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Il piacere di guardare

Per Emily Nussbaum la televisione è prima di tutto una passione, grande e viscerale, che la muove da quella sera in cui ha guardato il primo episodio di Buffy l’ammazzavampiri, e l’ha dimostrato sul New Yorker dove dal 2011 scrive con la sua penna appassionata, vincitrice del Premio Pulitzer (nel 2016), curando la pagina di critica televisiva, collaborando anche con le riviste Slate, New York Magazine e New York Times. Mi piace guardare – Critiche e riflessioni sulla tv americana, pubblicato per la collana di minimum fax SuperTele tivù e tradotto da Fabrizio Coppola e Rocco Fischietti, è, come viene detto nella prefazione dei curatori Fabio Guarnaccia e Luca Barra, una confessione addirittura spudorata del suo amore. Celebra il piacere della visione e lo si comprende fin dal titolo, una dichiarazione chiara e sincera; vedere tutto, voracemente, sia le opere degne di nota che quelle di minor valore, perfino voyeuristiche (come i reality ad esempio).


Mi piace guardare – Critiche e riflessioni sulla tv americana celebra il piacere della visione fin dal titolo, una dichiarazione chiara e sincera: vedere tutto, voracemente


Nelle pagine del suo libro, una raccolta composta dai migliori articoli scritti in passato, in certi casi rimaneggiati da lei stessa, ma anche da pezzi nuovi, racconta la sua folgorazione. Grazie a Buffy capisce che la televisione può essere, proprio come il cinema, un mondo da esplorare senza fine ( Gli eroi di una nuova serialità), quello che all’inizio era solo un “guilty pleasure” poi si fa «metafora grandiosa, oceanica» che si disvela allo spettatore come mondo narrativo ricco, stratificato, complesso, in grado di aprire nuovi orizzonti sia critici, in relazione alla serie stessa, che creativi in relazione al futuro della serialità. Grazie ad una ragazzina che caccia i vampiri la Nussbaum diventa critica televisiva. Si parte proprio da questo episodio, che lei paragona ad un primo amore giovanile, per sviscerare il mare magnum della serialità: dal network alla tv via cavo, dal carisma di James Gandolfini al potere creativo di Ryan Murphy, da Tina Fey a Jenji Kohan (madre di Orange is the New Black), dalla stand-up comedy al femminile al concetto di himpathy (compassione verso quegli uomini accusati di violenza e comportamenti misogini verso le donne), termine coniato dalla filosofa Kate Mann, dall’età dell’oro all’oggi.



Nel suo libro ci sono recensioni che vanno da un cult come I Soprano ( I Soprano: prologo della fine di un’epoca) alla complessa serie di Lindelof e Perrotta The Leftovers («parla di lutto, […] è una favola su una catastrofe innervata nella storia di un doloroso divorzio di una coppia di mezza età») passando per The Good Wife e La fantastica signora Maisel, serie scelte non tanto per il loro valore ma perché utili a comporre un’analisi sulla tv e sul suo cambiamento negli anni. Di fronte ai (pre)giudizi sul mezzo da parte di quei critici che, paragonandolo alle altre arti, definivano la tv, piacere sordido, «box tube» e «idiot box», «gomma da masticare per gli occhi» la definì John Mason Brown, pezzo di arredamento, miniera d’oro e per questo motivo ancora più “depravata”, la Nussbaum invece si avvicina alla televisione senza snobismi inutili per capirne originalità e sperimentazioni: storia e contemporaneo, serialità e intrattenimento, tv di qualità e trash. Studia, conosce il passato e il presente e per questo i suoi sono giudizi senza barriere, di una che non teme di attaccare i grandi successi di ieri e di oggi – pensiamo al caso True Detective che la critica analizza concentrandosi sulla rappresentazione del femminile e del maschile e descrive come superficiale il discorso sviluppato dalla serie. Il suo è uno sguardo privilegiato che tocca ogni angolo della produzione seriale e non solo, dalla scrittura dei personaggi al fandom, dall’ibridazione dei generi ai pregiudizi sul trash.

«La televisione era la nostra pubblica piazza. Era il posto in cui le regole venivano applicate. Era anche il luogo in cui discutevamo le notizie mentre accadevano e al quale guardavamo per sviluppare le nostre riflessioni. Disprezzare la televisione era come rifiutarsi di guardarsi allo specchio».

Capisce il mezzo nelle sue profonde trasformazioni e nel legame con la società, la politica, la cultura: è inevitabile che il caso di Harvey Weinstein abbia un suo ruolo all’interno della narrazione della femminilità. Nell’era del #metoo essere donne ed essere uomini ha valore e peso diversi: nel capitolo Confessioni di uno scudo umano, la Nussbaum riflette in lungo e in largo su femminismo e narrazioni, sulla posizione delle donne e il rapporto con il maschile, sul lavoro di Hannah Gadsby (la sua figura, la portata dello spettacolo di stand-up comedy Nanette, un «fenomeno virale», «un simbolo dell’ormai molto diffusa critica femminista al mondo dei comici», «uno spettacolo sulla libertà»), su sesso e libertà ma anche su arte e sesso. Le voci femminili iniziano a prendersi il centro della scena, alcune migliori di altre, e rappresentano comunque un passo avanti, necessario per “bonificare” un sistema marcio; nelle serie tv si respira una nuova aria, fatta di una forza vertiginosa. C’è l’urgenza di riscrivere e di ripartire da zero con temi fino a poco prima tabù (stupro, molestie, piacere, rapporto fra i generi), le donne sono egoiste, eccentriche, filosofe, costruttrici, nutrici, generatrici del caos. E le narrazioni cambiano immerse nella realtà che le innerva e le sostanzia, lo dimostrano serie come Girls – il sesso entra in scena in maniera differente dal passato; «è televisione [..] in un’accezione più moderna: autoriale, cruda, scorbutica», «è la cresta di una seconda ondata di cambiamento incentrata sulle donne, sia sulla tv via cavo, sia sui network» – e Unbreakable Kimmy Schmidt – «non affronta la violenza sessuale in modo esplicito. […] Kimmy non è solo sopravvissuta agli abusi – è resiliente, allegra. È un modello di forza umana potentemente femminile». L’autrice riflette però anche “col senno di poi” su altre serie facendole vibrare di una nuova luce, si prenda ad esempio uno dei suoi articoli più popolari, un cavallo di Troia in cui esprime le riflessioni sulla televisione, quello su Sex and the City, «un’improvvisazione audace sul tema della commedia romantica, […] luccicante invece che realistica, e profondamente coraggiosa, [..] una serie brillante e, in un certo senso, radicale».


Il dibattito politico nell’episodio “Vote For Waldo” di Black Mirror, in cui il cartone animato Waldo diventa uno dei candidati a diventare sindaco della città

Per citare un altro caso, affrontato nel capitolo Come le battute hanno vinte le elezioni – Come si combatte un nemico che sta solo scherzando, basti pensare a quanto le elezioni del 2016 vinte da Donald Trump abbiano segnato i racconti; la Nussbaum gioca con la realtà, il reality e la serialità, con il tempo, dimostrando quanto spesso le narrazioni anticipino gli avvenimenti. L’ex presidente degli Stati Uniti ha usato come tecnica di propaganda la Grande Menzogna, il fascino dell’iperbole, scherza (scherzava) e questo per molti americani è simbolo, sintomo di genuinità e sincerità ma poi dopo l’insediamento è lui stesso a lamentarsi del Saturday Night Live in cui è rappresentato come stupido, vanitoso, un fantoccio senza qualità.

Per spiegare meglio il fenomeno l’autrice si riferisce a South Park sottolineando i punti in comune con la serie animata per adulti su un gruppo di ragazzini sboccati di una scuola del Colorado. La diciannovesima stagione dimostra come uno scherzo possa tramutarsi in paradossale realtà: si candida Mr. Garrison, un uomo senza peli sulla lingua, forte di un programma gretto e ignorante e incredibilmente poi vince. Nello stesso capitolo si fa riferimento anche al Vota Waldo di Black Mirror: l’orsetto azzurro che umilia figure politiche è una rivelazione populista, al pari del Trump appena eletto, scagliandosi contro gli ipocriti ha la possibilità di dire volgarità, infarcendole di stupidità e rabbia. Come non pensare al sottile legame tra Mr. Garrison e Trump, tra l’orso e il tycoon? Chi è spettatore, studioso, analista delle immagini in movimento sa che spesso per la legge dei vasi comunicanti tempo e spazio, realtà e fiction si cedono il passo in maniera ambigua e grottesca.

Tra i vari articoli il lettore/spettatore inizia a riconoscere la voce ferma della critica, fedele a sé stessa e al suo lavoro. Emergono la sua idea, il suo pensiero e anche un giudizio sulla televisione. Essa è una forma d’arte a episodi che parla a sé stessa, che ha bisogno di tempo per essere realizzata e vista perché è un medium vivo – si tratta di una lettura teorica sul mezzo, legata al suo rapporto con il tempo: la tv, scrive la Nussbaum, è «meravigliosa non malgrado ma proprio grazie alla sua flessibilità instabile, a come è in grado di cambiare nel tempo, in un dialogo ininterrotto con la propria storia» – viene realizzata da più di una persona (si narra la nascita della figura dello showrunner e della writers’ room), è capace di arrivare a migliaia di persone.



La tv coinvolge lo spettatore, intercetta e modifica la visione, il pensiero di chi guarda, quello che Carl Gustav Jung chiama “inconscio collettivo”. Nussbaum racconta di quando è nato lo slogan «Non è tv. È Hbo», delle costruzioni di nuovi personaggi diversi dal passato, di uomini difficili (il Tony Soprano di I Soprano, Walter White di Breaking Bad, Don Draper di Mad Men) e di donne potenti in tutti i sensi che ricercano indipendenza e libertà ad ogni costo, di drammi in cui si sorride e di commedie in cui si soffre («il muro tra comedy e drama fu compromesso al punto che Orange Is The New Black ottenne una nomination agli Emmy in entrambe le categorie in anni diversi»). Cambiano le regole o forse iniziano a non esserci più, cavalcando una libertà creativa e stilistica che giova al mezzo.

«Quando iniziai a scrivere di televisione […] la televisione stava subendo una reinvenzione radicale. Un luccicante multiverso di canali via cavo aveva iniziato ad associare il proprio marchio a una serie o a un’altra. Nel 2005 nacque Youtube, seguito due anni dopo da Hulu; nel 2003 Netflix iniziò a offrire in streaming contenuti originali, intere stagioni alla volta. Al cambiare della tecnologia cambia anche l’aspetto creativo. […] Nacquero nuovi generi, nuove strutture nuovi modelli produttivi – finalmente – e ci fu una ventata d’aria fresca, un influsso di voci nuove e diverse (femminili, nere, latine, giovani, omosessuali), ondate rivoluzionarie di novità».

Lungo le pagine del libro si aziona un dialogo tra chi scrive e chi legge, tra lei e noi; la critica diventa una «conversazione a voce alta», un atto dialettico, una sorta di pièce teatrale a cui si partecipa. Ogni analisi dà modo al lettore di interrogarsi sulle opere seriali, sul periodo di riferimento, sui cambiamenti tecnologici, sociali, culturali e le idee entrano in circolo. Nussbaum insegna a rapportarsi a ciò che si guarda come ha sempre fatto lei, mostra come da un tema (la comicità, le elezioni americane, il #metoo), da una storia, da una figura importante (l’eredità di Joan Rivers, Jenji Kohan, Ryan Murphy) si possano trovare modi nuovi di guardare al piccolo schermo proprio in virtù di queste figure, di questi cambiamenti, di queste narrazioni. Ha un’identità complessa che non ha nulla a che fare con lo sguardo a volte ottuso e cieco del fan ma neppure con quello dello stereotipato critico blasonato, e fa emergere quanto la televisione meriti di levarsi di dosso la vergona che molti hanno a parlare di essa, di avere una grammatica, un linguaggio che la trattino come medium vitale.


Il libro dà modo al lettore di interrogarsi sulle opere seriali, sul periodo di riferimento, sui cambiamenti tecnologici, sociali, culturali e le idee entrano in circolo


Con il suo libro la Nussbaum consegna al lettore un nuovo modo di rapportarsi alla tv con spirito critico, eliminando le etichette facili in modo da aprirsi a nuove voci, per apprezzare e conoscerne le complessità. Mi piace guardare è un manuale che celebra la tv in quanto tale, che abbraccia e festeggia il mezzo parlando liberamente con chi legge a cui non resta nient’altro da fare che ringraziare un’amica che consiglia, fa riflettere, insegna a guardare.