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Matrix Reloaded

Come Everything Everywhere All at Once saccheggia l’immaginario di Matrix e delle sorelle Wachowski tra arti marziali, universi paralleli e pallottole fermate a mezz’aria

I fan del cinema indipendente statunitense conoscevano i Daniels, nome d’arte della coppia Daniel Scheinert e Daniel Kwan, per quella follia stravagante di Swiss Army Man (2016), dove un cadaverico Daniel Radcliffe diventava l’amico multiuso del protagonista Paul Dano. Il loro esordio alla regia era stato un piccolo fenomeno del mondo indipendente che grazie alla celebrità del suo co-protagonista aveva ricordato che con il cinema si può fare davvero ogni cosa. Il 2022 invece, è l’anno in cui i Daniels hanno dimostrato che, con il cinema, si può fare anche ogni cosa ovunque nello stesso momento. La loro opera seconda Everything Everywhere All at Once prende la stessa stravaganza e sovrabbondanza e la fa esplodere in migliaia di universi paralleli in cui si muove la protagonista Michelle Yeoh. Una dimensione bizzarra e variopinta che sembrerebbe essere anche molto originale, ma a pensarci bene, forse, il citazionismo del film rischia di sfociare in fotocopia.

Che i Daniels siano cinefili e che abbiano creato il multiverso narrativo di Everything Everywhere All at Once filtrando la propria storia attraverso un caleidoscopio di film è dichiarato dal film stesso, che passa da un universo raccontato con le tinte romantiche alla Wong Kar-Wai, un altro con tocchi di kung-fu tarantiniani, altri ancora con calchi di classici come 2001: Odissea nello spazio. In alcune interviste la coppia di autori si diverte persino ad individuare le influenze di questa o quella storia, di questa o quella pellicola sulla genesi del loro film: «In una versione, la prima metà era Matrix e la protagonista muore. Quando si sveglia, diventa Magnolia».


Il campo e controcampo della romantica conversazione sotto la pioggia tra Ke Huy Quan e Michelle Yeoh filmata come fosse una sequenza di In the Mood for Love (2000) di Wong Kar-Wai


Proprio Matrix, il classico fantascientifico delle sorelle Wachowski, è l’ispirazione principale del multiverso dei Daniels. «Questo film è al 100% una risposta a Matrix, ovviamente», ha detto Daniel Kwan in un’intervista al SXSW Film Festival. «Volevamo farne la nostra versione». Everything Everywhere All at Once – successo globale targato A24 ( A24 | L’autostrada del cinema indie conquista gli Oscar) – racconta la storia di Evelyn, un’immigrata cinese negli Usa che con il marito Waymond gestisce una lavanderia a gettoni e fatica a far quadrare tutto: il matrimonio, le tasse della propria azienda, la figlia Joy che vuole dichiarare la propria omosessualità all’anziano nonno, contro la volontà della madre. Un giorno, però, la sua quotidianità viene scardinata dall’arrivo di una versione di suo marito Waymond proveniente da un altro universo, che le racconta che la realtà che lei vive è il punto di partenza di una serie di altri universi, che nascono ogni volta che lei decide di non seguire una strada.


«Questo film è al 100% una risposta a Matrix, ovviamente», ha detto Daniel Kwan in un’intervista al SXSW Film Festival. «Volevamo farne la nostra versione»


«Ho visto migliaia di Evelyn, ma mai una Evelyn come te. Hai così tanti obiettivi mai raggiunti, sogni che non hai mai inseguito. Stai vivendo la versione peggiore di te», le dice lo Waymond da un altro universo. «Non capisci? Ogni tuo fallimento qui ha generato il successo di un’altra Evelyn in un’altra vita. La maggior parte delle persone ha soltanto pochi percorsi di vita alternativi così vicini a sé. Ma tu, qui, sei capace di qualunque cosa perché non sei brava in niente». E questa dichiarazione sconvolgente non basta, il delicato equilibrio di questi universi è messo a repentaglio da una malvagia e oscura entità che vuole annientare ogni cosa senza una ragione apparente e Evelyn è colei che è destinata a combatterla. Evelyn è l’Eletta, insomma.


Neo (Keanu Reeves) ferma i proiettili e ne osserva uno da vicino in Matrix (1999)


Ci sono quindi tutti i componenti di Matrix in ordine, agitati non mescolati con un tocco di eccentricità. C’è la molteplicità degli universi (lì digitali, qui reali). C’è la connessione con altre realtà tramite un dispositivo (lì il cavo nella nuca, qui delle cuffie bluetooth). Ci sono le arti marziali, c’è l’arcinemesi, ci sono i soldati dell’esercito nemico che combattono come automi. Nel momento chiave, c’è persino l’Eletta che ferma i proiettili a mezz’aria. C’è davvero troppo del film nel film per non dire che, alla fine, Everything Everywhere All at Once era già stato fatto poco tempo fa e in una versione migliore.

Cosa resta allora di uno spunto visivo brillante? Di tutti gli applausi e l’entusiasmo? Di certo il successo del film sta nel modo in cui tocca tutti i punti giusti richiesti (almeno sulla carta) al cinema contemporaneo: l’inclusività, la diversità etnica e sessuale, il malessere delle nuove generazioni. Una capacità dei Daniels di intercettare le esigenze di racconto e rappresentazione della settima arte, un’arte che la coppia mastica così bene. La componente più interessante di Everything Everywhere All at Once infatti è proprio il gioco visuale, l’alternarsi intelligente di colori, formati, generi cinematografici, il fine film Written and Directed by Daniels che arriva a un’ora dal vero finale, dentro l’universo meta-metacinematografico in cui Evelyn è una star del cinema. Oltre a questo, però, poco si salva dell’ispirazione originale delle Wachowski: niente dell’ampio respiro, niente dello spessore, niente dell’acutezza della riflessione sociale e intima di Matrix.


Evelyn (Michelle Yeoh) ferma i proiettili e ne osserva uno da vicino in Everything Everywhere All at Once (2022)


Per quanto sia interessante il discorso del malessere onnipervasivo di Joy, l’impressione è che ci sia davvero troppo trambusto per un film che racconta la difficoltà del dialogo intergenerazionale, se basta l’accettazione del coming-out di una figlia a suo nonno per salvare le sorti dell’universo. Lo scrive con grande puntualità Gabriele Niola su BadTaste.

Alla fine madre e figlia si riuniranno dopo aver sviluppato la capacità di tenere dentro di sé tutti gli universi nello stesso tempo, una specie di conoscenza totale di tutte le possibili versioni di se stessa. Se per la figlia la risposta a questa conoscenza è il cinismo e la disillusione, per la madre è invece la comprensione, il combattimento fatto non più per offendere ma per risolvere i problemi delle persone e, in ultima analisi, i loro. Non è proprio il massimo della raffinatezza, e una chiusa molto banale che tradisce un immaginario eccentrico solo in superficie ma poi molto standardizzato e convenzionale nel profondo. Tuttavia letto ad un altro livello è anche l’ennesima affermazione di impotenza del cinema contemporaneo. Neo guidava una rivoluzione per tutti, qui le protagoniste risolvono il loro piccolo problema di tasse e di relazioni con un po’ di sentimento.

Nel suo articolo ( Come mai Everything Everywhere All At Once è identico a Matrix?), Niola analizza perfettamente le pecche di un cinema contemporaneo che, in tendenza con la società, vive i conflitti in maniera del tutto personale, alimentando la frammentazione del mondo invece che tentare di ricomporla, come faceva l’opera delle Wachowski.


Il cinema contemporaneo, in tendenza con la società, vive i conflitti in maniera del tutto personale, alimentando la frammentazione del mondo invece che tentare di ricomporla


Alla luce di tutto questo viene da chiedersi, pur nel colorato e coreografico divertimento e nel riuscito equilibrio tra leggerezza e dramma, se davvero il film merita di essere definito originale, quando non fa che traslare l’architettura dei mondi virtuali di Matrix sull’impianto del multiverso, e poco più. Ma su questo hanno puntati i Daniels, e evidentemente a ragione, dato che il film oltre a Golden Globe e Bafta ha portato a casa 7 premi Oscar compresa la miglior regia e il miglior film. Gli Oscar, con questi riconoscimenti, sembrano dirci non soltanto che si può vincere miglior film con un remake, come era accaduto nel 2022 con C.O.D.A. – I segni del cuore (prima soltanto nel 2006 con The Departed di Scorsese, pellicola di tutt’altro tenore), ma che si può vincere persino l’Oscar alla miglior sceneggiatura originale con un’opera dall’immaginario totalmente derivativo, che nasconde l’esile fulcro narrativo dietro due ore e un quarto di fuochi d’artificio, che spaccia la stravaganza per originalità.