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Le cose per quelle che sono

L’umana fragilità dell’universo cinematografico dell’attrice e regista torinese, tra l’esordio È più facile per un cammello… e Attrici

C’è un cinema dell’anima, che attrae e ci racconta, una visione del mondo che ci appartiene e ci descrive: io ho trovato tutto questo nel cinema di Valeria Bruni Tedeschi che, come regista, sa raccontare la sfaccettata bellezza della fragilità umana. Un cinema fatto di vuoti e pieni che creano armonie stridenti, che giocano con l’umore, con il sentimento, con l’inadeguatezza, con l’infinitesima piccolezza dell’uomo davanti al tempo, al destino e al caso. In queste pagine cercherò di ripercorrere una filmografia che da intima si fa universale, popolata da personaggi che si guardano allo specchio senza ritrovarsi e che lottano nel vortice di una quotidianità complessa per cercare di corrispondere al sogno che hanno di loro stessi.

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Il racconto del nucleo familiare e del suo lessico evolve e matura in una breve filmografia che ne mette a nudo tutte le fragilità, evidenziando più che smussando gli spigoli. In È più facile per un cammello… il dipinto assume tinte feroci, forse perché contrapposte a una fragilità che non è ancora abbastanza matura per infischiarsene del giudizio altrui. Federica Camerasca, che da bambina giocava con il papà a essere la grande trapezista, viene messa sul patibolo, in bilico su quel filo metaforico che è la sua vita di trentenne incompresa. L’irrisolto rapporto con il padre della sorella isterica (Chiara Mastroianni), la libertà sentimentale di una madre (Marisa Borini, vera madre della regista) orgogliosa della pienezza con cui ha vissuto, l’insofferenza pacata ma affilata di un fratello viaggiatore (Lambert Wilson) cui viene imposta la staticità di un aspettare funesto, la spartizione di un’eredità sono ulteriori banchi di prova a cui Federica non sa reggere e, sempre e ancora, la portano a chiudersi e poi a fuggire. Non c’è respiro in questa discesa concitata e grottesca che incontra la sua battuta di arresto in un’attesa contemplativa della Morte, la quale beffarda e paradossale spazza via un passato troppo ingombrante – buñuelianamente la bara del genitore defunto non riesce a entrare sull’aereo che lo deve riportare in Italia –, lasciando tre giovani “spogli” e ammutoliti davanti a un futuro imminente che neppure sanno affrontare e che la loro ricchezza potrà riempire solo in parte. Nel suo esordio alla regia Valeria Bruni Tedeschi getta sul tavolo tutte le carte a sua disposizione, le stesse che mescolerà e abbinerà con mano sempre più esperta nei lungometraggi a venire. C’è un’estrema onestà intellettuale nella sua scelta di raccontare le cose per quelle che sono, nel renderle dolorose e repulsive attraverso l’esasperazione.


Valeria Bruni Tedeschi e Louis Garrel in Attrici (2007)


C’è una continuità neanche troppo velata tra la conclusione di È più facile per un cammello… e l’inizio di Attrici, secondo lungometraggio di Valeria Bruni Tedeschi, scritto insieme alle irrinunciabili co-sceneggiatrici Noémie Lvovsky e Agnès De Sacy e presentato nel 2007 al Festival di Cannes, nella sezione “Un Certain Regard”, dove vince il Premio Speciale della Giuria. Se nel film di debutto l’ingombrante bara contenente la salma paterna non riusciva ad abbandonare il presente, in Attrici c’è un pianoforte che, al contrario, nel presente – l’appartamento dove vivono Marceline e sua madre – non vuole saperne di entrare. Questo accade perché l’arte, la musica, il teatro, la recitazione – in una parola il dionisiaco – non hanno più presa su una protagonista che di professione è attrice, ma sembra aver perso ogni talento e desiderio di andare in scena per colpa della sua infelicità.

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Attrici è anche una riflessione su quanto la teatralità si rispecchi nella quotidianità: la vita è una farsa, un gioco di maschere e di scene madri anche fuori dal palcoscenico. Marceline e sua madre (Marisa Borini) litigano ogni volta che tentano la via del dialogo, fino a quando la prima chiede alla seconda di poter dormire insieme per alleviare le ansie. Ma l’atmosfera è talmente tesa che la figlia, prima di assumere un sonnifero, spazientita dalle continue accuse materne tenta di strozzarla per farla tacere. Se in È più facile per un cammello… quella della genitrice era una figura che molto condizionava, qui si è trasformata in una presenza incombente e destabilizzante, che pretende l’ultima parola e, invece di alleviare le pene, le fomenta rendendole montagne insormontabili. Più dure diventano le sfide, più lontana e offuscata diventa la possibilità di una maternità naturale, più apatico e svogliato si fa il lavoro attoriale su Nathalia Petrovna, più invisibile diventa Marceline. La progressiva scomparsa metaforica diventa reale quando al ristorante l’attrice viene ignorata dal cameriere il quale, addirittura, le finisce addosso colpendola con una torta in pieno volto. L’immagine scatena il riso, come nella più classica delle comiche slapstick, ma, come accade con la commedia, nasconde un’atroce tragicità: quella dell’assoluta e totale incomprensione.


Il presente testo è un estratto da Le tourbillon de la vie: Il cinema di Valeria Bruni Tedeschi di Benedetta Pallavidino gentilmente concesso da Bietti Edizioni e acquistabile qui ☛ Le tourbillon de la vie