Maschio italiano

Un corpo che respira, si ciba e vive. A volte vigoroso, in salute, pronto ad affrontare gli ostacoli, altre molle, infragilito, vinto dai colpi del mondo. Il corpo parla aprendo strade, dando indizi su qualcosa che va al di là della pelle e della carne, e se quello femminile è patria, ventre materno che culla e protegge, quello maschile è lo Stato, metafora della condizione della nazione stessa. Si pensi a Mussolini, corpo prima gagliardo e possente, come l’Italia di cui è Dux, poi, dopo la caduta del fascismo, malato e ulceroso come fosse materia protesica di quegli anni. Il corpo maschile diventa così specchio della nazione, una superfice porosa che assorbe e poi riflette un periodo e una società: un’istantanea corporea. Le forme della mascolinità dunque sono instabili, soggette a cambiamenti sociali, politici e culturali che non possono essere controllabili, proprio come la geopolitica. Il cinema, medium popolare e forma d’arte, è cassa di risonanza, e con le sue storie e i suoi attori è rappresentazione di qualcosa che va al di là dello schermo percependo i movimenti sismici e facendosene portavoce. L’attore con il suo corpo può interpretare un personaggio malfermo, insicuro o ben piantato a terra, e così rimanda all’Italia e all’italianità. E quindi, nel cinema italiano di oggi, che cosa raccontano i corpi di due degli attori più talentuosi dei nostri giorni: Alessandro Borghi e Luca Marinelli? Sono narratori di una mistica della mascolinità sfaccettata, interlocutori perfetti per chi cerca risposte.


Nel cinema italiano di oggi, che cosa raccontano i corpi di due degli attori più talentuosi dei nostri giorni: Alessandro Borghi e Luca Marinelli?


Borghi è pieno e tutto corpo; la sua presenza c’è, poderosa. Muscoli, spalle, gambe arrivano potenti allo spettatore, chiamato ad accorgersi di una certezza che inchioda e immobilizza di fronte ad uno spettacolo magico, spaventoso e esaltante. Nel suo lavoro l’interprete romano – prima modello e pugile, poi stuntman e infine attore – è in grado di dare corpo, nonostante il fisico, alla debolezza maschile, quella che per molto tempo e in molti modi viene repressa, e prende così il posto che nel cinema italiano era vuoto dai tempi di Massimo Girotti. Colleziona interpretazioni molto fisiche – veste i panni di Remo in Il primo re, l’ultimo film di Matteo Rovere – senza perdere profondità e spessore, brucia sullo schermo come tizzone ardente, urla i suoi drammi con una voce che non si dimentica. Gli uomini di Borghi sembrano bastarsi da soli fisicamente, capaci di incassare i colpi della vita pur portandone i lividi nell’anima, vibrando di un’umanità forte e disperata, propria di chi accetta le sferzate di un destino che spesso si fa tragico tentando di resistergli fino alla fine (ma vi soccombe, ad esempio nel film di Lisa Azuelos Dalida dove è Luigi Tenco).


Un minaccioso Alessandro Borghi affronta il Samurai, interpretato da Claudio Amendola, nel film Suburra (2015) di Stefano Sollima

In Suburra di Stefano Sollima è Aureliano Adami, un boss duro, violento che lotta per avere il potere, completamente disumanizzato a causa dei dolori che nasconde sotto muscoli e tatuaggi. Quando cammina nella città corrotta si mangia l’asfalto ma è capace anche di contorcersi tra le lacrime per la morte delle donne della sua vita. In Fortunata di Sergio Castellitto è Chicano, un ex tossico bipolare, capelli e barba lunga, occhio folle che vaga nel mondo e corpo sfrenato, spinto fino allo spasimo, con una disperazione quasi inarginabile. È debole, egoista, in attesa di un abbraccio e di un aiuto, con Fortunata (con)divide sofferenze, disagio sociale, quello degli ultimi che non trovano pace. Dai corpi di Aureliano e Chicano emerge una mascolinità che non sa dialogare con sé stessa, con i lati più oscuri, preferendo mettere da parte le debolezze, e una nazione all’apparenza in salute ma che nasconde mali profondi, che non protegge i suoi figli, ma li umilia e li abbandona.

«La società è un destino, come il corpo» dice il filosofo Emmanuel Lévinas e sembra un perfetto sottotitolo per il lavoro di Borghi che vive entrambi come qualcosa da cui non si può fuggire. Porta tutta la sua romanità sulla lingua e sul corpo virile su cui riverbera una città impietosa e multietnica, disgraziata e struggente, ma la porta anche sul corpo assottigliato, debilitato. In Sulla mia pelle di Alessio Cremonini è Stefano Cucchi, arrestato per spaccio il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo tra le mura del carcere. Borghi incarna il calvario del giovane mostrando con ogni centimetro di sé, dimagrito molti chili, una triste pagina di storia italiana. Lui forte, atletico, anche erotico (in Napoli velata di Ferzan Özpetek è un oggetto sessuale sia nel letto che sul tavolo dell’anatomopatologo) qui si disperde ma non perde di senso. È instabile, una sindone degli errori di un’istituzione che non sa difendere i propri cittadini. Occhi gonfi, ecchimosi, mascella fratturata, camminata incerta, voce flebile; è un Cristo nella tomba, simbolo tangibile di ciò che un padre, lo Stato, può fare alla propria creatura, usando il suo strapotere per dimostrare forza. Stefano è una delle interpretazioni più significative di Borghi: quelle quattro ossa sono arma politica, voce silenziosa di tutti quei Cucchi che non possono essere raccontati e che si sentono soli, persi.


Luca Marinelli e Alessandro Borghi in Non essere cattivo (2015)

Appare smagrito anche in Non essere cattivo, pellicola di Claudio Caligari in cui lavora con Luca Marinelli, unico film in cui recitano insieme. Occhi sbarrati in preda all’ennesimo trip, in bilico tra inferno e paradiso, gli attori danno senso alla disperazione di Vittorio (Borghi) e Cesare (Marinelli) mentre si distruggono con la droga, per avere un attimo di pace, per salvarsi dalla periferia castrante e violenta. I corpi di Borghi e Marinelli confliggono come spinti da forze contrarie ma affini, quello dell’uno completa quello dell’altro: sono una cosa sola, respirano all’unisono. Caligari crea un’armonia perfetta di carne e anima con la storia di due ragazzi di vita che si dimenano per sopravvivere alla giornata e la loro odissea ferisce gli occhi dello spettatore facendolo sprofondare in loro. Vittorio/Borghi, robusto pur anche mangiato dalla droga, abbraccia e sostiene Cesare/Marinelli, debole anche nel delirio di onnipotenza regalatogli dalla tossicodipendenza, che inciampa e ricade negli abissi. È questa la dinamica che si instaura e rappresenta il sistema di valori incarnato dagli attori: il primo tenta disperatamente di portare con sé l’altro, che invece si spezza di fronte alle botte ricevute dalla vita che non lo ha risparmiato mai.


Se Borghi sembra una statua greca, Marinelli è quasi un cartone animato, viso scavato, naso importante, grandi occhi


Se Borghi sembra una statua greca, Marinelli è quasi un cartone animato, viso scavato, naso importante, grandi occhi; non è un caso che sia Lo Zingaro, un villain crudo, psicopatico, lunare nella sua dolente spietatezza in Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Il corpo di Marinelli si mette completamente a servizio di un joker che uccide, vestendo i panni di un androgino, bistrato cantante di Un’emozione da poco. I personaggi dell’attore sono spiriti fragili, colti tra dolore e tenerezza, insicurezza e amore, quelli che reclamano il diritto alla vergogna, espressione di ciò che l’ideologia maschile per molto tempo ha rinnegato. Fin da La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo colleziona uomini timidi, riservati, in imbarazzo, ricchi di zone d’ombra, addirittura alienati. Nel suo primo film è Mattia che tace, non usa “modi bruschi” – caratterizzazione di un certo maschio – e denuncia la propria piccolezza al fianco di un’altra anima ferita, l’Alice di Alba Rohrwacher.


Luca Marinelli canta nei panni dello Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot (2016)

La sua spigolosità si traduce in goffaggine; il corpo alto, gli occhi bassi, sono la sintesi di chi non affronta la vita ma cammina radente ai suoi muri. In Tutti i santi giorni di Paolo Virzì è Guido, mite, paziente, colto, che ha accantonato i suoi sogni per stare vicino alla compagna, Thony. È quel maschio che per gli antropologi vede l’impotenza in sé; è discendente del soldato tornato dal fronte sfibrato, annientato, bisognoso di cure, rassicurazioni e amore – lo è nei panni del partigiano in Una questione privata dei fratelli Taviani. Non è impotente Guido ma si sente tale, infatti quando lui e Thony vogliono un figlio e non riescono ad averlo – ostacolati da un’Italia che soffoca i suoi lavoratori –, crede di esserne la causa, perché si sente sempre in difetto. Ancora di paternità si parla nell’opera di Fabio Mollo Il padre d’Italia, un road movie in cui Marinelli è Paolo, un trentenne spaventato dalla vita che lascia il ragazzo con cui esce per timore di una storia seria. Si è isolato Paolo, parte di una generazione impaurita da legami e sentimenti; tutto si fa più leggero quando incontra la Mia interpretata da Isabella Ragonese, incinta, piena di vita, senza radici, con lei affronta un viaggio lungo l’Italia dopo il quale diventa più consapevole, addirittura padre per scelta di una figlia non sua.

Per Mattia, Guido, Paolo, il Fabrizio di Fabrizio De Andrè – Principe libero di Luca Facchini le donne sono necessarie: grazie a Alice e a Thony, a Mia e a Dori, riescono ad uscire dalla gabbia in cui sono rimasti intrappolati. Il corpo attoriale di Marinelli rappresenta una società in cui la dialettica uomo-donna è fondamentale oltre che profondamente cambiata, una società in cui la sensibilità maschile non è una colpa, come non lo sono il vitalismo e l’esuberanza femminile. Il suo corpo è figlio di oggi, di una società moderna che ha lavorato sulle categorie rendendone sfumati i confini, di genere e sesso. Segni plurali di una mascolinità policroma, che vive i mutamenti sociali e culturali senza tirarsi indietro, non solo in rapporto a sé stessa, ma anche alla nazione e alla figura femminile.

Se Borghi è un’evoluzione riveduta e corretta del maschio virile che ha imparato a piangere ma lo fa ancora nelle stanze buie, Marinelli invece è goffo, rigido e bloccato, una prosecuzione dell’uomo post-bellico per molti femminilizzato, che parla con la sua emotività, camminando lungo quelli che una volta erano ritenuti limiti da non superare. Sono soltanto volti, figure, è chiaro, eppure questi modi diversi di interpretare l’uomo incarnano facce dell’oggi, figli di un’Italia spesso spaesata, e raccontano una nazione, entrata in cortocircuito con sé stessa e con i suoi cittadini.