L’arte infinita di Escher

Uno dei miei primi ricordi è proprio un’opera di Escher. Si tratta della stampa metamorphosis, esposta nel lungo corridoio di uno studio dentistico degli anni ottanta. Avrò avuto quattro o cinque anni e rammento come la paura del dentista venne sovrastata da lunghe e concentrate passeggiate su e giù per la sala d’attesa, assorto nell’infinito ciclo di trasformazioni raffigurato nel quadro. Subito dopo la visita tornai ancora dalla stampa e piantai un terribile capriccio per averne una uguale in camera. Il medico non ricordava dove avesse acquistato l’opera, ma grazie alla pazienza dei miei genitori la mia richiesta venne comunque soddisfatta e più di trent’anni dopo metamorphosis è ancora esposta in quella che è stata la mia camera durante l’infanzia e l’adolescenza.
Se parlo del valore epifanico del mio incontro con Escher non è per nostalgia, quanto per rievocare una delle principali caratteristiche della sua arte: la capacità di sintetizzare ed esprimere profonde intuizioni metafisiche attraverso l’arte visiva. La mia passeggiata lungo metamorphosis non era solo una divertita osservazione di buffi pescetti, uccelli, scacchi, api e villaggi che si trasformano l’uno nell’altro, ma la contemplazione dell’idea di impermanenza, identità e infinito. La stampa aveva aperto una piccola crepa nella mia (nascente) idea di realtà e da allora ho passato il resto della vita a cercare prima di richiudere e poi di allargare questo spiraglio.


La locandina di Escher – Viaggio nell’infinito di Robin Lutz

Escher – Viaggio nell’infinito di Robin Lutz racconta l’artista olandese a partire dalla sua biografia, che ricordavo relativamente priva di eventi – se è possibile definire “priva di eventi” una vita tra due guerre mondiali. L’artista nasce da una famiglia agiata, viaggia e disegna molto, si sposa e fa tre figli, riesce a superare la guerra esaurendo i propri averi, vivacchia nel periodo post-bellico finché non diventa celebre (e torna benestante) grazie a un’intervista del Times. Intendiamoci, anche la vita più banale ha in sé abbastanza elementi per dar vita a un’opera di Shakespeare: Escher è un uomo di estrema intelligenza e sensibilità, che ha visto l’orrore nazista e ha sposato una donna con problemi mentali, sopravvissuta alla rivoluzione bolscevica. Dal punto di vista cinematografico però, la sua vita non ha l’impatto scenico di colleghi come Picasso, Basquiat o Andy Warhol. Per ovviare a questo limite, Lutz trasforma l’artista in narratore grazie a citazioni dai suoi scritti e riempie il film di opere d’arte e animazioni.


Lutz trasforma l’artista in narratore grazie a citazioni dai suoi scritti e riempie il film di opere d’arte e animazioni


Escher non è né estroso né ascetico, né folle né istrione – per farla breve, è un tizio relativamente normale. Nel guardarlo con il suo abito elegante, barba e baffi ben curati e i capelli pettinati da un lato sembra un qualunque signore distinto dei primi del novecento, o un perfetto hipster dei primi anni duemila, se fosse nostro contemporaneo. Un “uomo fuori dal tempo”, si potrebbe dire con un’espressione abusata che qui coglie una curiosa verità. M.C. Escher, infatti, come molti filosofi e mistici, viveva davvero fuori dal tempo. Rifiuta sin dagli albori il nazifascismo, ma a parte salvare la propria famiglia e i quadri del suo maestro d’arte ebreo una volta deportato, non dimostra una particolare partecipazione politica. Durante i moti del ’68 i giovani hippie si innamorano del suo lavoro, ma l’unica reazione dell’artista è lamentarsi che colorino le sue stampe con tinte psichedeliche (con risultati effettivamente terribili). Rifiuta la richiesta di Mick Jagger di disegnare una copertina ai Rolling Stones, non per un giudizio negativo sulla sua musica, ma perché il cantante si rivolge a lui in tono eccessivamente informale. Allo stesso tempo questo compassato signore in bianco e nero dimostra una notevole lungimiranza pop ed esprime la sua ammirazione per i cartoni animati della Disney, per sostenere che «in futuro le animazioni saranno ancora di più una forma d’arte». Oltre all’opera di Escher (che occupa giustamente gran parte della pellicola), il film riesce a integrare questi aspetti della vita privata dell’artista con una certa grazia, senza che risultino d’appendice. Le foto d’epoca, i pochi video originali, le interviste ai due figli tutt’ora in vita e la voce narrante riescono a creare una specie di diario filmico che colma i vuoti lasciati dalle immagini e dalle animazioni. D’altra parte, come ben sapeva anche Escher, tutto è necessario nell’infinito, anche i dettagli biografici.



Escher è così assorbito dal suo lavoro artistico che di anno in anno si allontana sempre di più dalle mode e i moti del tempo. La sua ricerca è quanto di più lontano dalla superficie del mondo, perché figlia di una tensione verso l’assoluto, l’infinito e la natura della realtà – è la stessa indagine di matematici, filosofi e religiosi, non a caso persone considerate spesso “fuori dal mondo”. Ma è anche la missione degli artisti (pensiamo a Iris Murdoch quando dice che «tutta l’arte è religiosa»). Il linguaggio dell’olandese è più cerebrale che emotivo, ma è sempre quello dell’arte; laddove è lontano da Pollock, Picasso, Kokoschka o Schiele è vicino a Magritte, Duchamp, Fontana e Mondrian, giusto per fare qualche esempio. E se è lontano dai Rolling Stones è comunque vicino a J.S. Bach, per il quale professa una forte consonanza, ben elaborata dal Douglas Hofstadter di Gödel, Escher, Bach. Non si tratta insomma di una differenza di linguaggi, ma del loro utilizzo e tema.



È divertente figurarsi l’opera di Escher come una sorta di zoom. Si parte da lontano, dal mondo esterno, con le prime incisioni di paesaggio, per poi procedere nell’analisi, ridurre i paesaggi a forze e linee essenziali, concentrarsi sui dettagli; pozzanghere, gocce d’acqua, parti del corpo, piccoli animali. Nell’interagire con la mente umana la natura rivela strutture ricorsive e fughe all’infinito, dietro le quali sembra non esserci un fondo ma un limite: «Tu non puoi passare». Ed è qui che l’artista raggiunge il culmine, nel vertice del linguaggio, davanti al muro di fuoco dell’ineffabile e del paradossale.
Scriveva Tolstoj nelle sue Confessioni:

Non cercherò spiegazioni per tutti i problemi. So che la spiegazione di tutto l’esistente – così come il principio di ogni cosa – si cela nell’infinito. Ma voglio spingere la mia comprensione fino alle soglie di ciò che è ineluttabilmente incomprensibile; voglio che ciò che è incomprensibile resti tale non perché le esigenze della mia ragione siano ingiustificate (sono giustificate, e al di fuori di esse io non posso comprendere nulla), bensì perché riconosco i limiti della mia ragione. Voglio spingere la mia comprensione sino al punto in cui ogni proposizione incomprensibile mi appaia come una necessità per la ragione stessa, e non come un semplice obbligo di credere.

Queste parole ricordano una frase di Escher verso la fine dei suoi anni: «Ho sempre cercato di fare la stampa che non posso realizzare». L’immagine che non si può raffigurare, la parola che non si può pronunciare, il limite invalicabile dietro la realtà così come ci appare. Ripetiamo con Iris Murdoch: «tutta l’arte è religiosa». Davanti all’opera di questo artista olandese, verrebbe voglia di suggerire alla filosofa irlandese che forse anche tutta la scienza è religiosa.