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Il regista delle meraviglie

La meraviglia e la fede nel cinema di Steven Spielberg tra Indiana Jones e West Side Story. Dalle pagine del libro Bigger Boat

Quella con Steven Spielberg è una questione personale. Perché se adesso sto scrivendo questo libro, se a un certo punto della mia vita ho capito che avrei avuto a che fare con il cinema non solo come passione, ma come bisogno, è merito suo. Quel punto della mia vita posso definirlo con estrema precisione: 29 ottobre 1989, al cinema Atlantic di via Tuscolana, zona Sud Est di Roma, secondo spettacolo. Entrai con mamma e papà a vedere Indiana Jones e l’ultima crociata e ne uscii diverso. A distanza di trent’anni e più potrei dire precisamente quale fu l’attimo che mi rese cinefilo: quando Indy, in una delle tre prove per arrivare al Graal, deve percorrere le lettere che formano il nome di Dio. Sbaglia. La roccia cede e l’avventuriero rischia di cadere in un burrone: l’emozione che provai in quel momento, a otto anni, non l’ho più dimenticata, come non ho più dimenticato quell’intero pomeriggio e sera, tanto che ricordo persino cosa c’era in tv mentre cenavamo e prima che andassi a letto, Il siciliano di Michael Cimino su Canale 5. Se un film poteva provocare in me una reazione così potente e indelebile, avrei dovuto vivere di film, con i film. Di lì in poi, le opere del regista hanno accompagnato la mia crescita e formazione: Jurassic Park è stato il primo film che ho visto senza i miei genitori, il brano Suo Gân de L’impero del sole lo canto a mio figlio come ninna nanna.


A distanza di trent’anni e più potrei dire precisamente quale fu l’attimo che mi rese cinefilo: quando Indy, in una delle tre prove per arrivare al Graal, rischia di cadere in un burrone


Questa questione però è condivisa da buona parte degli spettatori cresciuti negli anni Ottanta, a cui Spielberg ha fatto da padre, a cui i suoi film – e quelli da lui prodotti – hanno fatto scoprire la grandezza, la bellezza, le possibilità del cinema. Spettatori che poi sarebbero diventati in alcuni casi registi e produttori a loro volta o, come me, più modestamente, critici. In un certo senso, il libro ( Bigger Boat – Il senso della meraviglia nel cinema di Steven Spielberg) parte da qui, dal valore affettivo e generazionale del cinema di Steven Spielberg, un po’ come omaggio al regista che ha segnato la mia crescita e quella di moltissimi miei coetanei, un po’ come riflessione sul lascito cinematografico di un regista ancora vivissimo, che a settantacinque anni sta per realizzare il suo sogno: il musical che non era ancora bravo abbastanza da poter girare – stando alle sue parole.


Harrison Ford in Indiana Jones e lultima crociata (1989) di Steven Spielberg


West Side Story è uscito pochi giorni prima del suo settantacinquesimo compleanno: Bigger Boat, titolo derivato dalla celebre battuta di Roy Scheider in Lo squalo e da una canzone di Brandy Clarke e Randy Newman, vorrebbe essere un regalo di compleanno da parte di un ammiratore che nel frattempo è diventato uno a cui piace studiare i film, analizzarli o almeno provarci, per capirli e allo stesso tempo rendere al lettore la meraviglia (o la delusione) che si prova vedendoli. Meraviglia visiva, intellettuale e/o emotiva. Partiamo da qui.


La (ri)scoperta di Spielberg come cineasta, autore e mago dell’immagine si deve paradossalmente a quando, nel 2005, con Munich, girò uno dei suoi film più seri, maturi, rigorosi


Spielberg è uno dei registi contemporanei più amati, studiati e influenti. Su di lui si sono scritte montagne di libri biografici, studi accademici sulla sua importanza come uomo di spettacolo all’interno del sistema hollywoodiano e meno – ma negli ultimi anni con un certo incremento – libri di critica o studio del suo cinema. La (ri)scoperta di Spielberg come cineasta, autore e mago dell’immagine si deve paradossalmente a quando, nel 2005, con Munich, girò uno dei suoi film più seri, maturi, rigorosi e cupi (e belli), uno dei meno immaginifici, suggellando una rilettura del suo cinema nata dieci anni prima sulla scia del trionfo e delle discussioni riguardo Schindler’s List, preparando l’unanime consenso di Lincoln e dei suoi film storico-politici del primo decennio degli anni Duemila. Con un luogo comune critico, ci si accorge di un autore, lo si studia e gratifica quando abbandona (apparentemente e parzialmente) il “gioco” e si dedica alle “cose serie”, come se l’aver creato un immaginario globale, citato e sfruttato ancora oggi, non fosse cosa abbastanza seria, come se l’utilizzo di uno stile e una tecnica dovesse essere finalizzato solo al dramma per aver credito, e non alla fantasia.

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West Side Story secondo Spielberg è ancora una volta un atto di fede nell’arte e nello spettacolo, nella capacità di musica e cinema di annullare i limiti che l’uomo ciclicamente si impone. Un atto di fede che forse non coinvolge più come un tempo, essendo il film uno dei più clamorosi tonfi al botteghino nella sua carriera, ma che scalda il cuore del cinefilo, che mostra cosa significhino il mestiere e l’arte del cinema in tempi in cui per tanti motivi questo tipo di film pensati per il grande schermo e per un pubblico più maturo – di età o di gusti – sembra non avere più spazio sul grande schermo. Essendo un sogno personale, Spielberg lo infarcisce di marchi di fabbrica, che lo rendano impossibile da confondere con un altro regista: esemplari i titoli di coda in cui le ombre, così care all’immaginario del regista, si allungano sui palazzi e le costruzioni in cui si è svolto il film, giocando con linee e geometrie come i titoli dell’originale, ma dandogli la personalità propria dell’autore.


Ariana DeBose in West Side Story (2021) di Steven Spielberg, nel ruolo di Anita che fu di Rita Moreno, che le è valso il premio Oscar per la miglior attrice non protagonista


Quando l’ultima ombra cade, appare la dedica “Per papà” (morto nel 2020), il sogno personale si fa ricordo familiare e prepara il regista al suo prossimo film, un racconto autobiografico, The Fabelmans, ispirato alla sua infanzia. Sembra la chiusura del cerchio per il regista che, giunto all’età e alla statura artistica per cui quasi tutti lo celebrano come maestro, può permettersi di fare ciò che vuole e che sente necessario, come se dopo i settant’anni ogni film avesse il dovere di essere un testamento. E invece, magari, i futuri film di Spielberg saranno nuove porte aperte sulla grandezza del cinema hollywoodiano, veicoli per ispirare nuove generazioni di cinefili. Lo so, è improbabile che i film del regista di Cincinnati abbiano su un ragazzino del XXI secolo lo stesso impatto che hanno avuto per quelli cresciuti negli anni Ottanta e Novanta, ma mi piace sognare che i miei figli, di fronte a Indiana Jones, Jurassic Park, E.T o Ready Player One provino qualcosa di simile a ciò che ho provato io da piccolo. So che è possibile, perché ho imparato ad avere fede: me lo ha insegnato Spielberg.



Il presente testo è un estratto da Bigger Boat, il senso della meraviglia nei film di Steven Spielberg di Emanuele Rauco gentilmente concesso da Bakemono Lab e acquistabile qui ☛ Bigger Boat