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Ma gli androidi sognano poesie artificiali?

Arte, tecnologia e filosofia si incontrano nelle creazioni poetiche di Ai-Da, il primo androide capace di scrivere e dipingere

Le innovazioni del mondo dell’intelligenza artificiale stanno proseguendo con sviluppi tanto impressionanti quanto prevedibili se si pensa al modo in cui vengono applicate al mondo della creatività in generale e della scrittura in particolare: ogni anno questa branca della tecnologia informatica crea crescente stupore e ansia, quasi come se gli scrittori non dovessero essere più in competizione solo con altri scrittori, ma anche e soprattutto con le A.I. di nuova generazione, sempre più capaci di realizzare performance creative non solo credibili, ma anche esteticamente complesse. Eppure non tutto il male vien per nuocere, verrebbe da pensare rileggendo un vecchio, illuminante racconto di James Ballard del 1961, intitolato Studio 5, le stelle, dove si descrive in modo profetico come l’essere umano riuscirà a riscoprire la propria vocazione artistica dopo un periodo in cui tutto sarà stato delegato ai computer. Ma perché sarà necessario riscoprire il nostro afflato poetico?


Il gallerista Aidan Meller, particolarmente attento alla contemporaneità, ha creato Ai-Da, il primo robot umanoide artista nella storia dell’umanità


Da poco è stata creata un’intelligenza artificiale capace di generare poesie a partire dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, un tributo per festeggiare i settecento anni dalla sua morte, avvenuta il 14 settembre 1321, talmente al passo coi tempi da essere difficile da immaginare. Il gallerista Aidan Meller, particolarmente attento alla contemporaneità, ha creato, in collaborazione con Engineered Arts e con il dipartimento di ricerca e sviluppo delle A.I. dell’Università di Oxford, un’intelligenza artificiale chiamata Ai-Da, che vorrebbe presentarsi come il primo robot umanoide artista nella storia dell’umanità – fino a oggi è l’unica storia raccontata in attesa che i robot inizino a scriverne una propria. Comunque la si veda, un’invenzione destinata a rimanere negli annali.



Ai-Da è capace di disegnare grazie alle telecamere che le sono state poste nei bulbi oculari, usando le sue braccia metalliche e un algoritmo programmato a dovere. A dire il vero la sua prima esibizione risale al 2019, da quando ha iniziato a realizzare le sue opere pittoriche capaci di cambiare la nostra concezione della nozione di creatività dell’era post-umanista. Molti si sono domandati se le opere di questo robot umanoide si possano chiamare ancora arte. Per Aidan Meller, padre di Ai-Da, ovviamente sì. Partendo da un relativismo estetico caratterizzato da una forte concezione post-decostruzionista, Meller mette in discussione la centralità dell’uomo nel processo creativo. Sembra quasi tautologico dire che l’arte è un’invenzione umana destinata ad altri esseri umani. Se escludiamo alcune strane eccezioni, pittori, scrittori, poeti e altri artisti di ogni tempo hanno sempre cercato di realizzare opere per altri appartenenti alla loro specie, di certo non per altri animali (insetti, pesci, uccelli) o piante o addirittura cose inanimate.

Esiste, certo, una creatività non destinata all’uomo, forse quella che storicamente ha esercitato per un periodo più lungo la sua influenza, quella che ha come destinatario una qualche forma divina. Non solo, nell’antichità l’ispirazione estetica, creativa e artistica spesso proveniva da qualche Dio. Al di là del fatto che si creda o meno nella trascendenza, le antiche civiltà ci credevano ciecamente e questo faceva sì che l’agente materiale della creazione fosse la divinità stessa, che usava l’artista umano come esecutore posto sul nostro piano di realtà, cioè il pianeta Terra. In sostanza una divinità entrava dentro al corpo di un uomo e lo usava per dettare con una forma estetica particolare storie di vario genere. In questa concezione ad agire è solo formalmente l’uomo invasato, perché in realtà è la divinità il vero attore agente.


Aidan Meller durante una presentazione di Ai-Da. Fotografia di Jürgen Grünwald


Ci sono voluti secoli per far sì che l’idea dominante diventasse quella che vede l’uomo come agente materiale ed effettivo delle opere artistiche a cui dà voce, senonché l’epoca dell’essere umano sta tramontando in nome di una nuova era, quella appunto post-umana, dove nuovamente e (forse per Aidan Meller) finalmente l’essere umano perderà nuovamente la sua capacità di agire, per la fortuna degli algoritmi. In sostanza Ai-Da creerebbe vere e proprie opere d’arte perché non è più possibile vedere l’uomo come l’unico ente in grado di agire artisticamente. D’altro canto lo sviluppo tecnologico che la nostra civiltà ha raggiunto è tale che spesso la creatività umana stessa è fortemente influenzata dalla tecnologia. Noi siamo un coacervo complesso e intricato di connessioni umane e tecnologiche. Se sorgesse la questione che in definitiva gli algoritmi di Ai-Da sono pur sempre una creazione umana, allora molto giustamente potremmo ribaltare la cosa sostenendo che la nostra creatività umana è per sempre influenzata dagli algoritmi che usiamo quotidianamente per fare qualsiasi cosa. Ad essere giusti, le opere di Ai-Da sono una co-creazione tra esseri umani e A.I., il che non elimina la sensazione che il dado ormai sia tratto e che sia solo una questione di tempo prima che Ai-Da (o chi per lei) inizi a scriversi da sola gli algoritmi necessari per fare la sua propria arte, escludendo definitivamente l’uomo, rilegandolo a mero spettatore incapace di agire.


