Orgasmi virtuali

Una volta un’amica, sentendomi pronunciare sconcezze mentre giocavo a PES con gli amici, ha osservato che tutto quel repertorio di insulti reciproci, offese grevi alle mamme e battute a sfondo sessuale era manifestamente un surrogato della fellatio. Cioè la riduzione, in termini da spogliatoio, di una tensione intima che tradiva il desiderio di volersi bene, scandaloso perché incompatibile con la cultura maschia eterosessuale sottesa al rituale della Play Station. Del resto, i modi lasciati dalla società ai maschi per dimostrarsi affetto sono davvero scarsi: uno si deve ingegnare, per amare un amico senza passare per gay. Quello che succede a Danny e Karl in Striking Vipers, primo episodio della nuova stagione di Black Mirror, è forse il sogno inconfessabile di tutti i maschi: ex compagni del college, i due protagonisti si ritrovano dopo undici anni a giocare alla nuova versione in realtà aumentata del loro videogioco preferito, Striking Vipers appunto (una variante di Tekken); ma durante la partita, risolto un iniziale corpo a corpo, le loro proiezioni virtuali si attraggono come magneti e si abbandonano ad amplessi sessuali travolgenti. Danny nelle vesti di Lance, lottatore asiatico in accappatoio, e Karl in quelle di Roxette, picchiatrice nipponica bionda. Il gioco, cui si accede applicando un sensore alla tempia secondo una suggestione frequente in Black Mirror, emula tutte le sensazioni fisiche provate dal giocatore, dal dolore al piacere, e le converte in impulsi che riproducono un intero mondo virtuale dove si sente, e si gode, come e anche meglio che nella realtà. Quindi quando Danny e Karl – due compagni afroamericani della middle class statunitense, uno sposato con prole e l’altro sciupafemmine da poco tornato single – si baciano appassionatamente e si sbattono senza pudore su tutte le pareti virtuali delle ambientazioni giappo in cui si incontrano, è puro piacere quello che provano. E non un piacere qualsiasi, ma il piacere supremo, liberato come un animale selvaggio dopo anni di cattività: «the best sex of my life», dice Karl, «fucking trascendent».


Il bacio virtuale dei due protagonisti dentro il videogioco Striking Vipers

Trascendente, appunto. Una connessione quasi spirituale, evidentemente innaturale e al tempo stesso reale e verificabile, perché sentita e condivisa con nitidezza da due persone. L’esistenza di Danny non ha nient’altro di così soddisfacente: le scene del suo compleanno, festeggiato nella piscina di casa insieme ai genitori noiosi degli amici di suo figlio, sono una sequenza di situazioni cringe con conversazioni di circostanza e senza significato («Congratulazioni. Quanti anni hai ora?», «Trentotto», «I quaranta sono dietro l’angolo», «Presto morirò, eh?», «Certo… conosci Simon? Gli piacciono le bici», «Forte… forte… è forte… Ti piacciono le moto o soltanto le bici?», «Solo le bici», «Forte»). Prima del loro incontro virtuale, gli unici punti di dialogo con Karl sono le ragazze e la depilazione dei testicoli. Theo, sua moglie, è una specie di famelica incubatrice umana che lo tormenta per farsi «fottere» ed essere ingravidata sbrigando il sesso come una pratica burocratica, il che la rende la moglie ideale per uno che ha appena cominciato a trastullarsi su Tekken porno a realtà aumentata con il suo migliore amico. Danny è soffocato da un contesto in cui i generi sono strumenti di oppressione, usati per indirizzare e limitare i comportamenti sociali a un gioco di ruolo: in quanto uomo e padre, le sue funzioni sono girare la carne sul barbecue, chiacchierare di donne e di sport con altri uomini e possibilmente mettere incinta la propria moglie quando venga richiesto. Come in The Sims. Però nella realtà di Striking Vipers accade qualcosa di inconciliabile con qualsiasi schema di genere o di orientamento: due parti latenti della sessualità di Danny e Karl si risvegliano istintivamente ed esondano senza argini, realizzando una sorta di amore gay dalla meccanica eterosessuale – Lance e Roxette lo fanno strano, ma tradizionale – in una simulazione in cui uno è un judoka e l’altro sperimenta le meraviglie del piacere femminile.


– Come ci si sente? Voglio dire, per te, a stare nel corpo di una donna durante…
– Pazzesco. È pazzesco. Insomma, è diverso. Tipo, la sensazione fisica è più come… soddisfacente. Non riesco a spiegarlo. Come se uno fosse un assolo di chitarra, e l’altro un’intera cazzo di orchestra. Ma la melodia è la stessa.


Il sesso migliore della vita. Eppure, quando i due finalmente si baciano nella realtà per testare la propria omosessualità, non sentono né attrazione né emozioni, non sentono niente di niente e finiscono anzi per fare a botte: fuori dal videogioco, la magia del loro amore virtuale svanisce con la stessa chiarezza istintiva di quando era nato. Ma, anche se riescono a stabilire di non essere gay, il sesso condiviso rimane il migliore di sempre per entrambi, impossibile da replicare nella realtà o nella finzione con altri giocatori («Ho provato di tutto», dice Karl supplicando Danny di non smettere di giocare, «Sono entrato con personaggi maschili, femminili, ho fatto gangbang in multiplayer, qualsiasi cosa. Sai, mi sono scopato anche Tundra, l’orso polare. Ho scopato con un orso polare e continuavo comunque a pensare a te»). Danny torna con rinnovata passione alla propria vita coniugale, dopo essere stato a un passo dall’innamorarsi di un amico virtualmente travestito e aver sperimentato con lui i più soddisfacenti orgasmi della sua esistenza.


Il bacio di Danny e Karl che testa la propria omosessualità nella vita reale

Come si definisce, allora, questa? Omo, etero, bi o transessualità? La domanda è inservibile se, come suggerisce l’episodio, accettiamo di intendere la sessualità come un insieme fluido di combinazioni e il genere come categoria dubitabile. Nel manifesto dello xenofemminismo – «una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista e abolizionista del genere» – redatto nel 2015 dal collettivo Laboria Cuboniks, si auspica la molteplicità del genere oltre la comune distinzione binaria: «Che sboccino un centinaio di sessi!». Tutti quelli possibili. Perché le disposizioni della natura, specie se brutalmente interpretate, sono insufficienti a renderci felici e a ispirare regole sociali di uguaglianza. L’abolizione del genere come categoria socialmente rilevante – ovvero, la distruzione dell’organo genitale come criterio di assegnazione asimmetrica di ruoli, diritti e poteri – lancia la liberazione definitiva dell’identità, la navigazione estrema oltre le istanze della natura, usando la tecnologia come strumento di progresso e autodeterminazione. Helen Hester, membro del collettivo, scrive così nell’ardito saggio Xenofemminismo, riportando alcuni passaggi del manifesto:


Nelle concezioni fondate sulla dichiarazione di essere «nati in questo modo», delle caratteristiche presumibilmente innate vengono usate come una specie di garanzia trascendentale: «Ci viene detto di cercare conforto nella non-libertà […] come per fornire una scusa con la benedizione della natura».


La natura, considerata intoccabile perché assunta a dio morale garante di alcuni dogmi infantili, è però già stata ampiamente messa in discussione. I percorsi di transizione per chi soffre di disforia di genere sono un trionfo della tecnologia sull’ordine naturale, la dimostrazione che a questo si può obiettare se il fine è, banalmente, diventare esseri umani più felici. Consideriamo vittorie del progresso tutte le scoperte scientifiche, l’avanzamento della medicina, la realizzazione di infrastrutture, mezzi di trasporto e dispositivi tecnologici; non ci curiamo di rispettare l’ordine naturale quando vogliamo fare Roma-Bangkok in dieci ore o stiamo morendo di cancro. Eppure quello stesso ordine naturale è ancora usato come manganello per bastonare chi non rispetta il bugiardino sessuale dato in dotazione alla nascita: pene-dentro-vagina (e anche qui con parsimonia). In Striking Vipers, come anche nella recente miniserie Maniac sempre targata Netflix,la tecnologia della realtà aumentata si offre come strumento terapeutico in grado di agire sulle potenzialità inespresse del cervello, liberandolo dai vincoli della realtà ordinaria e permettendogli, in questo caso, di esplorare zone sessuali e sensazioni fisiche sconosciute in dei corpi alternativi. E alla fine sembra funzionare, se Danny e Theo, dopo aver parlato, riescono a riprogettare felicemente il proprio matrimonio concedendosi a vicenda una scappatella mensile: lui con Karl su Striking Vipers, lei con sconosciuti abbordati al bancone di un bar.


Karl connesso alla realtà virtuale durante una “partita” a Striking Vipers

Quali sono, quindi, i margini di impiego di questa tecnologia, su cui l’esercito americano ha già messo gli occhi per addestrare i propri militari? La lista delle possibili applicazioni criminali della realtà aumentata sugli esseri umani è infinita – per dirne una, è poco incoraggiante l’idea che un ragazzo possa fare esperienze dettagliate di guerra imparando a uccidere le persone seduto sul divano. Ma la tesi di Striking Vipers è che sia possibile un margine di utilizzo positivo, psicoterapeutico, degli strumenti offerti da una simile tecnologia: poter stabilire connessioni che trascendano la dimensione spesso miserabile del corpo, che nei casi di disabilità fisica o mentale può diventare cella di isolamento; ma anche realizzare, ampliare e potenziare la propria affettività senza sottostare alle aspettative di una cultura di genere, o senza incorrere in reati penali molto gravi –  per ipotesi un pedofilo potrebbe sfogare la sua patologia senza il rischio di danneggiare un bambino. È un passo lungo per la cultura opprimente e claustrofobica eretta intorno al sesso, fantoccio infetto e programmato per l’infelicità, e anche per il rapporto tossico che questo inizio di millennio intrattiene con la tecnologia. Accettiamo di rimpicciolirci il cervello scorrendo le stories di Instagram e ci stranisce l’idea di ampliare i nostri orizzonti facendo sesso acrobatico con Tundra l’orso polare, che scarsa autostima. Dove potrebbe arrivare, però, una società di persone sessualmente appagate, complete, liberate dalla repressione morale del dovere? La risposta è spaventosa per chi trova nell’ordine un dispositivo di consolazione e controllo, un’occasione di autoassoluzione collettiva dall’incubo di non sapere chi si è; seducente, per chi invece non ha bisogno di essere consolato e accetta di cercarsi nella moltiplicazione fluida delle possibilità, senza scuse o reti di sicurezza, interamente padrone della propria volontà.