La morte della Luna

La Luna, fin dagli albori della civiltà, ha significato sempre qualcosa di più di un semplice oggetto celeste particolarmente appariscente nelle notti serene. Ha ispirato leggende, miti e narrazioni di ogni tipo, inizialmente legate alle credenze e ai riti religiosi, poi, con l’affermarsi di un principio razionale di analisi, al desiderio dell’esplorazione di luoghi lontani, diversi ed esotici. Proprio per questo è stata in grado di imporsi come simbolo nella storia della letteratura e, in tempi più recenti, in quella del cinema. Solo per fare alcuni esempi: Luciano di Samosatra nel II secolo scrive L’uomo sopra le nuvole, un viaggio immaginario e satirico del filosofo cinico Menippo di Gadara fino alla Luna e poi oltre nella dimora degli dei. Un racconto tradizionale giapponese Il tagliatore di bambù del X secolo narra le vicende di una principessa proveniente dalla Luna che viene adottata da un tagliatore di bambù, ma crescendo diviene una splendida donna, capace di far innamorare chiunque, prima di tornare dal suo popolo. Anche per Dante Alighieri il nostro satellite ha un ruolo importante: durante l’ascesa in Paradiso, il sommo poeta avvicina la Luna inserendola in una sorta di crescendo metafisico che permette l’accesso alla luce divina. Non meno importante fu la descrizione che ne diede Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso, ovvero una specie di antitesi del nostro pianeta dove è possibile trovare il rimedio a qualsiasi problema, ad esempio a quello della follia. E nel Seicento, con le nuove scoperte scientifiche, la letteratura sulla Luna diventa sempre più corposa, con improbabili viaggi e descrizioni sociologiche delle popolazioni autoctone.
A rendere il nostro satellite ancora più misterioso c’è la presenza di un lato oscuro, che non possiamo mai vedere, fatto che ha reso il fascino della Luna ancora più irresistibile, facendo nascere le teorie più strampalate e le fantasie più estreme su cosa potesse accadere su quella parte nascosta, velata e irraggiungibile con lo sguardo, basti pensare che ancora a metà dell’Ottocento l’astronomo danese Peter Andreas Hansen ipotizzava che sul lato nascosto potessero esserci atmosfera e forme di vita.


Il celebre occhio della Luna colpito dalla navicella spaziale in Le Voyage dans la Lune (1902) di Georges Méliès

La Luna, insomma, è sempre stato un catalizzatore della fantasia umana, anche se la natura difficilmente matematicizzabile dei suoi moti l’ha trasformata in un misterioso simbolo di discontinuità, follia, in un certo qual modo di emotività instabile, potente, femminile. Il punto è che i moti della Luna sono piuttosto strani, basti pensare che esistono cinque differenti calendari lunari calcolati su differenti spostamenti del satellite e che un anno lunare combacia con quello solare ogni diciannove anni circa. Calcolare i suoi moti era una cosa talmente complessa che una delle menti più celebri dell’Occidente, Newton, dovette ad un certo punto arrendersi. La leggenda vuole che Newton vivesse confinato in un’isola per sfuggire alla peste e voleva spiegare i moti della Luna tramite la legge di gravitazione universale, sostenendo che il suo moto risultava così strano a causa delle perturbazioni gravitazionali generate dal Sole. Newton non ottenne il successo sperato, poiché la matematica di cui aveva bisogno era troppo complessa e ogni tentativo di semplificarla corrompeva la correttezza dei risultati. Un giorno finì per lamentarsi con un suo giovane discepolo sostenendo di non aver mai avuto così tanti mal di testa come da quando studiava la Luna.