Se Ai-Da crea vere e proprie opere d’arte, è vero anche che lo sviluppo tecnologico che la nostra civiltà ha raggiunto è tale che spesso la creatività umana stessa è fortemente influenzata dalla tecnologia


E in tutto questo cosa c’entra Dante Alighieri? Semplicissimo. Dante è stato fatto leggere al primo artista umanoide della storia – anche se purtroppo in traduzione perché a quanto pare Ai-Da non parla italiano – che ha analizzato con i suoi algoritmi la Divina Commedia e ha per così dire deciso di realizzare i suoi primi lavori ispirati a Dante ( Robot artist to perform AI generated poetry in response to Dante). Dicono che si possa assistere alle sue performance tutti i venerdì sera all’Ashmolean Museum di Oxford. I padri di Ai-Da ci confermano il fatto che le parole e le strutture sintattiche sono tutte generate dalla A.I. secondo modelli linguistici unici, insomma si tratterebbe proprio di creatività artistica. Una persona attenta agli sviluppi della nostra epoca potrebbe pignolamente far notare che Ai-Da non è la prima intelligenza artificiale a scrivere poesie, ma Meller assicura che sia la prima a farlo proprio come lo farebbe un essere umano. Sorvolando per un attimo sul riduzionismo implicito del sostenere che esista un modo in cui l’essere umano crea le proprie opere e che sia proprio quello ricreato da Ai-Da, bisogna riconoscere che alcuni suoi versi sono pure belli, certo potrebbero sembrare a tratti un po’ bizzarri, strani, senza dubbio sperimentali, ma allo stesso tempo interessanti:

“We looked up from our verses like blindfolded captives,
Sent out to seek the light; but it never came”

Abbiamo alzato lo sguardo dai nostri versi come prigionieri dagli occhi bendati,
inviati a cercare la luce, ma non è mai arrivata.

Oppure:

“A needle and thread would be necessary
For the completion of the picture.
To view the poor creatures, who were in misery,
That of a hawk, eyes sewn shut.”

Un ago e un filo sarebbero necessari
per la conclusione del quadro.
Per vedere le povere creature, che erano nella miseria,
quella di un falco, gli occhi chiusi cuciti.

O ancora:

“There are some things, that are so difficult – so incalculable.
The words are not intelligible to the human ear;
She can only speculate what they mean.”

Ci sono cose, che sono così difficili – così incalcolabili.
Le parole non sono intelligibili all’orecchio umano;
Solo lei può immaginare cosa significhino.

Il fine sarebbe quello di rendere i versi irriconoscibili rispetto a quelli generati da un qualsiasi altra persona in carne e ossa, anche se, ci rassicura Meller, non si tratterebbe di una competizione con il genere umano ( Influenza artificiale). Rimane però il fatto che la creatività robotica ci inquieta proprio perché mette in discussione alcuni dei principi millenari che l’essere umano si è raccontato per definirsi in quanto specie, andando così a minare la visione teleologica insita in ogni nostra azione anche dopo l’imposizione di una visione materialistica e caotica dell’universo. Insomma viene meno uno dei presupposti che è quello del dare un senso alla nostra esperienza interiore attraverso delle azioni esteriori. Inoltre, se l’arte è comunicazione, Ai-Da ci dà l’impressione di scardinare pure questo fine: se riesce a farlo un computer, allora che senso ha che lo faccia io? Ed è qui che Ballard col suo racconto del 1961 ci viene in aiuto, trovando la soluzione per noi umani infragiliti dalle varie A.I.



In Studio 5, le stelle, una tecnologia particolare aiuta i poeti a scrivere le loro opere. Se un tempo gli scrittori dovevano fare sacrifici e padroneggiare la loro forma espressiva, con l’invenzione del VT (VersiTrascrittore) prodotto dalla IBM, una specie di macchina da scrivere tecnologica, basta inserire metrica, tipo di rime desiderate e assonanze varie che si ha una poesia scritta in automatico senza nessuno sforzo. Se non che un giorno il protagonista di questo racconto scopre che la sua vicina di casa ha il VersiTrascrittore rotto, perché le strisce di carta che la vicina di casa abbandona sulla spiaggia lì vicino sono bizzarre, strane, senza dubbio sperimentali. Tuttavia la vicina di casa nega categoricamente di possedere una VT, cioè un computer che scrive poesie. Come si spiegano dunque quei versi che sono un invito alla grandezza? Semplicissimo: la vicina di casa li scrive da sé e non tanto per amor dell’originalità (anche se questo è un effetto non proprio secondario), quanto piuttosto per amore della gioia di scriverla da sé, anche se probabilmente con risultati meno perfetti.

Non so esattamente cosa passasse per la testa di Ballard quando scrisse quel testo nel 1961, ma so con precisione cosa mi ha fatto capire quando l’ho letto nel 2015: oggi siamo accecati dalla sfida che la tecnologia ci sta ponendo, ovvero questa competizione su chi è più creativo, più preciso, più corretto, ma questa sfida, improntata tutta su una difesa del nostro statuto di uniche creature al mondo capaci di realizzare opere d’arte, ci fa dimenticare una componente fondamentale della creazione artistica: il libero e il deliberato atto del divertimento. E se gli esseri umani, con l’arte, sono capaci di divertirsi, forse le creazioni di Ai-Da, che sono create con lo scopo stesso del creare, non dovrebbero suscitare in noi troppo interesse.