Mommy | Rinchiusa in me stessa

Avrò avuto dieci o undici anni – non è facile essere precisi in queste circostanze – la prima volta che prese fuoco il bidone della spazzatura dei vicini. Usciva lentamente un fumo nero che sembrava colare da sotto il coperchio del bidone verso l’alto invece che verso il basso, come se il mondo fosse stato capovolto e il fumo nero del bidone dei vicini che stava sciogliendosi nell’aria fosse in realtà un monito che diceva che le cose non erano quello che sembravano.

Io nel frattempo stavo lì in mezzo alla strada a guardare quella colonna densa e brulicante salire e rarefarsi soltanto chi sa dove e chi sa come, o per lo meno queste sono le immagini che riesco a mettere insieme di quella prima volta, perché poi iniziò a ripetersi sempre con più frequenza che i bidoni della spazzatura prendessero fuoco.

Prendevano fuoco soltanto i bidoni di quei vicini di casa che parcheggiavano una macchina sullo stradello di fronte al garage, un’altra all’interno del garage e la terza sulla strada, di fronte alla loro veranda. In tutta la via ci saranno state non più di tre famiglie così. Era mia madre che poi portava loro dei fiori per scusarsi, insieme con il libretto degli assegni, e che poi tornava a casa e mi guardava con una delusione profonda, come se fossi vuota, e io capivo che il suo sguardo mi passava oltre e andava a perdersi in tutto ciò che mi stava alle spalle.


Anne Dorval in Mommy (2014) di Xavier Dolan

Alla terza volta che il bidone degli Spencer prese fuoco io avevo all’incirca tredici anni e mia madre andò da loro a supplicarli di non denunciarmi: non era arrivata al punto di mettersi in ginocchio, ma aveva unito le mani e aveva detto vi prego, stiamo facendo il possibile, mia figlia è così e cosà, e Gilles e Jacqueline Spencer l’avevano guardata negli occhi con un misto di pena e fastidio e dentro di loro avevano pensato che fossi una bambina così carina, una creaturina così gentile e dolce, ma avevano detto che però quello degli incendi era un grave problema, che non si sentivano sicuri, che addirittura erano arrivati al punto di dover prendere dei sonniferi – l’avevano detto sottovoce e alzando le sopracciglia –, allora mia madre aveva detto dateci il tempo di cercare una nuova sistemazione, soltanto un paio di settimane, un mese al massimo e ce ne andremo, non sentirete mai più nulla. Gli Spencer accettarono di non sporgere denuncia.

Ma mia madre tornò a casa e scoppiò a piangere, poi mi disse che ero la cosa più difficile che gli fosse mai capitata, peggio di aver dovuto ripagare il debito del college e aver sofferto la stanchezza e la fame per diventare la preside di una scuola frequentata dai figli di quei vicini cui io incendiavo il bidone della spazzatura perché volevo vedere se i rifiuti della loro esistenza erano neri così come i rifiuti di tutti i reietti. Erano neri eccome, come il petrolio, non ne avrei avuto alcun dubbio, ma volevo che tutti lo vedessero con i propri occhi e che ne tossissero fino a lacrimare.

Cambiammo altre tre case. I miei a quel punto mi avevano proibito tutto, ma non i libri e la scuola; così mi chiudevo in camera e leggevo, e poi andavo a scuola e guardavo i ragazzi e le ragazze durante l’intervallo; durante le lezioni guardavo quello che succedeva fuori dalla finestra, e non era gran che.
Dall’ultima casa mi dispiacque andarmene: era una casa con una grande veranda di legno e un portico bello arioso e mi piaceva perché d’estate potevo mettermi seduta su uno sdraio e leggere a lungo. Ma soprattutto mi dispiacque andarmene perché da lì fui direttamente mandata all’istituto correzionale dove incontrai Steve.


Antoine Olivier Pilon è Steve in Mommy (2014) di Xavier Dolan

I miei genitori decisero di provare con un istituto correzionale, pur sempre consci del fatto che il rischio che mi chiudessi in me stessa, oppure che impazzissi o che scoppiassi come un petardo a capodanno, sarebbe stato altissimo.

La madre di Steve era molto diversa dalla mia, lui lo sapeva perché ne parlavamo spesso. Sua madre gli voleva bene, diceva. Gli passava le dita tra i capelli e gli accarezzava la testa e lui metteva su una smorfia strana, strabuzzava gli occhi e tirava fuori la lingua; sua madre allora lo spingeva, lui la offendeva, la chiamava stronza e le diceva fanculo, ma poi ridevano tutti e due. Io invece tornavo a casa a piedi e mi fermavo al parco per dieci minuti a guardare i corvi strapparsi dal becco i pezzi di carne e di lattuga o qualsiasi cosa scovassero tra i rifiuti, poi rientravo a casa e passavo di fronte a mia madre che mi trapassava con lo sguardo come accade a un fantasma.

Due giorni fa la direttrice mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha detto che Steve era morto. Diane, la madre di Steve, aveva richiesto la legge S-14 perché sapeva che non sarebbe stato assolto nel processo per l’incendio della mensa e lei non aveva i soldi per pagare il risarcimento. Era passato ormai un mese, forse qualcosa di più, da quando la mensa aveva preso fuoco così come i bidoni della spazzatura dei vicini e Kevin Julien si era ustionato il 75% del viso. Steve arrivò correndo in sala mensa prima di tutti gli altri, e ricordo ancora il suo sguardo stupito nel vedermi lì quasi ipnotizzata di fronte alle fiamme. Quella pausa durò soltanto un istante, mi fece l’occhiolino e iniziò a gridare con tutta la forza bruciate pezzi di merda, questo posto del cazzo deve finire arrosto, mentre saltava sui tavoli. Ricordo che scoppiai a ridere, forse perché non mi sarei aspettata una reazione simile da parte sua.

Ma Steve si è buttato dalla finestra due giorni fa, dopo che sua madre ha deciso di richiedere la S-14, e adesso non ha più senso che io gli scriva. Avrei voluto invitarlo al cinema, e sono sicura che avrebbe provato a baciarmi.



Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici 
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila