Immaginare virtuale

Intervista al regista e produttore VR Omar Rashid

La sede di Gold a Firenze è grande e spaziosa, e quando entro al primo piano c’è una riunione in corso intorno a un grande tavolo di vetro, cosparso di cartoni di Nintendo Labo e di flyer gialli e neri con il logo dell’azienda. Gold è il progetto multimediale a cavallo tra mondo street, abbigliamento, cinema e comunicazione fondato nel 2003 da Omar Rashid, regista e produttore VR che ho raggiunto per una chiacchierata sul mondo della realtà virtuale. Ci sediamo sulle poltrone sotto la grande vetrata che dà su via Maggio, dove il sole dà un po’ di tregua all’asfalto bagnato dopo settimane di pioggia ininterrotta.
Rashid, produttore e regista fiorentino d’origine irachena, è stato uno dei pionieri del VR in Italia con il documentario No Borders (visibile sul canale YouTube del quotidiano La Repubblica cliccando qui◉), datato 2016, uno dei primi esperimenti narrativi in realtà virtuale che con il corpo e la voce di Elio Germano raccontava l’emergenza migranti dalle frontiere di Ventimiglia all’esperienza del Centro Baobab di Roma, tra prima e dopo lo sgombero.


Da dove nasce il tuo interesse per il VR?

Il mio percorso è abbastanza frastagliato. Sono partito dall’abbigliamento street per poi esplorare il marketing. Ho fatto il liceo artistico e poi design della moda, tutto il resto è stato molto improvvisato. Cominciai con gli sticker, che dopo scoprii essere guerrilla marketing, ma in generale ho sempre avuto una passione per i nuovi linguaggi, per tutto quello che è una comunicazione differente.
Con la realtà virtuale iniziai così: mio cognato lavora nelle nuove tecnologie e mi fece vedere prima la realtà aumentata, intorno al 2011. Come primo progetto nel 2013 facemmo una app a realtà aumentata con cui abbiamo vinto miglior campagna marketing basata sulla realtà aumentata battendo Ikea, Pepsi, Walmart. La app si chiamava Gold AR e tu dovevi trovare in giro l’adesivo di Gold e inquadrandolo con lo smartphone potevi far partire un gioco, partiva un serpentello e più punti facevi più ottenevi sconti nel negozio



Mi ricordo di avere pensato “Questa roba non funzionerà mai”. E poi vidi un sito che faceva video porno in VR e dissi: “Ma si possono fare video con questa cosa?”


Nel 2015 mi fece vedere una prima cosa in realtà virtuale ricostruita, ricostruita malissimo. Mi ricordo di avere pensato “Questa roba non funzionerà mai”. E poi mi fece vedere un sito che faceva video porno in VR e io: “Ma si possono fare video con questa cosa?”.


Il porno nella tecnologia è sempre la frontiera

Esatto, fa sempre da apripista. E quando scoprii di poter esplorare il mondo audiovisivo, dato che comunque oltre al linguaggio la mia altra grande passione è quella del cinema e dell’audiovisivo, dissi “Proviamo subito”.
Il giorno che uscì il Samsung Gear lo comprai, le GoPro le comprai poco dopo. Poi vista l’amicizia con Elio Germano gliene parlai subito e anche lui si è appassionato all’idea di esplorare questo nuovo linguaggio. Ci siamo messi in maniera molto ludica ad esplorarlo, con la consapevolezza che era veramente un linguaggio rivoluzionario come poteva esserlo il mondo delle app quando uscirono gli smartphone. Ci siamo buttati facendo tante prove, facendo tantissimi errori. E quando cominciammo a girare No Borders, il documentario che sarebbe venuto fuori dopo, anche lì in realtà stavamo sperimentando, stavamo facendo prove: non c’era una direzione ancora definita.


Un esperimento per voi e per il pubblico. All’inizio di No Borders c’è proprio Elio Germano sugli scogli di Ventimiglia che spiega a chi guarda: “Ragazzi, potete guardarvi intorno”

Esatto. Trovammo il bando perfetto, che ci permetteva di utilizzare una parte di girato. Quando uscì il bando il Baobab – il centro per migranti di Roma – era già stato sgomberato, ma noi avevamo del girato del Baobab ancora attivo, perché l’avevamo girato precedentemente, così come Ventimiglia. E quindi abbiamo costruito il documentario di conseguenza, perché avere già materiale a 360 di cose che nessuno poteva più esplorare non era scontato.


Elio Germano indica alle spalle degli spettatori all’inizio del documentario No Borders


In questo senso mi sembra che No Borders abbia aperto un percorso, in Italia è stato uno dei primissimi esperimenti in questa direzione. E forse non è un caso che dal 2016 ci sia la sezione VR a Venezia.

Noi siamo stati i precursori. Me l’ha detto di recente uno del Mibact: “L’avete aperta voi la sezione VR di Venezia”. L’anno prima avevamo portato noi i visori, avevamo portato noi l’allestimento. E ci guardavano tutti con sospetto, perché comunque non era chiarissimo quello che stavamo facendo.


E questo tentativo di rompere una barriera com’è stato? Non dev’essere un percorso facile, anche per la difficoltà di fruizione da parte del pubblico: YouTube360 è arrivato dopo, i visori stanno cominciando a diffondersi adesso.

Io su questo parto dall’inizio della mia esperienza, è stata la stessa cosa con il mio primo negozio: quello che abbiamo fatto noi con l’abbigliamento street non c’era, e quindi non c’era il pubblico. Il pubblico te lo crei, se il contenuto c’è. Chiaramente è una strada più in salita, anche solo di investimenti in attrezzatura. Non sai quante cose sono diventate inutilizzabili dopo sei mesi.
Da un lato sono curioso, dall’altra guardo molto a ciò che succede fuori, così con l’abbigliamento così con la realtà aumentata, anche con la realtà virtuale avevo la certezza che prima o poi sarebbe arrivata ad avere il suo spazio.


Il VR bisogna trattarlo per quello che è: un nuovo linguaggio. Il teatro ha delle regole, il cinema delle altre, la televisione delle altre, il VR ne ha altre ancora


Penso che rispetto ad altri linguaggi, la tecnologia nel VR è stato il vero ostacolo, nel senso che è andata più veloce della richiesta, del bisogno. Nel giro di un anno o due la tecnologia è andata talmente veloce che si è inquinato il mercato di contenuti sbagliati: quelli in cui il movimento di macchina è fatto esattamente come nel cinema tradizionale, quelli girati come se si stesse facendo un film normale, solo riprendendo uno spazio più ampio. E questo porta tante persone ad allontanarsi, perché se fai una prima esperienza negativa poi ti ricordi quella.
Il VR bisogna trattarlo per quello che è: un nuovo linguaggio. Il teatro ha delle regole, il cinema delle altre, la televisione delle altre, il VR ne ha altre ancora. Una cosa che abbiamo notato in senso assoluto è che qui lo sguardo in macchina è un mezzo fortissimo: nel cinema ti porta fuori, qui ti coinvolge. O la voce fuori campo, che nel cinema a volte è un escamotage per quando non sai bene come raccontare una cosa, qui è molto calzante.


L’impressione è davvero che ci si trovi di fronte ad un linguaggio che ancora sta cercando il suo modo di esprimersi. La prima volta che ho visto un contenuto audiovisivo strutturato in realtà virtuale la sensazione è stata la stessa dell’arrivo del treno dei Lumière: l’inizio di un qualcosa di completamente diverso.

È l’esempio che facciamo sempre anche noi.


Con il VR perciò c’è proprio bisogno di reimparare, di darsi nuove regole. Le regole si fanno lavorando e sperimentando, mi sembra che ci si trovi ancora in questa fase.

Sono d’accordo. Per me il punto è proprio quello: è chiaro che sono contento se per me è più semplice post-produrre e avere un contenuto in 360 rispetto all’inizio, che era un inferno. Qual è stato il problema: la maggior parte delle persone non ha dato peso all’aspetto sperimentale del mezzo; tante volte non sono contenuti pensati per essere in VR, sono contenuti normali poi virati in VR.




Forse questo timore è legato, nell’ambito delle rivoluzioni dell’audiovisivo vere o presunte, all’investimento che c’è stato per il 3D pochi anni prima, in quel caso totalmente fallimentare.

Però è una visione superficiale: il 3D aggiungeva all’esperienza ma non dava niente a livello di linguaggio. Secondo me ci sono tre film che meritano il 3D: Avatar, Toy Story 3 con l’effetto teatro e Gravity, con cui fai vivere l’atmosfera e vedere la terra in un certo modo. Oltre a questo non dava niente, il VR invece è un nuovo linguaggio.


Mentre parliamo Rashid non si ferma un attimo. Cerca dei contenuti da farmi vedere sul cellulare, guarda fuori dalla grande vetrata, si gira in orizzontale e incrocia le gambe sul braccio della poltrona. Riflette ad alta voce sulle prospettive del mezzo e sulle idee sbagliate che spesso ci facciamo della realtà virtuale e delle sue possibilità.


Una delle grandi discussioni in corso è sulla domanda “La realtà virtuale sostituirà il cinema?”. No, questa è una cosa in più. Il teatro è stato indubbiamente danneggiato dal cinema, perché comunque era una cosa sociale, popolare, ed è chiaro che un sistema più snello lo semplifica; però il cinema di adesso è già stato ammazzato dalla televisione, dallo streaming… Io sono un appassionato di cinema, ci vado tantissimo, e penso che continuerò ad andarci.
Il VR sta cercando una sua collocazione. Noi dopo tanti anni di esperienza ci siamo mossi anche sul lato distributivo. Abbiamo un bel po’ di visori, abbiamo creato dei software di sincronizzazione: al Festival dei Popoli abbiamo portato la saletta, con i film che partivano e finivano in contemporanea creando quell’effetto sociale che ti dà il cinema, in cui finita la visione si crea il dibattito fra gli spettatori. Se prima erano centinaia di persone, adesso sono una decina, ma è un valore aggiunto, nel momento in cui questa cosa riesce a ritagliarsi il suo spazio. Ma restano cose diverse: per me la sala è la sala, l’home theatre è un’altra cosa.


Una delle grandi discussioni in corso è sulla domanda “La realtà virtuale sostituirà il cinema?”. Io sono un appassionato di cinema, ci vado tantissimo, e penso che continuerò ad andarci


Mi sembra che la tecnologia stia andando molto in quella direzione, il mondo dell’intrattenimento ci sta facendo caso e il potenziale è veramente tanto. Noi di Gold abbiamo due progetti legati all’Olanda, stiamo parlando adesso di creare questi appuntamenti settimanali in VR: per ora lo stiamo sperimentando, ma tra poco sarà una cosa normale.
Il mondo ha visto che c’era questa richiesta e tutti si sono buttati sul VR, ma poi nessuno sapeva cosa fare. Noi abbiamo preso la InstaPro, e quelli che la noleggiavano ci dicevano che tutti la noleggiano solo per fare delle prove: noi l’abbiamo presa per fare la versione in realtà virtuale di uno spettacolo teatrale di Elio Germano, ripensato per il VR, e devo dire che funziona.


Elio Germano sul palco dello spettacolo La mia battaglia


Rashid chiede a un suo collaboratore di andare a prendere qualche visore con i contenuti a cui stanno lavorando e me li mostra: un estratto di un documentario in produzione girato in India con il titolo provvisorio Seeking the Guru, qualche spot, brevi video con jump cut e dissolvenze che ricordano i primi esperimenti cinematografici di Méliès.
Tutti lavori molto diversi tra loro, compreso lo spettacolo teatrale La mia battaglia di Elio Germano, messo in scena con un’idea ancora differente: è filmato dalla prima fila del teatro, con l’attore romano che comincia a parlare in mezzo alla platea. Per ascoltarlo, per guardarlo mentre parla, bisogna girare la testa all’indietro esattamente come faremmo dal vivo. A destra c’è il palco vuoto, di fronte a noi un altro spettatore che fa lo stesso, con la testa voltata verso il centro della sala del teatro proprio come noi, che guardiamo da casa con il nostro visore VR.




