Mulholland Drive | Rialzarsi

Non molto tempo fa c’è stato un momento in cui se non mi fossi fermato sarei morto. Capitava che le scorte fossero finite. Non importava che uscissi di casa per trovarle: il mio numero di telefono ce lo avevano diversi rifornitori magrebini: mi chiamavano loro nel mezzo della notte solo quando avevo finito tutto quanto. Non so bene come fosse possibile. Probabilmente conoscevano così bene i miei tempi di consumo che avevano impostato un allarme sul loro cellulare per telefonarmi.

Quando finivano le scorte passavo delle lunghe ore a piangere da solo sul divano nella totale incapacità del mio nervo ottico di recepire immagini: mi sarebbe piaciuto vedere qualcosa, ma non vedevo niente. Ero come accecato, ma dalle lacrime. E quando arrivavano i rifornimenti, pagavo con gli occhi rossi, mi distendevo per terra e cominciavo a galleggiare. E subito tutto diventata profondamente interessante e luminescente che sembrava impossibile che fino a cinque minuti prima fossi stato così irrimediabilmente sbriciolato. Rimanendo in sospensione sulla superficie di quel mare lattescente, come un cadavere dimenticato in un letto. Navigavo sui bordi oleosi del tempo, uscendone e rientrandone come un viaggiatore spaesato che scopre nuove isole nelle profondità dello spazio. Poi il mondo esterno si degradava a una materialità opaca e immobile, perdendo quella fascinazione tipica delle stelle. Allora potevo godermi una lunga indifferenza a tutto e a tutti, compreso me stesso, almeno finché non ricominciavo a piangere e le lacrime mi rendevano cieco e sordo e muto e pietrificato e l’unica cosa che potevo fare era quella di tornare a galleggiare ancora e ancora.


Il corpo abbandonato in Mulholland Drive (2001) di David Lynch

Se non mi fossi fermato sarei morto. Come prima cosa me ne scappai via dalla città, staccando il cellulare. Partii la mattina e guidai verso sud, senza sapere bene dove stessi andando. E mentre cambiavo le marce su una strada di campagna a cinquecento chilometri di distanza dal mio appartamento cominciai a sentire freddo e mi venne da piangere. Il mio corpo si irrigidì tutto e c’era una sorta di dissociazione che mi spinse a fermarmi in un punto a caso che però era improvvisamente una spiaggia invernale. Mi tolsi le scarpe e camminai congelando nel mese di gennaio. L’acqua del mare era più calda di me. Ero accecato dal pianto. Crollai su una duna mossa dal vento. Il mio corpo si rifiutava di reagire, esausto in un modo radicale e talmente cianotico e dolorante da non potersi spostare più, quasi come se mi fossi trasformato in un solido inanimato. I crampi si manifestavano come brividi e scendevano giù in profondità fino alle ossa. I muscoli erano come cozze avvinghiate alla loro conchiglia mentre le si forza per divorarle. Sentivo solo i miei singhiozzi, come Naomi Watts mentre pensa alla donna amata in quel film, e rimasi lì privo di energia, senza forze a guardare la luce immensa che mi accarezzava, il tempo che scorreva verso l’orizzonte e io cieco e privo di tatto che attendevo speranzoso che tutto si tramutasse in una sostanza nera e liquida.


Il pianto di Naomi Watts al club Silencio in Mulholland Drive (2001)

E mentre il buio notturno diventava una realtà nonostante l’indifferenza che la cosa mi causava, vidi una persona scendere verso di me dalla pineta soprastante, un signore anziano e severo che veniva giù verso di me col suo passo cadenzato e caracollante. Ero terrorizzato dall’idea che potesse rubarmi il portafogli o commettere qualche altro crimine pretestuoso su di me, ma non ero ancora in grado di muovermi. Aveva un cappotto nero e un cappello a tesa larga, un naso di una certa importanza e degli occhiali tondi. Fumava una sigaretta stringendola tra le dita come se volesse nasconderla un po’ e indossava dei mocassini su cui la luce della luna si specchiava mirabilmente. Mi raggiunse e si mise a sedere accanto a me, facendo attenzione a non sporcarsi i pantaloni. Il suo fiato era una nuvoletta densa di vapore acqueo e tabacco. Mi posò una mano sulla schiena osservandomi con una certa fissità e sentii che quella mano grinzosa era calda e umida. Le sue labbra stavano dicendo qualcosa, ma non usciva un solo suono dalla sua bocca: non capivo il suo labiale, ma era senza dubbio qualcosa di importante che stava penetrando dentro di me. Come un seme che cade sul terreno senza che nessuno lo veda, così le sue parole si radicavano in me senza che io le sentissi. Il calore della mano sulla mia schiena si stava gradualmente diffondendo nei miei organi sbriciolati. Quando finalmente, dopo chissà quante ore, sbattei le palpebre, riaprendole, lui era scomparso. E io potevo nuovamente alzarmi in piedi.



Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici 
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila