piuttosto quella di ricreare la scena, in senso prettamente cinematografico. I corpi e gli oggetti al centro della rappresentazione infatti si muovono, ma con loro si muove anche la “macchina da presa”, che fa lenti movimenti di avvicinamento, zoom, carrelli laterali, quasi come se Blanchard volesse portarci dentro un film. Così, vediamo mani che si tendono, coltellate che vengono assestate, abiti e bandiere scossi dal vento immergendoci negli avvenimenti. La macchina da presa che va da sinistra verso destra, in contro-movimento rispetto alla barca e ai personaggi di Washington attraversa il fiume Delaware (1851) di Emanuel Gottlieb Leutze, ci dà davvero il senso di direzione dei personaggi, quasi stessimo assistendo alla narrazione cinematografica dell’attacco delle forze indipendentiste americane che, nella notte di Natale del 1776, si muovevano verso lo scontro con i mercenari assiani, poi sconfitti nella battaglia di Trenton.

Resta una costante, in queste sperimentazioni immaginifiche, ovvero il tentativo di confrontarsi con i classici della pittura, di continuare un dialogo che perdura da secoli per riportarlo al contemporaneo. Da Il giuramento degli Orazi (1784) di Jacques-Louis David indietro fino a La scuola di Atene (1509-1511) di Raffaello, che ci viene restituita con un movimento ad uscire. Blanchard ricrea le geometrie architettoniche, plasma la profondità del dipinto, scolpisce la luce dei suoi personaggi quasi fosse un direttore della fotografia. Stavolta però non muove i personaggi, ma soltanto la macchina da presa, che parte dai volti di Platone e Aristotele e si allontana, scoprendo Diogene seduto sui gradini, Parmenide che indica il libro, Eraclito stanco che scrive su un foglio di carta. Blanchard, con movimento registico, scopre la grandezza dell’opera di Raffaello, quasi a dirci: “Guardate, questo affresco è qui da 500 anni e ancora, ogni giorno, ci meraviglia”.