Guardando ai primi esperimenti di narrazione in realtà virtuale come No Borders o anche Clouds Over Sirya, ambientato in un campo profughi siriano, mi sembra ci sia una coincidenza tra il mezzo, che permette di esplorare l’audiovisivo oltre i confini dello schermo classico, e il contenuto, che riflette proprio sul concetto di confine.

Anche Carne y Arena di Iñárritu. E con il collega con cui collaboro in Olanda ci siamo conosciuti perché lui ha girato un documentario 360 sui profughi in Siria. Secondo me la ragione per cui si producono lavori su questo tema è proprio perché sono realtà che sono state raccontate male. Noi decidemmo di andare a Ventimiglia perché ci chiedevamo “Ma è possibile che si veda sempre lo stesso scoglio? Che cosa c’è intorno?”. Quale mezzo migliore di questo. Io parlo sempre dell’effetto teletrasporto: il VR ti permette di essere in dei posti come l’India o Ventimiglia, ed è importante, perché sono ambienti che se non li vivi non li capisci.


Certo, c’è una distinzione fondamentale tra la visione che ti dà un documentario di stampo cinematografico e la dimensione di immersione e presenza che ti dà invece la realtà virtuale.

La possibilità di immergerti realmente in un luogo, di portarti in un’altra realtà è il vero punto di forza del mezzo. Facendo il discorso dello spettacolo teatrale, anche la possibilità di congelare degli spettacoli nel tempo è un’opportunità diversa rispetto al rivederli in video. È un altro tipo di fruizione: non so se guardandolo ha dato questa impressione anche a te, ma se ti lasci guidare dal racconto la sensazione è di essere davvero in prima fila.


Visto che hai parlato di socialità dell’esperienza, secondo te per lo spettatore la realtà virtuale – rispetto al cinema o al teatro – è un’esperienza più elitaria perché ha bisogno del mezzo (del visore con cui vedere il film) oppure più popolare, perché magari una volta avuto il mezzo si abbattono certe barriere. In prospettiva, come la vedi?

È un po’ prematuro, ma io la vedo sempre come un’esperienza abbastanza popolare. Un visore decente costa 200 euro. Ribalto la domanda: i videogiochi sono elitari o popolari? Sono popolari ormai, eppure la console costa 400 euro. Il prezzo s’è abbattuto e s’è abbattuto nel giro di tre anni. Il che vuol dire che nel giro di altri due con 50 euro avrai il tuo visore stand-alone.


Un visore VR indossato da un uomo indiano durante le riprese del documentario in lavorazione Seeking the guru

Premetto che secondo me non siamo noi la generazione adatta: io creo contenuti VR, ma ne guardo pochissimi. Quasi niente. Li guardo per studiare, ma non sono un fruitore. Non mi piace l’idea di isolarmi, se non appunto con un fine. Cosa che, secondo me, i ragazzi di domani non avranno problemi a fare.
Uno degli errori che viene fatto spesso con la realtà virtuale è quello di volerla incasellare, assimilandola al cinema, ai videogiochi: è un’altra cosa. È come lo smartphone: lo smartphone fa mille cose, lo uso per giocare, per lavorare, per creare contenuti. Lo stesso discorso varrà per la realtà virtuale.


Quale può essere la leva che sdoganerà il VR, a parte la frontiera del porno di cui parlavamo all’inizio?

Il mondo del videogioco è sicuramente uno dei percorsi più naturali per questo tipo di linguaggio, ma quello che mi viene da pensare che difficilmente chi lo usa per i videogiochi lo userà per il cinema. Si svilupperanno dei discorsi diversi. L’esempio dello smartphone è calzante: c’è chi lo usa solo per lavoro, chi lo usa solo per Facebook, chi lo usa per giocare, chi lo usa solo per farci le foto, per farci i film. Con lo stesso oggetto ci puoi fare tutto. Non credo che sarà una cosa immediata, poi in futuro chi lo sa, magari ci sarà l’OASIS come in Ready Player One. È molto probabile secondo me. Una cosa che si dice sempre è che la gente si isolerà: eppure la realtà virtuale non è molto diversa da stare chinati sul telefono, c’è già quel tipo di isolamento.


Omar Rashid è docente del corso di formazione in realtà virtuale di 8 Production
A luglio 2019 a Roma. Clicca qui per iscriverti e saperne di più!