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Il respiro naturale di Chloé Zhao

Astri | Lo sguardo puro della giovane autrice di The Rider, premio Oscar con Nomadland, e del suo universo fatto di uomo e natura

Sono come fiori che germogliano tra le crepe di un terreno arido i film di Chloé Zhao. In un universo narrativo in cui tutto pare essere già stato detto e affrontato, è nel mondo dell’ordinarietà, della normale circolarità degli eventi, che la regista pechinese, classe 1982, riscopre la bellezza del racconto. Una riscoperta che sa di antico, di umano raccoglimento attorno alla forza degli ultimi, degli emarginati, di coloro che paiono non avere nulla da raccontare mentre dentro nascondono una biblioteca di affetti.

Pittrice di un cinema delle emozioni, di personaggi che vivono in silenzi, in mondi sospesi all’interno di quadri esteticamente ineccepibili, Chloé Zhao realizza una galleria filmica riconciliante a un’idea di cinema fatto di mani nude che colgono la quotidianità e la ripropongono fedelmente. «La realtà è là fuori, basta filmarla», affermava Roberto Rossellini, e la Zhao si dimostra un’attenta scrutatrice di quella fetta di realtà spesso ignorata perché troppo ordinaria, poco spettacolare ( Quando il cinema guarda la realtà). Analogamente a quello di Robert Bresson, anche quello di Chloé Zhao è un cinema di “sineddoche” dove la parte sta per il tutto, e il volto, o un gesto, valgono per mille parole. La sua cinepresa cerca di frugare nell’anima segreta dei volti così da mostrare ciò che l’occhio non vede, ma la carica empatica riesce ad afferrare e condividere. Forte di uno sguardo verginale, puro, che tutto coglie ma non modella, o modifica, l’operato di Chloe Zhao si fa intermediario in un ambiente naturale da attraversare e ammirare, perché ancora non investito dalla forza distruttrice dell’uomo moderno.


Chloé Zhao non è una stilista che abbellisce e ricuce con orpelli il corpus umano che le sfila davanti, ma una sarta delle emozioni, che lascia che la bellezza si presenti da sola, nuda e pura


E così, come la natura colta nel suo essere risulta immacolata, il suo cinema si sveste di inutili orpelli, o di forzata spettacolarità. I film di Chloé Zhao si avvicinano al territorio del documentario, generando un ibrido commovente ma mai retorico, capace di rendere verosimile anche un blockbuster come Eternals. Non è una stilista che abbellisce e ricuce con orpelli il corpus umano che le sfila davanti, ma una sarta delle emozioni, che lascia che la bellezza si presenti da sola, nuda e pura, senza edulcorazioni. I suoi personaggi sono flâneur che peregrinano circondati da un mondo naturale che non intende rubare la scena, quanto piuttosto rendere più ammaliante, maestoso, o eterno, il loro racconto di vita.

Sono storie da tramandare, quelle nate dalla mente di Chloé Zhao, leggende da condividere attorno a un fuoco, lo stesso che ritorna e riscalda ogni frammento cinematografico del mosaico antropologico di questa regista. Che sia nel ricordo di una perdita (Eternals, Nomadland) o di eventi passati e ripresi dal buio della memoria (Songs my Brother Taught Me, The Rider), sedersi attorno a un falò si fa eucarestia laica, comunione di ricordi ed eventi presi dal passato per mezzo di canzoni, o lanci di sassi al centro del fuoco. Un fuoco che riscalda, che unisce, proprio come le storie di Chloé Zhao.


Songs my Brother Taught Me (2015)


È stato un viaggio lungo e tortuoso quello che ha condotto la Zhao al suo debutto cinematografico. La passione per la cultura occidentale e la posizione dirigenziale del padre all’interno della multinazionale Shougang Corporation, l’hanno portata a studiare in un collegio a Londra, per poi trasferirsi oltreoceano, dove non solo terminerà gli studi superiori a Los Angeles, ma inizierà a fare conoscenza di quell’ambiente così dicotomico, pieno di contrasti e paradossi, che sono gli Stati Uniti d’America. Studentessa all’università di arti liberali di Mount Holyoke, nel Massachusetts, si iscrive, dopo alcuni brevi impieghi, ai corsi della Tisch School of the Arts di New York che le permettono di approfondire la sua passione per il cinema. È il 2015: dopo vari cortometraggi, Chloé Zhao debutta finalmente al cinema con Songs my Brother Taught Me, storia di due fratelli Sioux Lakota (Johnny e la dodicenne Jashaun) che, in una riserva del Sud Dakota, si ritrovano ad affrontare l’improvvisa morte del padre comprendendo il vero significato di “casa”. Una casa non per forza fatta di pareti e stanze, quanto di legami e sentimenti grazie ai quali superare anche le difficoltà tipiche della Riserva. Tra abuso di alcol e sostanze stupefacenti e l’imperversare di lavori precari, per chi è chiamato a sopravvivere in questo lembo di terra l’unica prospettiva di vita è il girovagare, o la fuga. Lo stesso Johnny tenta di scappare verso Los Angeles, ma quello che lo lega alla propria terra è un filo troppo stretto, inossidabile, che lo riporterà indietro, verso casa, verso la sorella, verso la Riserva. Ed è proprio su questo continuo legame che congiunge uomini e natura che la regia della Zhao inizia a proporsi nei termini di quelle caratteristiche formali che tanto la renderanno unica e riconoscibile.

Galleria umana composta da uomini e donne forgiati dalla forza scaturita da lande desertiche e lontane dalla mano dell’urbanizzazione, la Riserva diviene un microuniverso, una terra autosufficiente sospesa e fuori dal tempo che vede nascere, crescere e modellare gli spiriti di coloro che la abitano, o semplicemente la attraversano. Songs My Brother Taught Me rivela al mondo il talento della cineasta di lasciar vivere i personaggi a contatto con le proprie emozioni. Con fare ancora acerbo e incerto, la regista li insegue, li pedina, concentrando il suo sguardo sui loro volti con primissimi piani, quasi volesse inserirsi nei meandri più profondi dei loro pensieri, insidiarsi nella loro testa, sondare il loro processo mentale e andare oltre la coltre dei non detti che li avvolge e li separa. I dialoghi sono ridotti quasi allo zero, lasciando che i propri protagonisti, legati da un potere quasi telepatico, parlino con la forza dello sguardo, di un semplice gesto, o col cenno di una mano. Per delle comunità così semplici, la macchina da presa si allinea a questa elementarità primitiva di visione. Nessun virtuosismo artistico: la semplicità di ripresa prende e coglie ogni movimento rimanendo ad altezza uomo, facendosi occhio di coloro che vedono in quegli spazi non più limiti, ma infinite possibilità, cordoni ombelicali da cui è impossibile smettere di nutrirsi, per crescere, sbagliare, cantare, incrociare i propri sguardi con altri puri, fragili e innocenti come quelli di Johnny, o come quelli di Brady nel successivo The Rider.


The Rider (2017)


Gli occhi sono lo specchio dell’anima, e quando si incontrano tra loro sprigionano una forza prima sconosciuta. Quelli di Brady sono occhi di un’anima fanciullesca, sognatrice, racchiusa in un corpo di adulto ora ammaccato, colpito, ferito. Eppure i suoi occhi non smettono di bruciare di passione, nella speranza di potersi ancora incrociare con quelli dei suoi adorati cavalli selvaggi. Paradosso americano, perché cowboy e indiano insieme, nella riserva di Pine Ridge (Sud Dakota), Brady Blackburn è una stella nascente del rodeo, ma a seguito di una brutta caduta, apprende dal suo medico di non poter più cavalcare. A fianco della sorellina, affetta dalla sindrome di Asperger, e in lotta con il padre, il ragazzo cerca una nuova ragione di vita in un paese che non fa sconti.

È un dipinto a stazioni The Rider. Un’esplosione di emozioni nascoste dietro il linguaggio muto dei colori e dei non detti. L’espressionismo cromatico esalta gli ambienti enfatizzando gli umori che lì si vivono, stabilendo un’alternanza simbolica tra tonalità fredde che dipingono interni domestici che tengono prigioniero il protagonista, fino a congelargli le vene, e quelle tenui, calde, di un ambiente esterno dove il sangue torna a scorrere, perché è solo in mezzo ai campi, o sulle piste del rodeo, che il ragazzo si sente libero.


A metà tra dramma e neorealismo, The Rider è un abbraccio stretto affidato alla potenza di inquadrature ampie che colgono il protagonista circondato dal suo habitat naturale


Negli antri del racconto autobiografico, la Zhao narra con eleganza e delicatezza il rito di passaggio di un ventenne chiamato a fare a meno delle proprie ambizioni, reinventandosi con lo sguardo verso ciò che ha lasciato, ma da cui deve fuggire. Da simbolo del perfetto spirito americano, il western in mano alla Zhao si fa genere di rinunce, di sguardi bassi e racconti di lotte e di compassione. A metà tra dramma e neorealismo, The Rider è un abbraccio stretto affidato alla potenza di inquadrature ampie che colgono il protagonista circondato dal suo habitat naturale. Dopotutto Brady è veramente un ragazzo attaccato a quella terra, perché lontano dai fasti di Hollywood e figlio diretto di quei campi, da cui non si vuole distaccare nemmeno se immortalato da una troupe cinematografica. Anche in The Rider la Zhao continua ad avvalersi di attori non protagonisti, presi in prestito dalla vita reale. Un’appropriazione resa esplicita dal mantenimento del nome di battesimo dei propri protagonisti, segno di un’impossibilità da parte di questi personaggi di vivere una vita altra, aliena dalla propria.

È una ballata cinematografica dedicata a una realtà colta nel suo farsi e orientata verso una sua compiutezza, The Rider; e in un mondo tutto giocato sull’attesa lo sguardo della Zhao indugia sulla bellezza della natura cogliendola all’alba e al tramonto, prologo ed epilogo di giorni nuovi, contenitori di speranze, desideri, tensioni, aspirazioni e sconfitte, tutte raccolte lì, nel mezzo, nell’attesa di consolidarsi con il volto sempre verso l’orizzonte, verso un paesaggio tagliato da una strada senza fine.


Nomadland (2020)


«Ci vediamo sulla strada», e sulla strada Chloé Zhao ritrova il mondo di Fern (Frances McDormand), un universo che scorre al ritmo di un motore, che tutto prende e interiorizza senza per questo ricercare un posto nel mondo, quando un posto già c’è. È un punto mobile, Fern, come quello che lampeggia su un gps a indicare una posizione sulla mappa pronta a cambiare, spostarsi, mutare. Un punto che è partito da Empire, Nevada, ma che dopo la perdita del lavoro e del marito Bo l’ha lasciata a vagare senza destinazioni, barcamenandosi fra lavoretti saltuari, riciclandosi ogni volta in un paese bloccato da una crisi che spinge lei e suoi simili a spostarsi tra campi e posteggi. La figura della donna è una calamita che tutto attrae a sé; la stessa cinepresa si ancora a essa, inquadrandola dal basso, dal punto di vista di quella strada che Fern chiama “casa”. Ed è in questa abitazione libera da pareti, vissuta e goduta attraverso un van ormai malandato che, come in The Rider, non sembra accadere nulla, quando tutto magicamente avviene. È la vita che scorre fra gli eventi, l’ordinarietà di momenti apparentemente dimenticabili che ora si fanno straordinari quella che compone l’universo umano di Nomadland.

L’opera è una comunione di emozioni e sprazzi di vita lungo i confini sempre più labili ed effimeri di quella vera terra di nomadi che sono divenuti gli Stati Uniti d’America ( Nomadland | È soltanto una favola). Chloé Zhao immortala questi erranti senza gloria che hanno abbandonato il vivere comune tipicamente occidentale per sopravvivere in un mondo pieno di fratture (ambientali, ma anche umane) sullo sfondo di una società in declino. Non più ombra di un’esistenza colta nel suo scorrere, Fern è ora un’idea fattasi realtà; un pensiero che ha preso corpo, una voce che ha trovato una bocca, ed emozioni tramutatasi in un’anima – quella di una Frances McDormand capace di svestirsi di quell’aura di celebrità, di rafforzare quell’anti-divismo che tanto la caratterizza per mescolarsi tra chi cammina in silenzio, lungo le carreggiate, per vivere guidando, e guida per continuare a sorprendersi. Libera di mostrare il mondo senza abbellimenti, o manipolazioni digitali, la cinepresa si affianca allo sguardo di Fran e diventa personaggio a se stante, per mostrare la bellezza racchiusa nello stato naturale delle cose.


È in questa abitazione libera da pareti, vissuta e goduta attraverso un van ormai malandato che, come in The Rider, non sembra accadere nulla, quando tutto magicamente avviene


«Quello che c’è altrove è sempre più interessante», si afferma nel film, eppure qualcosa di straordinario e poetico avvolge il cuore di questo piccolo universo, caratterizzato da un senso di altruismo e solidarietà, lo stesso che aleggia nelle Riserve indiane. Uscito nel 2020, il peregrinare dei protagonisti di Nomadland non solo ha fatto sognare un mondo chiuso tra le pareti di casa per un’emergenza pandemica, donando indirettamente una mobilità a un’umanità immobile, ma ha permesso di conoscere un lato più ignoto dell’America, sia dal punto di vista ambientale che umano. Perfettamente a loro agio in una natura esaltata nella sua bellezza da grandangoli e riprese dal basso che ricordano quelle di Terrence Malick, Fern e i suoi compagni si muovono come guide ignare del proprio ruolo, sospinti da un senso costante di Sturm und Drang. Spettri tra l’essere e il non essere, perennemente in sospeso in luoghi unici e per questo opposti ai non-luoghi metropolitani, tutti così uguali e tutti così sostituibili, i protagonisti di Nomadland si fanno perfetti anticipatori di altri (super)uomini eterni.

Sono eroi progettati ad hoc, gli Eterni; esseri costruiti da forze sovrumane per farsi protettori di una Terra di cui saranno eletti distruttori. E così, tra tanti superpoteri, a vantare quello più potente e fragile, perché messo in discussione da un essere che si fa metafora del cambiamento climatico, è la natura, qui protagonista assoluta di un film Marvel. Già, perché per quanto tenti di svincolarsi da quelle morse soffocanti da una CGI predominante, l’ultimo film di Chloé Zhao è pur sempre un film Marvel. Eppure, è nei momenti di passaggio di Eternals che lo stile di questa autrice riesce a farsi largo. La regista prende il suo tempo, distende i tempi, estrapola ogni frammento di discorsi inutili dalla lingua dei suoi supereroi, preferendo il silenzio e l’atto contemplativo. I suoi protagonisti non lottano, o almeno, lo fanno al momento opportuno, per guardare, muoversi, stagliarsi al cospetto di ambienti maestosi e di una bellezza eterna.


Eternals (2021)


Quello tentato da Chloe Zhao è un puro e semplice atto di trasformazione: la regista prende il materiale fondativo di questo genere supereroistico, lo depura da ogni superficialità traducendolo in discorso filosofico, materiale mistico, ora pronto a farsi largo tra gli inframezzi delle azioni. Ed è proprio questo che rende Eternals un unicum all’interno della galleria dei film Marvel: a differenza dei suoi precedenti, il film della Zhao gioca maggiormente sulla teoria piuttosto che sulla pratica, sulla logica piuttosto che sull’azione. Un distanziamento che ha fatto storcere il naso a molti fedelissimi del genere, ma che al contempo rivela, qui più che mai, lo sviluppo poetico e stilistico portato avanti da questa giovane regista. Come in precedenza, anche con Eternals la ricerca e la rivelazione psicologica dei personaggi si crea sulla forza delle intenzioni, su ciò che si vorrebbe fare, ma che non sempre si compie. Ed è indugiando su tale sguardo, e sullo scarto tra la piccolezza dell’uomo e la grandezza della natura, che la Zhao approfitta della portata mediatica di questa pellicola, per sostenere il proprio messaggio eco-ambientale; un saggio scritto con inchiostro trasparente, che si comprende solo a una determinata distanza e con la dovuta attenzione, perché impresso tra le ombre di questi spazi immensi destinati alla decadenza.

La Zhao redige questo saggio puntando prettamente sull’impiego di primi e primissimi piani, così da rendere accessibile tutto quell’oceano di pensieri rimasti sottaciuti e coinvolgere lo spettatore all’interno di questa rete famigliare di menti spiritualmente unite, dove ogni essere (sovra)umano è insieme sia parte unica e indivisibile del tutto, quanto pedina ribelle e anarcoide pronta a staccarsi da un volere prestabilito per abbracciare un nuovo concetto di umanità e salvezza. Filtrato dall’obiettivo di questa regista, e sostenuto da un montaggio privo di preziosismi formali, il vero spettacolo è quello offerto da una natura allo stato primordiale. Un mondo in cui è facile sapersi sorprendere e abbracciare, emozionarsi e lasciare liberi i propri istinti. Un mondo ora riprodotto da un cinema depurato da incrostazioni puramente spettacolari, e pronto a germogliare nel terreno fertile di chi sceglie di aprire l’anima alla forza della pura meraviglia, sostenuta da personaggi che sopravvivono alle ferite – subite e inferte – senza negarne lo strazio, perché fragili, sensibili, semplicemente umani.