Per non restare soli

Cos’è quel muso lungo? Nello scenario della vecchia freddura del cavallo e del barista, Bojack Horseman si sentirebbe ripetere la stessa battuta un’infinità di volte. Una per ogni giorno che, nel corso dell’omonima serie animata di Netflix di cui è protagonista, si siede al bancone di un bar per affondare il muso nell’alcol e alleviare il dolore della spirale depressiva e senza fondo cui sembra condannato. Nella sesta e ultima stagione di Bojack Horseman, il cavallo ex star hollywoodiana, alcolizzato e caduto in disgrazia dopo il successo in una sit-com degli anni ’80 e ’90, con un macigno gigante di sensi di colpa e vite distrutte sulle spalle, si risolve ad avviare un percorso di riabilitazione nella clinica per VIP “Pastiche”. Psicoanalizzato da un altro cavallo e dedito ad attività artistiche e botaniche, rimette insieme pezzo dopo pezzo i cocci della propria vita disastrata. La lunga storia della sua dipendenza da alcol, frutto di una costante pressione familiare e sociale fin dalla prima infanzia; la responsabilità per la morte per overdose da eroina di Sarah Lynn, la ragazzina coprotagonista dello show Horsin’ Around che Bojack trascina con sé nel baratro; gli innumerevoli egoismi, manipolazioni, offese ai danni delle persone intorno a lui, che gradualmente lo abbandonano per preservarsi. Il mezzo litro di vodka che nasconde nella clinica, camuffata da bottiglietta d’acqua, diventa un monito che lo tiene ancorato alle sue responsabilità. E adesso, da sobrio, comincia finalmente a ricordare.



Così la stagione conclusiva di Bojack Horseman ha risposto alla necessità narrativa della serie di decomprimere la tensione accumulata e ha offerto al suo protagonista la possibilità di redimersi, come alla fine di tutte le belle storie. Accettato il passato, impossibile da cancellare, Bojack trova la via per riordinarne gli elementi in una nuova narrazione positiva: quella di un redento che, forte di una saggezza conquistata con dolore, comincia a restituire tutto ciò che ha tolto, avviandosi sulla strada per diventare un guaritore. Chiede scusa alla truccatrice che anni prima fece cacciare dal set addossandole la colpa per aver portato dell’alcol a lavoro; riallaccia i rapporti con la sorellina Hollyhock, tentando di impostare con lei un rapporto sano; vola a Chicago offrendo la sua presenza a Diane, la scrittrice amica di vecchia data che adesso fa i conti con le proprie tendenze depressive, bloccata da un libro autobiografico che non riesce a cominciare. Anche lei fatica a tracciare la propria storia e sprofonda in un vuoto di senso. Nell’appartamento di Chicago, Bojack le porge allora un piccolo tassello di significato, restituendole un’immagine positiva di se stessa:


– Sai, qualcuno si è molto arrabbiato con me di recente…
– Ma dài! Con te?
– Lo so, è scioccante. E ha detto: “Bojack, tu rovini tutto. Questo è quello che sei”. E ha dovuto dirlo bello forte perché mi rendessi conto che era un’idiozia totale, anche se ci avevo creduto per tanto tempo. Mi chiudevo nell’idea che tanto io non potevo cambiare. Quindi, se sono venuto a Chicago è… perché volevo ringraziarti. Per aver creduto in me quando io non ci credevo, e avermi spinto ad accettare l’aiuto necessario.  

Tutti i cerchi dell’ultima stagione sembrano stringersi attorno al nodo concettuale dello storytelling, l’insieme di elementi narrativi con i quali si raccontano le storie – e che determina la realtà stessa quanto più è convincente e condiviso. Torna utile la rappresentazione a imbuto che Henri Bergson immaginò per descrivere il rapporto tra memoria e percezione della realtà: quello che chiamiamo reale, così come la vita, è una selezione di ricordi dal caos della memoria, una fotografia parziale dell’insieme, e il complesso di significati che decidiamo di affidargli. Ovvero, una narrazione, della quale ognuno è responsabile, se ne è consapevole, o vittima, se invece non ne ha il controllo. Tutti i personaggi della serie sembrano intrappolati in un qualche tipo di narrazione che è stata loro imposta, da altri o da se stessi, e soffrono quando quella storia finisce di funzionare (Diane si dispera: «Quando ero una ragazzina, credevo che la mia vita, fatta di abusi e di negligenze, in qualche modo mi rendesse speciale, e giurai che avrei scritto qualcosa che avrebbe fatto sentire le ragazzine come me meno sole. E, se non riesco a scrivere quel libro…»).


Tutti i personaggi della serie sembrano intrappolati in un qualche tipo di narrazione che è stata loro imposta, da altri o da se stessi, e soffrono quando quella storia finisce di funzionare


Cercano quindi di salvarsi e tutti, più o meno, alla fine ci riescono, scendendo a compromessi o trovando una via d’uscita laterale. Diane accetta gli antidepressivi e rinuncia al libro di memorie per scrivere romanzi gialli per ragazzi. Princess Carolyne, la manager gatta in carriera e madre single adottiva di un istrice ingestibile, accetta di rinunciare a una parte della propria indipendenza sposandosi con il suo assistente Judah, l’eccentrico Todd trova finalmente una partner asessuale come lui, inizia a lavorare e si stabilisce in una vera casa, per rendere i suoi genitori fieri di lui. E Mr. Peanutbutter, l’attore golden retriever amico di Bojack, diventa il volto improbabile della depressione in America grazie a un meme (Sad dog), inventato da Princess Carolyne per riabilitarne la figura pubblica dopo il tradimento ai danni della fidanzata.



A rimanere scottato, inevitabilmente, è Bojack, che a differenza degli altri non riesce mai davvero a uscire da se stesso, destabilizzato dal passato che torna. Dopo essersi disintossicato e stinto i capelli, lavora per un semestre come professore di teatro all’università della sorella e trova una temporanea pace. Fino a quando il fantasma di Sarah Lynn, morta sotto i suoi occhi per una dose di eroina da lui offerta, non torna a visitarlo nelle investigazioni di due spietati giornalisti che vogliono metterlo al muro e fargli confessare le sue responsabilità. È quindi costretto a interrompere la nuova narrazione e torna in televisione per ammettere le proprie colpe e fare un ultimo disperato tentativo, inizialmente riuscito, di curvare ancora una volta le sorti della sua storia: attore uscito con coraggio dalla dipendenza da alcol, apertamente addolorato per le proprie azioni, perfetto come prodotto televisivo da spendere nell’industria americana del dolore. Una riabilitazione completa, che sembra portargli nuove possibilità di lavoro nel tritacarne di Hollywood.


Per salvarsi, Bojack ha bisogno di rischiare di morire, finire in prigione, perdere tutto e accettare l’assenza di significato


Ma dopo un attimo di popolarità, concedendosi incautamente a una nuova intervista per indugiare ancora nel suo nuovo costume, viene distrutto a sorpresa da nuove domande sul suo passato, che in modo arbitrario, ma ancora narrativamente legittimo, tracciano adesso tutt’altro profilo, simile a quello di Bill Cosby: un maschio manipolatore che per tutta la vita ha esercitato il proprio potere sulle donne per ottenere sesso, distruggendone le vite e le prospettive, preoccupato solo di se stesso. Per salvarsi, Bojack ha bisogno di rischiare di morire, finire in prigione, perdere tutto e accettare l’assenza di significato, il caos che lo lascia impotente di fronte all’esistenza, affidandosi all’ultima cosa che gli rimane: la presenza della sua famiglia interspecie, composta da un cane, un gatto e due umani, che lo accolgono ancora e accettano nel finale, oltre ogni ragionevolezza, la possibilità di collaborare con lui per comporre una storia comune. Il vuoto, il dolore, le sofferenze che non trovano ragioni. E la vita che, nonostante tutto, continua.



La confusione di prospettive esistenziali che regna in Bojack Horseman, animato da personaggi umani e animali antropomorfi che non resistono alle proprie pulsioni, ma che ancora si mescolano e cooperano in modo inaspettato, sembra il laboratorio cartonato di sperimentazione delle teorie esposte da Donna Haraway nel saggio Chthulucene (2019):


Insisto sul fatto che abbiamo bisogno di un nome per raggruppare le forze e i poteri dinamici e sinctoni di cui le persone costituiscono una parte, all’interno dei quali sono in gioco l’esistere e il progredire. Forse è solo attraverso l’impegno intenso e le forme di collaborazione e di gioco con tutti i terrestri che saranno possibili nuovi ricchi assemblaggi multispecie in grado di ospitare anche gli umani.

Il tema dello storytelling – l’urgenza di scrivere una storia, di decidere una direzione – è centrale in Haraway così come nell’ultimo capitolo di questa sorprendente serie, che mette in scena una terapia collettiva sulle malattie del sistema e degli individui depressi che lo animano senza riferimenti né bussole. Una fitta rete di specie animali terrestri, acquatici e volatili interagisce sotto il cielo di Hollywood come se nulla fosse, tutti persi dentro se stessi e inconsapevoli delle proprie responsabilità collettive. Così niente riesce più a nascere davvero, la sterilità pervade i destini di tutti i personaggi, colpevoli di rinunciare a un linguaggio comune nonostante siano compromessi l’uno con l’altro. Il seme della depressione nasce dall’incapacità generare mondi condivisi e di pensare il futuro in quanto comunità, proprio come i tristi abitanti dell’Antropocene che hanno portato il pianeta (o Hollywood) a un surriscaldamento di significati contraddittori che non sono più in grado di raccontare. Lo slogan di Donna Haraway Generate parentele, non bambini! è l’illuminazione che alla fine, nonostante sia troppo tardi, salva la fauna di Bojack Horseman: riconsiderare in una prospettiva più ampia i legami di parentela, inventare nuove connessioni, sentirsi fratelli di chi funziona in modo diverso. Dietro lo strato della varietà biologica, un cavallo sente la stessa tristezza di un’umana; una gatta può adottare un istrice; un umano può amare una coniglia. Ignari di essere dentro un’unica storia, perdono il filo e si fanno male, si deludono, sprecano tempo. Poi per miracolo si riconoscono, non vogliono restare soli, e si perdonano sotto lo stesso cielo.