Il cinema ereditò fin dalle origini il fascino della Luna con il capolavoro Le Voyage dans la Lune (1902) di Georges Méliès e La prima donna sulla Luna (1929) di Frizt Lang


Il cinema ereditò fin dalle origini il fascino che la Luna esercitava sulla nostra fantasia: Le Voyage dans la Lune, capolavoro di Georges Méliès del 1902 vagamente ispirato a un romanzo di Jules Verne (Dalla terra alla Luna) e a uno di H. G. Welles (I primi uomini sulla Luna) ne è una dimostrazione lampante. Questo cortometraggio lungo circa quindici minuti è generalmente considerato il primo film di fantascienza della storia ed è riuscito a imporre la sua estetica nella storia della cultura del Novecento (una Luna con un volto aggressivo il cui occhio viene perforato da una pallottola che sarebbe la mitica prima astronave in grado di portare a termine il viaggio sul nostro satellite).
Frizt Lang realizzerà nel 1929 un film intitolato La prima donna sulla Luna, basato sul romanzo uscito l’anno precedente di Thea von Harbou, sua moglie. In questo caso siamo di fronte ad una pellicola dove i dati per il lancio del razzo sono scientificamente corretti, anche perché Lang chiese e ottenne la collaborazione come consulente di Hermann Oberth, il vero e proprio maestro di Wernher von Braun, l’ingegnere che rese possibili le missioni Apollo una volta spostatosi in America a seguito della caduta del regime nazista.


Gli astronauti osservano il monolite scoperto sulla Luna in 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick

I film sul tema si susseguirono almeno fino al capolavoro di Kubrick 2001: Odissea nello spazio del 1968, ultimo tassello capace di descrivere l’importanza della Luna come trampolino verso dimensioni metafisiche differenti. Fu l’ultimo perché l’anno seguente, nel 1969, esattamente cinquanta anni fa, l’Apollo 11 condusse Niel Armstrong e Buzz Aldrin – l’ispirazione per il personaggio Buzz di Toy Story – a passeggiare sulla superficie del nostro satellite.

Da quel fatidico 20 luglio, dopo quel piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità, la nostra fantasia sulla Luna si è trasformata in un disinteresse riscontrabile in tutte quante le arti. Già prima dello sbarco, quando il lato nascosto era stato fotografato e poi sorvolato da degli astronauti, si era scoperto che quella faccia del satellite era prevedibilmente priva di ogni interesse. I primi equipaggi che circumnavigarono la Luna lo fecero in un silenzio radio sempre più privo di suspense. La tensione narrativa venne mantenuta viva dai mass media, la professione stessa degli astronauti era cresciuta insieme allo sviluppo nei nuovi mezzi di comunicazione: insieme ai duri addestramenti spaziali, venivano loro insegnate tecniche per riprendere e fotografare la loro esperienza. Pier Paolo Pasolini ne avrebbe parlato come di eroi prodotti su misura per la società dei consumi, grazie ai quali i nuovi mezzi di informazione avevano compiuto una sorta di prova generale e anticipato contenuti del nuovo mondo che essi stavano cominciando a formare. La corsa alla Luna fu dunque raccontata e legata allo sviluppo della televisione, tanto da poter generare il dubbio che lo sbarco non fosse altro che una messa in scena realizzata su un set.


L’allunaggio ricreato in studio nel thriller di spionaggio Capricorn One (1978) di
Peter Hyams

La spettacolarizzazione dell’esperienza del viaggio spaziale era avvertita anche dagli stessi astronauti, che dovettero imparare a gestire anche la pressione derivante dalla stampa. Ma quando con la missione Apollo 15 si giunse al massimo sviluppo tecnico possibile per l’epoca, il viaggio spaziale si trasformò in una routine priva di pathos. Non a caso Harrison Schmitt, pilota dell’Apollo 17, propose di allunare sul lato nascosto, di modo che si potesse riattivare l’interesse del pubblico a causa delle enormi difficoltà che poteva rappresentare un atterraggio senza alcun sostegno radio dalla Terra. Si trattava del tentativo di regalare una nuova prima volta, una nuova frontiera da varcare. Il progetto non andò in porto anche perché non era possibile stabilire un contatto televisivo: il pubblico non avrebbe potuto assistere all’evento.


La spettacolarizzazione dell’esperienza del viaggio spaziale era avvertita anche dagli stessi astronauti, tanto che Harrison Schmitt, pilota dell’Apollo 17, propose di allunare sul lato nascosto per riattivare l’interesse del pubblico


La Luna e i viaggi diretti verso di lei diventarono in breve noiosi. Non si trattava esclusivamente di un fenomeno legato solo al circuito delle comunicazioni, bensì un vero e proprio sentimento interno. La noia si insinua all’interno delle missioni spaziali perché la Luna diventa incapace di produrre nuove esperienze. In sostanza la conquista del satellite ha svuotato le nostre aspettative, lasciandoci di fronte alla possibilità di desiderare altre frontiere, la prima delle quali è osservare dall’esterno la Terra e poi dedicarsi a tutto lo spazio rimanente: stelle, Sole, comete, infinito.


L’astronave metafisica di Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij

Ad allunaggio avvenuto, anche la letteratura e il cinema cambiano radicalmente paradigma. Negli anni ’70 si assiste ad una crisi del genere fantascientifico, quanto meno per quanto riguarda l’esplorazione spaziale, proprio perché è entrata in crisi l’immaginazione sul tema. Non a caso Solaris (1972), capolavoro del grande regista russo Andreij Tarkovskij, racconta la trasformazione dell’esplorazione in un’esperienza psicologica, introiettata all’interno dell’inconscio umano quasi come se la frontiera da varcare non fosse più un punto perso nello spazio esterno al nostro pianeta, ma il centro di noi stessi. Lo spazio diviene una proiezione psicologica affastellata di fantasmi nell’attesa che qualcosa accada. Con Dark Star (1974) di John Carpenter si assiste ad una colta e filosofica parodia dell’avventura spaziale, che trova il proprio cul de sac in un paradosso che fa da specchio alla follia della guerra fredda. Ancora una volta la narrazione fantascientifica funziona come proiezione del dissidio interiore dell’essere umano rimasto sulla Terra. Non sarà un caso se nella postfazione di Crash (1973) James G. Ballard affermi:


Il tipo di fantasia che si manifesta attualmente nella fantascienza non è per nulla nuovo. L’invenzione di nuovi mondi come veicolo di critica al mondo concreto è già in Omero, Shakespeare e Milton. Sviluppo recente è invece la riduzione della fantascienza, per scissione, a un genere letterario separato e vagamente disdicevole. Tale riduzione è legata alla quasi scomparsa della poesia drammatica e filosofica e al lento avvizzire del romanzo tradizionale, che tende sempre più a occuparsi delle sfumature delle relazioni umane. […] Paradossalmente la fantascienza moderna è diventata la prima vittima del mutevole mondo che ha anticipato e contribuito a creare. Il futuro contemplato dalla fantascienza degli anni quaranta e cinquanta è già il nostro passato […] Per me, l’esempio più commovente di questo è ravvisabile nel film 2001: Odissea nello spazio, il quale ha segnato la fine del periodo eroico della fantascienza moderna.

Per ritrovare un’epica nella fantascienza dovremo attendere il 1977, quando uscirà Star Wars, che non solo accade nel nostro passato, sancendo che la fantascienza appartiene ad un’altra epoca, ma si svolge in una galassia lontana, di modo che il tutto si trasforma in una favola innocua, nonostante la creazione della Morte Nera, una stazione spaziale da combattimento grande come una Luna. A conclusione del decennio, nel ’79, arriverà il capolavoro di Ridley Scott Alien, capace di riaccendere l’interesse verso l’esplorazione spaziale in chiave horror. Ma della Luna neanche l’ombra. Bisognerà aspettare il 2009 per vedere nuovamente la Luna al centro di un film, il triste, bellissimo Moon, che però spiega fin troppo nel dettaglio la noia che imperversa sul nostro satellite. In tutte le altre rappresentazioni, è stata ormai ridotta a un inutile punto di passaggio per respingere le invasioni aliene o distruggere comete assassine. Da luogo sognato per millenni la Luna è diventata una sorta di scalo ferroviario privo di interesse.


La Terra vista dalla superficie della Luna in Moon (2009) di Duncan Jones

Eppure, con la nascita di una seconda ondata di progetti di esplorazione spaziale, la Luna sembra poter tornare al centro dei nostri interessi con una glorificazione epica della prima impresa dell’allunaggio. Con First Man – Il primo uomo di Damien Chazelle, uscito nel 2018 proprio mentre venivano annunciati i progetti privati per colonizzare lo spazio. Quello che la storia del cinema sembra dirci è che l’immaginazione è soggetta all’intrattenimento e ai movimenti di capitale, legati a doppio filo al consenso e alla curiosità popolare. Una volta scoperta, della Luna e della sua millenaria poeticità non è rimasta alcuna traccia.