Le conseguenze dell’amore | Ordine malato

Questa è la vita che mi sono costruito. Nel soggiorno ho un grande plastico in scala H0: quattro metri per tre, una stazione di testa e due passanti, uno scalo merci. Guido una vecchissima punto grigia e, sotto al letto, conservo tutte le lettere divise per anno, mittente, tipologia della busta (con finestrella, senza finestrella) e dimensioni. Aspetto ogni sera che i lampioni – i lampioni di un’anonima strada nella semiperiferia di una città di provincia – si accendano e anneghino l’asfalto di quell’arancione malato che mi piace moltissimo. Cucino, se ho fame, e pulisco ogni stanza una volta a settimana con un sistema a rotazione: lunedì camera, martedì cucina, mercoledì soggiorno, giovedì bagno, venerdì scale e terrazzino, sabato e domenica riposo. Nel tempo libero aspetto accanto al telefono e, quando squilla, conto fino a cinque. Se non si sono arresi, rispondo.

Non mi faccio illusioni: prima o poi mi presenteranno un conto salato. Esistono forze più estese di me che lo impongono. Allora qualcuno butterà giù la porta e mi troverà al telefono e poi più nulla. Il mio plastico verrà sfasciato, le mie lettere sparpagliate, senza ordine, come immondizia. I pochi mobili sfondati, aperti i fianchi e gli schienali alla ricerca di qualcosa. I vestiti, i piatti, le saponette, le piante in terrazza, sventrati per punizione e monito. Io questo lo vedo e lo accetto, così come accetto le ingiustizie del mondo, il maltempo o l’invecchiare.



Eppure, anche se vedo e conosco tutto quello che vedo e conosco, se presagisco l’inevitabile conclusione della mia testardaggine, se sento dentro ogni muscolo, ogni chilo di carne, che io temo la morte più di chiunque altro conosca, non riesco a lasciarla andare perché, anche se l’ho rapita e picchiata per lunghi anni, e sebbene lei mi si concedesse con riluttanza e ogni volta mentre venivo sussurrava “mi fai schifo”, questo è l’amore che mi è stato concesso.


Non riesco a lasciarla andare perché, anche se l’ho rapita e picchiata per lunghi anni, questo è l’amore che mi è stato concesso


Ci siamo sposati con una cerimonia semplice: i testimoni, l’ufficiale di stato civile e nessun altro. Lei non ha pianto e non ha parlato per tutto il giorno. Fuori dal municipio siamo saliti in macchina e siamo tornati qui. Ho cucinato una bistecca e delle patate arrosto. I pasticcini sono rimasti sul tavolo per tutto il pomeriggio e il giorno dopo li ho buttati. Quando è rimasta incinta, l’ho accompagnata in ospedale e lì ho aspettato che abortisse. Non mi importava di avere figli. 


Olivia Magnani ne Le conseguenze dell’amore (2003) di Paolo Sorrentino

Se ripenso agli anni passati insieme, credo che siano stati più felici per me che per lei. Anche mentre rideva, guardando un film o leggendo un libro, si sentiva in colpa, odiava essere felice. Passava le giornate a riempire pagine e pagine di diario che io la obbligavo a farmi leggere ogni fine settimana. E il suo disprezzo per me non è mai cambiato: un blocco di vetro nero e spesso, senza incrinature. Nel suo odio conservava la sua libertà e proprio per questo non ho mai smesso di amarla, rimaneva sempre qualcosa da conquistare.

Quattro anni fa è riuscita a scappare. Tornai una mattina presto e non c’era. Me ne accorsi subito, ancora prima di entrare in casa: l’aria in corridoio era diversa, i suoi vestiti erano spariti e mancava il diario dall’unico cassetto che poteva usare. Fu un colpo terribile: tutte le ore passate insieme, gli anni, vuoti, senza senso. Non mangiai per due giorni, non risposi al telefono. Guardavo una locomotiva senza vagoni girare sul grande anello, attraversare le due stazioni e la galleria per la stazione nascosta, arrivare alla racchetta di ritorno e ricominciare da capo. Continuò ad avanzare per tutto il giorno e tutta la notte finché, verso l’alba, il piccolo motore elettrico fuse e la casa si riempì di un odore amaro di plastica bruciata. Quando tornò, trovò ogni finestra della casa aperta e me seduto al tavolo davanti ad una locomotiva a vapore sventrata, Epoca II, FS, livrea nera, tipo GR 851, con quel loro buffo comignolo tutto solo sul muso. La picchiai appena, forse solo uno schiaffo, e l’abbracciai fortissimo, fino a farle male, mi disse lei.

Sei mesi dopo la portarono all’ospedale per un cancro al seno mai diagnosticato e nel giro di quindici giorni morì. In quelle due settimane imparai quante perifrasi si possono usare per dire che, se l’avessimo scoperto prima, poteva sopravvivere. Non la lasciai mai sola e lei, per tutto il tempo, continuò a ripetermi: è colpa tua. Se lo diceva quando c’erano i medici, le premevo l’ago cannula ancora più a fondo sul dorso della mano, finché non smetteva. Se eravamo soli, la lasciavo parlare. In fondo, non avevo modo per essere sicuro che non avesse ragione. Al funerale c’ero solo io, ma al tipo del crematorio non sembrava dispiacere. Se ne stava lì, con uno sguardo di infinita comprensione e nel giro di due ore, con lo stesso sguardo, mi restituì un’urna piena di cenere. 


Toni Servillo è Titta De Girolamo ne Le conseguenze dell’amore (2003) di Paolo Sorrentino

Arrivato a casa, presi la colla vinilica, la diluii con l’acqua fino a ottenere un liquido bianco e gelatinoso. Presi la cenere e, a poco a poco, coprii la massicciata dei binari fino ad ottenere un bel grigio che imitava alla perfezione i sassi utilizzati in tutta Italia, un mix di pietre calcaree, graniti e basalti. Iniziai dalle stazioni e continuai per una settimana, 15 ore al giorno, finché ogni centimetro di binario, anche quelli nascosti in galleria, non assomigliava ancora di più a quelli veri. Quando mi fermai, l’urna era vuota.


La faccio fermare a ogni stazione, immagino cosa ci saremmo detti, io e lei, mentre il treno aspetta di ripartire


Non posso dire che la mia vita sia poi così diversa, adesso. Rispondo al telefono, cucino. Vado avanti, per quanto mi è possibile. Assemblo convogli FS dal 1920 al 1945, il mio preferito è una 685 che traina tre centoporte marroni e una di prima classe, serie 10000, di un blu intenso. La faccio fermare a ogni stazione, immagino cosa ci saremmo detti, io e lei, mentre il treno aspetta di ripartire. Le sarebbero piaciuti quegli anni? Più di quelli che abbiamo vissuto? Poi faccio scattare il verde e la locomotiva sbuffa lenta, accelera un po’, fila via, curvando dolcemente lungo la linea principale.


Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici 
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila