La meccanica dei mostri

Avvolto nella natura dei velati paesaggi emiliani degli anni ’30 e ’40, un ragazzino sfreccia con la sua bici scomparendo dietro ai filari di pioppi che pian piano sfumano via nella nebbia. Insieme agli amici d’infanzia, si diletta a grattare con le dita nei fossati di campagna a caccia di grumi di terra-creta, quella stessa materia malleabile usata dagli scultori padani con cui creerà ben presto un primo presepe completo. Disegna bene, disegna animali ma non solo, è creativo e matura molto rapidamente il desiderio di costruirsi da sé i propri giocattoli, anche se con un cruccio a cui cercherà di porre rimedio: vederli muovere. Proprio come la sua bici o le motociclette riparate in officina insieme al papà, un luogo che sarà la culla della sua innata passione per la meccanica. Questo giovane talentuoso si chiama Carlo Rambaldi ed è destinato a lasciare un marchio indelebile alla storia del cinema e degli effetti speciali.

Il cinema è per eccellenza il luogo dei sogni, le pellicole trasportano lo spettatore altrove, in contesti immaginifici che spesso si popolano di animali feroci o creature fantastiche. Lo stesso Carlo, a soli dieci anni, ne era rimasto vittima, folgorato davanti alla proiezione di King Kong e dagli effetti dell’animazione del gorilla di Willis O’Brien. Una folgorazione che lo porterà a poco a poco a dedicare la sua intera vita al concepimento di personaggi artificiali la cui sofisticata meccanica interna sarebbe stata in grado di farli interagire con gli attori in maniera realistica. Dopo gli studi da geometra e la laurea all’Accademia di Belle Arti di Bologna, il suo percorso lo porta verso la metà degli anni ’50 a trasferirsi a Roma e a frequentare gli ambienti cinematografici. Qui avvia una serie di collaborazioni con alcuni dei migliori registi italiani, da Monicelli a Ferreri da Pasolini ad Argento passando per Fulci, Bava e Comencini, fino ad arrivare alla consacrazione degli anni ’70 nello star system hollywoodiano, corredata da ben tre premi Oscar, per King Kong, Alien e E.T.



La storia di Carlo Rambaldi rivive a Palazzo delle Esposizioni, proprio nella Roma che lo lanciò. La mostra curata da Claudio Libero Pisano ripercorre la carriera dell’artista fin dai suoi inizi, rievocando i celebri e indimenticati immaginari filmici costruiti grazie al suo talento e alla sua fantasia. Una retrospettiva vasta che vanta oltre cento opere, raccontate tramite materiali, videoproiezioni, appunti, modellini, bozzetti delle sue creature più conosciute. Nella cornice di un allestimento seducente, esse sembrano essere madri di alcuni lavori – anch’essi esposti – di Makinarium, società italiana specializzata nello sviluppo di effetti speciali fisici e digitali fra le più importanti al mondo che ha idealmente raccolto l’eredità del maestro, consolidandosi soprattutto grazie all’esperienza sul set de Il racconto dei racconti di Matteo Garrone (il maestoso drago marino è stato esposto per mesi in giro per l’Italia dopo l’uscita del film). L’eredità che Rambaldi lascia alle generazioni successive affonda le radici nel suo esordio cinematografico che risale al 1957, con il Sigfrido di Giacomo Gentilomo. Gli viene richiesto di realizzare il drago Fafner in soli tre mesi, a produzione già avviata. Si tratta di un drago rivestito di squame lungo ben quattordici metri. La procedura classica prevedrebbe di modellare una squama, fare lo stampo e riprodurla per l’intera lunghezza, ma non c’è il tempo. Rambaldi ha allora l’intuizione di utilizzare dei vassoi di cartone per pasticcini, ne sfrutta la forma ovoidale, li ribalta, li taglia a metà e li sovrappone in modo da ottenere le singole squame. Il risultato è rapido e perfetto


Carlo è un osservatore del reale, guarda attorno a sé, escogita soluzioni talvolta impensabili, attingendo anche alle dolci visioni d’infanzia


Carlo è un osservatore del reale, guarda attorno a sé, escogita soluzioni talvolta impensabili, attingendo anche alle dolci visioni d’infanzia, alle sue corse nelle campagne di Vigarano Mainarda, in provincia di Ferrara. La natura lo ispira e gli fornisce le risposte. A lei Rambaldi chiederà di mostrargli il gorilla più giusto a cui poter guardare per la realizzazione del mostro gigante nel remake di King Kong, film del 1976 diretto da John Guillermin. Al gorilla scelto come modello, finalmente trovato in uno zoo di San Diego, quella stessa natura aveva concesso, più che ad altri suoi simili, caratteri forti e unici, come quelli di un vero e proprio personaggio cinematografico. «Non ho inventato nulla, ho solo copiato e aggiunto la meccanica d’animazione e recitazione», dirà Rambaldi pronunciandosi sulla creatura del film che gli varrà il primo dei tre Oscar, esposti in una delle sale della mostra. E passeggiando per queste sale, il fiato si ferma quando ci si imbatte davanti alla mano gigante di King Kong. Lunga circa sette metri, è l’originale utilizzata per le riprese ravvicinate con Jessica Lange, «una mano mitologica per chi ama il cinema» – afferma il curatore Pisano.


L’enorme braccio di King Kong (1976) viene posizionato durante l’allestimento della mostra

L’incontro con la grande industria cinematografica americana, battezzato con King Kong, permetterà a Rambaldi di affinare ulteriormente le sue abilità e la sua arte, la cosiddetta “meccatronica”. Tramite essa, unendo armoniosamente meccanica ed elettronica, Carlo riuscirà a dare un’anima a creature cibernetiche che da semplici elementi di contesto diventeranno autentici protagonisti dei film in grado di far sognare il pubblico. Il mondo visionario degli effetti speciali sarà così rivoluzionato da una mano che, come quella di un artista rinascimentale, combinerà al genio creativo un’artigianalità trasversale e saprà trovare nella natura la ragione stessa della propria arte. Rambaldi opera quasi come un moderno Leonardo da Vinci che, ribaltando le convinzioni degli scienziati del suo tempo, guardò al volo dal punto di vista squisitamente meccanico e non come un processo misterioso e magico. L’osservazione della natura e in particolare lo studio della conformazione delle ali degli uccelli e delle correnti d’aria, incentrato su competenze scientifiche interdisciplinari, gli avrebbero reso chiaro che il volo dell’uomo non sarebbe stato un’impresa impossibile, ma semplicemente un atto riproducibile con la corretta meccanica.


E se Leonardo renderà alla portata il grande sogno dell’umanità di volare, Rambaldi, maestro-artigiano degli effetti speciali, renderà tangibile, come fosse reale, l’incontro straordinario tra spettatori e creature fantastiche


E se Leonardo renderà alla portata il grande sogno dell’umanità di volare, Rambaldi, maestro-artigiano degli effetti speciali, renderà tangibile, come fosse reale, l’incontro straordinario tra spettatori e creature fantastiche, consacrato nel grande sogno del cinema. Tanto il dispositivo cinematografico quanto l’arte di Rambaldi condividono la medesima essenza, concettualmente racchiusa nell’idea che sia il movimento a donare emozione. I mostri di Rambaldi, concepiti nella ricerca ossessiva di veridicità e morbidezza dei movimenti, saranno ribattezzati proprio per questo “attori meccanici” e sapranno divertire, commuovere e ovviamente impaurire. Molto spesso, però, dentro di loro vivrà una sensibilità del tutto umana, la stessa del suo creatore: «vorrei dire che sto lavorando per soddisfare il bambino che mi porto dietro», affermava.



Questo bambino scorrazza idealmente fra le sale del Palazzo delle Esposizioni e si mostra allo spettatore in maniera chiara e distinta nelle fattezze fiabesche del Pinocchio di Comencini e dell’E.T. di Spielberg, la cui mimica facciale è costruita sull’idea d’innocenza. E se da un lato quel burattino di legno, a cui è stata donata un’anima dal suo papà falegname, incarna perfettamente l’intera arte di Rambaldi, dall’altro il dolce alieno ne sintetizza le sfumature del processo creativo. Spielberg voleva un alieno speciale con cui il pubblico potesse empatizzare, e anche se al tempo il regista e la produzione decisero di vendere pubblicamente l’idea che il suo viso si ispirasse ai lineamenti di Carl Sandburg, Albert Einstein e Ernest Hemingway, Rambaldi, ancora una volta, partì da ciò che aveva davanti a sé: Chicca, la sua gatta himalayana. La mostra espone i lavori preparatori, che includono disegni e test di fotogenia e sulle specifiche espressioni legate ai corrispettivi stati d’animo di E.T. E allora, scorrendo con lo sguardo sul ricco materiale esposto e ripercorrendo con la memoria alcune sequenze indimenticabili del film, il volto felino pian piano si trasfigura, gli occhi si distanziano, la testa si espande, rugosa come quella dei cuccioli di certi primati; le braccia si allungano, distanziando il piccolo alieno dalle cose terrestri a lui sconosciute, le gambe scompaiono non concedendogli la possibilità di fuga in situazioni di pericolo e il collo si contrae e si estende in base a quanto sia incuriosito o impaurito. È così che Rambaldi concepisce il suo capolavoro più amato, quello del terzo Oscar – di pochi anni successivo alla statuetta per Alien di Ridley Scott –, che sarà capace di emozionare intere generazioni. Quell’emozione passa invisibilmente attraverso a una complessa meccanica interna, fatta di lunghissimi cavi d’animazione, leve e cilindri olio-dinamici governati, nel caso di E.T., da ben cinque animatori, due per i movimenti del corpo e tre per le espressioni del volto. Ma quell’emozione passa anche per il vissuto di Carlo che seppe guardare con semplicità alla propria terra e ai propri ricordi di gioventù, sempre vivi in lui e nelle sue creature, incluso E.T. l’extra-terrestre. A ispirargli le insolite forme del collo dell’alieno, infatti, sono le protagoniste di un suo vecchio dipinto cubista realizzato da ragazzo in cui aveva ritratto delle lavandaie magre dal collo allungato chine sul greto del Po. Per Carlo, «sono le madri di E.T.», madri di un ricordo cinematografico indelebile.