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La grande stagione del musical

La rinascita del cinema musicale tra La La Land, Annette e Cyrano, Tick, Tick... Boom! di Lin-Manuel Miranda e il remake di West Side Story firmato da Steven Spielberg

Ci sono generi che nell’economia industriale subiscono più di altri il calo di domanda da parte del pubblico, di attenzione da parte degli autori, di interesse da parte dei produttori. Non l’horror o la commedia per esempio, baluardi sempreverdi e capaci di adattarsi alle molteplici sfumature del cinema, mentre generi codificatissimi anche come pubblico di riferimento come il western e il melodramma faticano a esprimere formule rinnovabili, dovendo pertanto essere soggetti alle mode. Un caso a parte però è quello del musical, che di per sé è un genere estremamente versatile e duttile, tanto da non essere nemmeno classificabile come tale, forse, perché ogni genere può diventare un musical, aggiungendoci il ballo e il canto, un po’ come l’animazione, che difatti è il linguaggio filmico che storicamente ha più usato canzoni e coreografie; è un caso a parte il musical perché pur essendo così duttile e così adattabile ai tempi subisce invece gli alti e bassi dei gusti altrui.

Se il cinema classico ne ha rappresentato l’esplosione, la fine dell’era degli Studios ha portato un genere così costoso e quasi impossibile da realizzare fuori dagli Studios stessi a sonni e risvegli ciclici, a ondate di interesse: Bob Fosse, Moulin Rouge, La La Land. Per cui è sorprendente e molto interessante che l’ultima annata cinematografica abbia portato alla distribuzione nei circuiti di serie A di una quantità di musical superiore alle attese e alla prassi recenti. Basterebbe vedere gli Oscar e i premi della stagione 2022, i musical presenti in varie categorie abbondano, come varia la tipologia di questi stessi musical.


Adam Driver e Marillon Cotillard in Annette (2021) di Leos Carax


Nel luglio 2021 il festival di Cannes è inaugurato da Annette ( Contemporaneo Carax). Nella destrutturazione estetica e intellettuale che Leos Carax (poi premio per la regia) e gli Sparks fanno del musical e del film-opera, la musica prende i sentieri del minimalismo, delle ritmiche ripetute, i corpi non sono aerei come nei classici ma sono ancorati a terra, alla loro fisicità meccanica (non a caso, al centro del film, c’è una bambina marionetta che diventa umana nel finale, come Pinocchio) così come le scenografie hanno la matericità della carta, della pittura, delle quinte teatrali. Annette è quasi un anti-musical, nondimeno capace di riaprire negli occhi dello spettatore gli squarci visionari che il musical ha sempre costeggiato, da Fred Astaire e Vincent Minnelli passando per Busby Berkeley.


Annette di Leos Carax è quasi un anti-musical, nondimeno capace di riaprire negli occhi dello spettatore gli squarci visionari tipici del genere


A dicembre dello stesso anno, mentre le sale di Los Angeles proiettano un anteprima del Cyrano musicale di Joe Wright ( In sala di montaggio con Joe Wright), sugli schermi debutta il musical per antonomasia (e per eccellenza), West Side Story, nella versione fedele e personale al tempo stesso che ne fa Steven Spielberg ( Il regista delle meraviglie). Qui la musica, le coreografie, le voci e i corpi degli attori sono al versante opposto, sono l’esaltazione aerea della fisicità, macchina da presa compresa, molto più mobile e inventiva rispetto all’originale che nel 1961, proprio un attimo prima del crollo dello studio system, si sentiva quasi in dovere di smontare l’estetica del musical hollywoodiano con un montaggio e una messinscena duri, tesi, taglienti, quasi astratti, come quei titoli di testa che sono una lunga ouverture senza parole, solo colori e linee tono su tono.


West Side Story nella versione di Steven Spielberg


In mezzo ci sono un gruppo di film che danno un’idea di cos’è il musical di questi anni ’20, del modo in cui si è modulato il genere nel corso del tempo: In the Heights, Tick Tick… Boom!, Caro Evan Hansen. Perché il musical contemporaneo nel suo profondo deve la sua rinascita agli adolescenti, ai ragazzi cresciuti a pane e Broadway da serie tv e prodotti per la tv come High School Musical e Glee (e alcuni felici pochi, da Smash, sottovalutata serie ambientata proprio dietro le quinte di Broadway), che negli anni hanno permesso una produzione che potremmo definire di profondità, piccoli film o serie che hanno fatto familiarizzare il pubblico giovane con l’idea che l’azione si possa fermare e gli attori cantare e ballare.

A Week Away per esempio, ha saputo intercettare per Netflix il filone del disagio psicologico dei giovani e farne un musical di (relativo) successo; Caro Evan Hansen ha preso le dinamiche del musical teatrale del 2015, quindi figlio più o meno esplicito di Glee, cercando di adattarlo al grande schermo. Per farlo si è scelto Stephen Chbosky, regista che si è fatto conoscere e amare proprio per il modo di rappresentare e dipingere le difficoltà psichiche delle nuove generazioni, con opere come Noi siamo infinito e Wonder, e Caro Evan Hansen, pur con qualche limite nell’ingessatura di regia e attori, porta in scena un malessere profondo, totalizzante, che la musica non può curare ma permette al protagonista l’inizio di un percorso.

Quando i ragazzi crescono, arrivano nel limbo che dovrebbe separarli dalle responsabilità dell’età adulta, e lì tornano a perdersi, come accade a Jonathan Larson, uno dei reinventori del musical contemporaneo con Rent. Alla sua vita è dedicato Tick Tick… Boom! ( I film più contemporanei del 2021), una vita spesa a inseguire un successo arrivato dopo la morte, a 36 anni. A interpretarlo c’è Andrew Garfield nella prova migliore della sua carriera, in cui canta, balla, si muove febbrile a inseguire la propria idea di sogno americano, ma se nel musical classico e nelle sue revisioni, si cantano e ballano i sentimenti e le emozioni profonde dell’uomo, il gesto musicale è quasi metafisico, qui si entra nella psicologia profonda e anche la musica ne segue l’evoluzione, cantabile ma tesa, mai davvero gioiosa eppure capace di trasmettere l’energia di chi la gioia la sta disperatamente cercando. A dirigere il film c’è colui che senza dubbio è l’alfiere del musical oggi, Lin-Manuel Miranda, quarantenne di origini portoricane che ha sconvolto prima Broadway e poi Hollywood con In the Heights, diventato film nel 2021 per la regia di John Chu, e poi con Hamilton, spettacolo teatrale che nella sua ripresa televisiva è diventato nel 2020 uno dei prodotti più visti della piattaforma Disney+.


Andrew Garfield in Tick, Tick… Boom! (2021) di Lin-Manuel Miranda


E l’interesse di Disney non è affatto casuale perché Miranda ne è diventato il compositore di punta nel 2016 quando ha composto le canzoni di Oceania: l’animazione sembra essere rimasta l’unico baluardo per gli amanti del musical classico, è così da che Disney è Disney, ma il successo di Frozen ha riportato la cura delle semplici canzoni a una più ampia costruzione di coreografie e scene. Encanto in questo senso è per Miranda un punto d’arrivo (molto meno lo è stato Vivo, musical animato Netflix di cui ha composto la colonna sonora e le canzoni), un musical in cui le sue canzoni sono per lo più molto riuscite, con quella miscela di composizione tradizionale per il teatro e ritmi pop molto moderni su sfondi latinoamericani che è il suo marchio di fabbrica, su cui registi e animatori costruiscono vere e proprie aperture oniriche nel tessuto del film, con i movimenti di macchina a scrivere lo spazio come nella tradizione.


L’alfiere del musical oggi è senza dubbio Lin-Manuel Miranda, quarantenne di origini portoricane che ha sconvolto prima Broadway e poi Hollywood con In the Heights e con Hamilton


A tutti i livelli  il musical sembra aver ritrovato il proprio interesse, persino nel cinema più indie d’autore (Tralala dei fratelli Larrieu) e nelle produzioni italiane (The Land of Dreams, costosissima opera prima di Nicola Abbatangelo, in uscita nella seconda parte del ’22). Viene da chiedersi perché, cosa spinga autori, produttori e spettatori a vivere questa voglia di musical, che è un’estensione diretta della passione per il biopic musicale e il film concerto che da anni ha invaso le sale: in un pezzo uscito su Wired a ridosso dell’uscita di Encanto, Jason Kehe si chiede se nei film di animazione ci siano troppi balletti, se ciò non vada a discapito della qualità del racconto. Posto che il discorso criticamente è molto discutibile, perché sembra star lì per sminuire proprio la portata cinematografico del musical come codice filmico, l’articolo arriva a un’interessante riflessione sul ruolo delle piattaforme social e dei nuovi media nella diffusione di quelle canzoni, nella propagazione del marchio e dei film a esso legati, nella sensazione di successo diffuso che proprio la viralità dei balletti effettuati dagli utenti – di solito giovanissimi o infanti – garantisce. Non a caso, TikTok ha recentemente prodotto e portato a Broadway un musical tratto da Ratatouille che ha venduto un milione di biglietti in poche ore e la teoria di Kehe è che questi rinnovati investimento nel musical cinematografico siano azioni volte tanto al futuro – lo sfruttamento di canzoni e balletti sui social network, tanto nelle versioni originali quanto nei possibili, infiniti rifacimenti – quanto al passato, perché l’adattamento teatrale è una pratica particolarmente redditizia negli Usa.


Un’immagine promozionale di The Land of Dreams di Nicola Abbatangelo


È una riflessione, soprattutto quella legata allo sfruttamento mediatico, che ha perfettamente senso: la parcellizzazione della visione, la riduzione dei formati narrativi e spettacolari a episodi o reel che però non vengono fruiti separatamente, per pochi secondi, ma al contrario creano flussi infiniti di binge watching, è la realtà dello sguardo dei più giovani, specie degli under ’20; basterebbe guardare la struttura e la costruzione dei grandi successi al botteghino degli ultimi anni. Oltre al loro far parte di serie, saghe e franchise vari, la struttura narrativa è quella del musical e del circo, fatta per numeri, per sequenze più o meno lunghe in cui c’è l’attrazione, quindi una scena d’azione (inseguimento, combattimento, sparatoria), una gag o, appunto, una canzone, che cadenzano l’azione, non ne sono gli apici narrativi e gli snodi, ma sono degli a parte su cui costruire il resto del testo, come un tempo si costruivano i libretti teatrali o i pezzi di circo più raffinati (il Cirque du Soleil, per dire il nome più famoso).

Eppure, viene da pensare e sperare che questo ritrovato interesse per il genere, specie da parte del pubblico più giovane, sia anche un’apertura verso un’idea di meraviglia e di stupore, di un cinema che supera i propri limiti fisici e corporei, le gabbie della verosimiglianza, e ci riesce per virtù di stile e di creatività, per l’uso dei suoni e delle immagini prima che della grafica computerizzata. E se la voglia di emulare su TikTok Emma Stone e Ryan Gosling, oppure Tony e Maria in West Side Story, è la spinta primaria a voler vedere un film, ben venga: chi di noi, almeno una volta, non ha emulato Gene Kelly armato di ombrello in Cantando sotto la pioggia?