Mystic River | Il dragatore Scott

Ed egli stenderà la mano verso il Nord, e distruggerà l’Assiria. E farà di Ninive una distesa desolata, una regione arida come il deserto.
Sofonia 2:13

Gli indiani wampanoag lo chiamavano Muhs-Uhtuq, “grande fiume”. “Mystic”, quindi, era solo un goffo tentativo di appropriarsi del suono originale restituendo un significato completamente diverso. Quando il Mystic veniva dragato, una volta ogni tanto, se l’amministrazione era in buona, tiravano su pistole e coltelli a secchiate. Era un lavoro che faceva felici i giornali e certi oscuri collezionisti: separare le ossa umane dai legni marci e dai tubi arrugginiti.

Scott lavorava come dragatore da più di trent’anni e quella che stava mostrando al collega più giovane era la settima punta di freccia che aveva trovato sul fondo. La teneva fiero sul palmo duro e diceva no, non è un pugnale, osservate il punto in cui veniva fissata all’asta, osservate la forma, intanto che si formava il capannello di operai intorno. La punta era una scusa come un’altra per fare una pausa e fumarsi una sigaretta. Diceva uno: con Scott c’è sempre da imparare. Boston è una città terribilmente fredda, non ci si abitua mai, proseguiva un altro con le mani in tasca, in disparte. E ancora li chiamiamo indiani, concludeva Scott con un mezzo sorriso. Roba da non credere.

Il detective Sean Devine della Polizia di Stato chiamava saltuariamente Scott per cercare chi non valeva più la pena credere vivo. Una buona percentuale degli scomparsi finiva in uno dei due fiumi o al porto e veniva ritrovata gonfia, macerata o saponificata, rendendo difficile o impossibile anche solo capire quando era avvenuto il decesso. Tanto i morti restano comunque morti, diceva sempre il detective Devine.



Il fiume Ulai scorreva a fatica tanti erano i corpi che ne ingombravano i flutti, normalmente serici nel loro procedere verso valle. L’acqua era nera, o rossa scura, a seconda che un gruppo di nuvole passasse o meno a velare il sole.
Assurnasirpal osservava, la sua sete non era mai sazia. Aveva costruito una colonna con i corpi scotennati dei capi nemici, ne aveva ricoperta un’altra con le loro pelli. Avrebbe tagliato i nasi e le orecchie dei funzionari, avrebbe bruciato i loro figli di lì a un paio d’ore. Re grande, re forte, re del mondo: le nuvole velavano il cielo e Assurnasirpal sbadigliava.

Scott era appassionato di storia e si definiva un autodidatta. Non solo gli “indiani” – parola impropria e offensiva che aveva l’accortezza di non usare, senza per questo fare mai lo spocchioso – ma anche altri popoli del passato, popoli soverchiati. E i fiumi. I fiumi c’entravano sempre.
Una volta aveva visitato un museo dove c’erano dei bassorilievi assiri. Gli era capitato così di iniziare a sognare la sconfitta di Elam a Til Tuba, una delle sue preferite fra le battaglie più sanguinose della storia. Studiava le foto dei bassorilievi fino a notte fonda e poi li vedeva prendere vita nei suoi sogni troppo vividi, sogni che potevano anche svegliarlo di soprassalto o buttarlo giù dal letto come una vecchia moglie che russa e che scalcia.

Dopo l’11 settembre, nonostante l’11 settembre, Scott non era stato un sostenitore della guerra in Iraq. Sapendo però quello che Saddam, fra le altre cose, aveva fatto agli arabi delle paludi, non si era mai esposto né era sceso in piazza. Deviando il corso del Tigri e dell’Eufrate Saddam aveva messo in ginocchio i poveri ma’dan,e la Mesopotamia, il giardino dell’Eden dove tutto ebbe inizio, era diventata prima una palude e poi un deserto.
Aveva seguito sui pochi media che ne parlavano l’inabissarsi di Hasankeyf, nel distretto di Batman, in Kurdistan. La moschea di Ayyubids Ulu Mosque, il Grande Palazzo, il Piccolo Palazzo, la moschea Al-Rızk (dove si diceva si conservassero tutti i 99 nomi di Allah), la moschea Sultan Suleiman e la moschea Koç, il Ponte di Pietra, la tomba di Akkoyunlus Zeynel Bey: la grande diga di Ilisu, frutto della politica turca contro i curdi, aveva portato le acque a uscire dai loro letti e ad invadere ogni cosa.


«Credevo d’aver chiuso con tutto questo, finito d’ammazzare gente e di buttarla nel fiume», Sean Penn e Tim Robbins in Mystic River (2003) di Clint Eastwood

Scott si sentiva fisicamente male quando gli uomini cancellavano arbitrariamente la storia. Aveva avuto un attacco epilettico nel vedere i guerriglieri dell’Isis distruggere a martellate le statue assire di Ninive, la città più bella che fosse mai esistita. Conosceva le civiltà che erano proliferate nel distretto di Batman, gli Hurriti, i Mitanni, gli Assiri, gli Urartiani, i Medi, i Persiani, i Romani, i Bizantini, gli Omayyadi, gli Abbasidi, i Selgiuchidi, gli Artuqidi e gli Ayyubidi, le aveva studiate a perditempo e aveva pianto quando avevano inaugurato la diga come se avesse riguardato il Massachusetts.
Il dragatore Scott aveva studiato il valore ordalico delle acque turbinose dei fiumi, che sono in grado di stabilire la colpevolezza o l’innocenza dell’accusato. Non era un caso che i sicari portassero le loro vittime proprio sugli argini e là le costringessero a confessare. Le vittime di solito scoppiavano in lacrime: un futuro vorticoso davanti, il passato puntato dritto alla nuca, compresso in una pallottola calibro 38. Il dragatore Scott si sentiva continuamente così, sotto accusa per il fatto stesso di esistere. Sentiva una colpa profondamente radicata in lui e aveva più volte pensato di buttarsi nel Mystic per accertarsi di essere colpevole o innocente.

In un viaggio organizzato a Firenze si era attardato dietro al gruppo e alla guida per fotografare le targhe commemorative delle alluvioni dell’Arno, piuttosto che le chiese o gli affreschi. 1333, 1557, il 3 novembre 1844. Un modo alternativo di soppesare il tempo, un calendario liquido. In quei giorni il fiume era maestoso. Il livello aveva messo in allarme la comunità intera e le persone, sia locali che turisti, si fermavano sui ponti ad osservare la rabbia marrone delle acque. Ognuno con la sua colpa, pronto a buttarsi.
Tornando in albergo, sul pullman, si era ricordato di un filosofo che aveva studiato nella sua sempre più delirante ricerca – il filosofo si chiamava Cratilo, gli pareva – che sosteneva, in un’opposizione vagamente pretestuosa ad Eraclito, che è impossibile immergersi anche una sola volta nello stesso fiume. Da vecchio Cratilo aveva smesso di parlare e indicava soltanto, puntava un dito verso le cose che gli piacevano o di cui aveva bisogno, come un bambino.
Scott invece morì congelato nelle acque del Mystic. Per ironia della sorte, il suo corpo fu ripescato dalla draga. In tasca gli ritrovarono la punta di freccia che aveva pescato dal fondo, la numero sette. L’inchiesta che ne seguì non riuscì a stabilire se fosse stato o meno un incidente.


Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici 
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila