La città incantata | Manuale del tecnico del binario acquatico

Ogni linea ferroviaria acquatica deve avere pendenze comprese tra un minimo dello 0,6 ‰ e un massimo del 10,42 ‰ al fine di permettere alle motrici Shonan Densa o Kokuden di superare agevolmente la resistenza dell’acqua sulle fiancate e sul muso. Pendenze maggiori rischiano di portare all’allagamento dei vagoni e richiedono le speciali motrici Densa Sub (se necessario, si veda il Manuale del tecnico del binario sottomarino).

Il binario acquatico deve rimanere almeno 1,5 metri al di sotto del livello del mare e la massicciata flottante deve essere regolata per seguire il corso delle maree, aggiungendo, se necessario, le speciali conchiglie ferroviarie e gli anemoni di segnalazione ai quali andranno ancorati i pali per le catenarie elettrificate in sagoma zig-zagante. All’arrivo in stazione, il binario può emergere fino al livello dell’acqua in corrispondenza delle banchine passeggeri e dei moli di carico e scarico merci.

Non vogliamo mentirvi, la vita di un tecnico del binario acquatico non è semplice: i macchinisti vi disprezzeranno, convinti di essere gli unici necessari al buon funzionamento delle linee; i passeggeri, spiriti, umani, e animali, non sapranno mai il vostro lavoro. Non potrete godervi lo sciabordio notturno che riporta a casa chi ha lavorato troppo, né ammirare le città sull’acqua dopo una notte di orge culinarie nei bagni riscaldati delle stazioni. Come dei susuwatari, vivrete nel buio, nel silenzio delle profondità, raccogliendo i sassi delle massicciate dispersi, stringendo bulloni a traversine marce. Sarete, insomma, coloro che in silenzio sorreggono la ferrovia.



Ora, dipende da voi: potreste mandarci tutti affanculo. I treni avrebbero alcuni ritardi, ma non succederebbe niente di sconvolgente. Arriverebbero nuovi tecnici e, prima o poi, tutto tornerebbe come prima. Sareste un’onda anomala, simile a tante altre. Correreste verso la prima città e rimarreste estasiati dai colori, dalle donne, dagli uomini, dalla magia degli spiriti, dal continuo divenire di ogni cosa in qualcosa d’altro.
Oppure rimanere. Accettare il lento snocciolarsi dei giorni e delle riparazioni, imparare la soddisfazione di vedere un Tokaido sfrecciare senza problemi sulla vostra sezione di binario acquatico, gustare il sale in bocca e nelle mani mentre stringete l’ennesimo, infinito bullone, che continua ad allentarsi.
In entrambi i casi, non illudetevi. Non siete liberi. Non sapete più come vi chiamate e non avete idea di cosa ci sia dall’altra parte. “Dall’altra parte di che?” starete pensando. Non lo sappiamo nemmeno noi. Alla fine, questo è un manuale tecnico, non un libro di filosofia. Se state cercando il senso ultimo delle cose, la vera ragione del vostro stare qua, non vi possiamo aiutare.

Ma guardatevi intorno: non è bello? Anche ora che fate fatica a capire dove porti la ferrovia che sfuma all’orizzonte, verso una pianura acquatica infinita, con piccole stazioni in mezzo al nulla, non sentite vibrare qualcosa sotto lo scafandro che non fa che ripetere: ancora, ancora un po’?
I treni forse sanno dove andare. Non possiamo esserne sicuri, non siamo macchinisti. E chissà poi se i macchinisti davvero sanno verso cosa guidano: non sono forse anche loro dei passeggeri, intrappolati da una Kato che arranca sbuffando, ignari del concetto stesso di destinazione? Forse i treni continuano all’infinito, come i binari acquatici, senza mai tornare indietro.


La stazione del treno in La città incantata (2001) di Hayao Miyazaki

Alcuni dei più vecchi tecnici del binario acquatico credono che i treni passino sui nostri binari per puro caso. Che il binario preceda il primo treno a vapore e che rimarrà qui ben dopo che il più veloce Shinkansen Nozomi sia sparito per sempre. Che quella attuale sia una coincidenza temporanea e accidentale: secondo loro, esistono treni che sfrecciano lungo le strade o che navigano sulle acque; e binari che servono a sostenere palazzi e ad ospitare formicai. Che i calcoli complicati e i voltaggi precisi siano, al più, dei tentativi di legare cielo e terra con lunghe funi, perdite di tempo. Il binario, dicono, non ha bisogno di noi. Siamo noi ad avere bisogno del binario. Vogliamo riparare l’ennesima traversina proprio perché sappiamo che non serve a nulla.

La verità è più semplice: i treni in curva sviluppano una forza centrifuga che deve essere controbilanciata dalla forza di gravità. A una velocità maggiore corrisponde una forza centrifuga maggiore mentre, purtroppo, la forza di gravità è costante. Ricordatevi sempre: il raggio minimo di curvatura del binario acquatico è dato dalla semplice formula V = K x √R dove V è la velocità espressa in km/h, R il raggio in metri, e K un coefficiente che dipende dal rango dei rotabili che percorrono la linea e dal loro spirito guida. Esiste quindi una velocità oltre la quale il treno si ribalta, spiaggiandosi come una balena.
Da questa unica, incontrovertibile verità discende tutto il resto: i treni, come noi, viaggiano continuamente dilaniati da forze opposte che si annullano. La felicità è non accorgersene.



Movietelling è una rubrica di racconti cinematografici 
a cura del blog di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila