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Se la guerra Ucraina è diventata warporn

Come l’invasione Ucraina ha sdoganato sui social le immagini pornografiche della guerra

Dai palazzi distrutti ai carrarmati esplosi, dalle bombe che cadono alle batterie di missili che partono fino ai corpi martoriati dei soldati caduti o dei civili abbandonati su una strada e nascosti da un telo, senza dimenticarsi degli uomini che camminano tra le macerie e le donne che piangono, mentre bambini profughi attraversano confini dove li aspettano peluche di animaletti colorati. Tutto fotografato, ripreso e condiviso su profili TikTok e Instagram dedicati alla brutalità della guerra dove l’estetica scioccante dei contrasti conta più del rispetto nei confronti di quella sofferenza e di quei morti, in un processo di estraniazione da parte dell’audience che viene costantemente analizzato dai teorici occidentali dal punto di vista propagandistico (la guerra si combatte anche con le immagini), ma molto raramente da un punto di vista estetico, in quella che è una vera e propria #warporn.

Il warporn è la proliferante pratica di fotografare e riprendere fenomeni bellici utilizzando colonne sonore, filtri, inquadrature e altri strumenti di montaggio con lo scopo di rendere il soggetto più invitante per quella fascinazione che l’uomo ha per la distruzione indiscriminata e per l’assassinio generalizzato in quei contesti dove ogni legge o regola è stata sospesa da una dichiarazione di guerra. Talvolta, invece, lasciare le immagini volutamente a bassa risoluzione per conferire al tutto il maggior effetto mimetico e realista agli scontri a cui si sta assistendo in differita, con l’idea sottotraccia che più l’immagine è a bassa risoluzione e più lo spettatore percepirà un effetto di realismo. E quindi continuerà a guardare.


La prima guerra raccontata su TikTok secondo l’analisi di Wired riportata da CBS News


L’origine di questo crescente processo di estetizzazione della guerra va sicuramente fatta coincidere con l’avvento dei social network, che hanno contribuito a sdoganare qualsiasi tipo di tabù inerente ai limiti del rappresentabile nonostante le policy della comunità. Se la narrazione tradizionale dei conflitti insegnava che con certe immagini non bisogna giocare, l’immagine ripresa o fotografata e a portata di mano suggerisce esattamente il contrario: la morte e la distruzione vengono considerati come un materiale utilizzato per giocare e sperimentare.

Senza dubbio alcuni device portatili ci hanno permesso di avere un’informazione più diretta di certi fenomeni, consentendoci di sbirciare addirittura nel punto di contatto tra due eserciti che si affrontano mentre ce ne rimaniamo al sicuro a casa nostra. Kant direbbe che questo è il sublime, perché la manifestazione della violenza a un tale livello è così oscena che squarcia i confini dell’etica aprendo il varco a un qualcosa di illimitato, infinito, uno spettacolo che supera i limiti della nostra immaginazione grazie allo scatenarsi di forze naturali che sono dentro all’essere umano, un po’ come se l’oceano in tempesta, le alte montagne o un abisso senza fondo non fossero altro che una metafora di cosa si nasconde dentro a ognuno di noi, e che tale metafora fosse finalmente visibile solo in quel momento estremo in cui si scatena la brutale violenza della guerra, che noi contempliamo al sicuro in casa nostra.


Un video su Instagram che mostra con immagini sporche e realistiche il lancio di alcuni missili russi Russian rocket artillery

Il senso di ammirato stupore, unito allo sgomento, risveglierebbe in noi il senso morale, lungamente assopito grazie ai meccanismi narcolettici di una società votata ai consumi, così che l’azione di filmare e fotografare i terribili effetti di una guerra contemporanea non avrebbe solo il valore di una testimonianza, ma anche di una chiamata etica a cui tutti noi dobbiamo rispondere. Un meccanismo che attiva inevitabilmente il valore propagandistico e manipolatorio dell’uso di certe immagini, proprio perché dobbiamo rispondere moralmente a quello che vediamo. Fin qui, tuttavia, non ci sarebbe ancora niente di strano, se non che, come faceva notare McLuhan, il medium è il messaggio, volendo con questo sottolineare come un medesimo testo cambi di significato in relazione al mezzo che lo veicola. Il medium che usiamo di volta in volta non è mai neutro, ma agisce sui contenuti modificandoli: una fotografia di un palazzo incenerito sulla prima pagina di un giornale veicola un messaggio differente rispetto alla stesso luogo raccontato su una radio, ma se tra radio e giornale la distanza è maggiore (e quindi la differenza tra i messaggi appare più comprensibile) tra un’immagine social e l’immagine giornalistica (cartacea, televisiva) tale distanza viene percepita in modo più sfumato, determinando una confusione generalizzata tra testimonianza, informazione e estetizzazione della guerra, non solo da parte dell’audience, ma anche e soprattutto da parte di chi sta riprendendo, filmando e testimoniando.

Ovviamente tale disorientamento etico-estetico è amplificato dal fatto che la nostra personale visione di un determinato fenomeno è il risultato della somma delle nostre esperienze e delle descrizioni che ci vengono date dai vari medium, descrizioni talvolta in contraddizione tra loro non solo perché derivanti da fonti contrastanti, ma anche a causa di una naturale idiosincrasia tra i medium stessi, di modo che la somma dei vari medium dà come risultato un caleidoscopio di messaggi che difficilmente siamo in grado di ricondurre a un’idea unica di quello che vediamo e proviamo. Ne deriva che chi riprende e chi guarda ha una visione etico-estetica scomposta e irregolare a causa di quell’ibrido tra giornalismo, pubblicità, citazione cinematografica, propaganda e brutale testimonianza dell’orrore che viene continuamente pubblicato e postato.


I talebani nei giorni della presa del potere in Afghanistan nel 2021 diffondono la loro foto di una gita al lago su dei pedalò


Proprio in questa confusione dilaga il warporn, perché riconduce l’osceno (ovvero quello che deve stare fuori dalla scena) a una logica più familiare, ovvero quella dell’esibizione tipica dei social, dove la categoria estetica dell’ibridazione è assurta a paradigma comunicativo. Non a caso l’uso di immagini e sequenze tratte da videogiochi di guerra inserite tra le scene di distruzione reale non fa altro che rimarcare come la distinzione tra reale e finzione sia ormai divenuta superflua, perché quello che produce narrazione e quindi intrattenimento non sarebbe altro che la consapevolezza sia da parte di chi posta sia da parte dell’audience di una manipolazione, ovvero l’introiezione ormai smascherata che i social seguono una logica manipolatoria, che mira, tramite l’uso di un algoritmo, a produrre un guadagno. Quello che la guerra in Ucraina ci sta mostrando è cosa accade quando si usa quell’algoritmo pensato con fini commerciali e intrattenitivi per un fenomeno come la guerra. Essere manipolati e saperlo, sarebbe questo ciò che cerchiamo, rinunciare volontariamente a categorie ontologiche in nome di categorie meramente estetiche, il tutto centrifugato dalla violenza della guerra.

Non è la prima volta che questo accade, in relazione a situazioni di conflitto – ne sono un esempio i grotteschi video di propaganda (missilistica e non solo) di Kim Jong-un, le immagini della caotica fuga degli eserciti occidentali dall’Afghanistan o quelle dei talebani intenti a leggere un libro o a fare il bagno in piscina. Si tratta di un fenomeno avvenuto anche per altre guerre, tra cui quella in Yemen e quella in Siria, ma senza dubbio con l’inizio delle ostilità tra Russia e Ucraina – più raccontate in Occidente per vicinanza territoriale, interessi commerciali, influenze politiche – il warporn sta conoscendo per la prima volta un momento di massiccia diffusione.