Il mestiere dell’odio

Tomasz è un giovane polacco cresciuto in campagna che frequenta giurisprudenza in una grande città. Per un plagio scoperto all’interno di un suo lavoro universitario viene cacciato in malo modo dalla facoltà, ma il suo arrivismo lo spinge ad elaborare un complicato piano di rivalsa sociale per entrare nelle grazie della famiglia alto-borghese dei Krasucki, che per una lunga amicizia con i genitori di Tomasz contribuisce finanziariamente ai suoi studi.

Zofia e Robert Krasucki non sanno che il ragazzo è stato allontanato dall’università, né lo sa la loro figlia Gabi, di cui Tomasz è da sempre invaghito, sono anzi tutti convinti che lui abbia iniziato un lavoro in un’azienda mentre porta ancora avanti i suoi studi. La cosa è in parte vera, infatti Tomasz inizia da volontario a collaborare con una società di marketing che sfrutta internet e i social per manovrare il pubblico a favore dei propri clienti.


Gabi e Tomasz ballano insieme in una silent disco

La spietatezza e la amoralità con cui mette in atto le campagne virali che gli vengono assegnate lo portano presto in una posizione importante nell’azienda, tanto da vedersi assegnata la coordinazione di una campagna commissionata da un esponente politico di ala conservatrice di cui non può conoscere il nome. L’obbiettivo è minare la fiducia nel candidato progressista Rudnicki, favorito per la corsa a sindaco.

Per raggiungere l’obbiettivo, Tomasz lavora su due fronti: sul piano digitale imbastisce una campagna d’odio online creando uno scontro di commenti, insulti e attacchi all’interno di diversi gruppi Facebook di cui lui stesso è coordinatore, sul piano materiale si serve proprio della famiglia Krasucki, sostenitrice diretta della campagna di Rudnicki, per entrare nel suo comitato elettorale e da lì direttamente nelle grazie del candidato sindaco. Questo gioco di manipolazione complesso e perverso non tarda a sfuggirgli di mano, e presto l’odio online che lui stesso ha generato comincia a riversarsi nelle strade e nelle piazze, prendendo forma nel mondo reale fino al drammatico epilogo con tanto di attentato al candidato sindaco.


La locandina di The Hater (2020) di Jan Komasa, in streaming su Netflix

A guardare The Hater, ultimo film diretto dal regista polacco Jan Komasa candidato all’Oscar con il precedente Corpus Christi (2019) disponibile su Netflix, la concatenazione di eventi scatenata dalla piramide di arrivismo, manipolazione e violenza rappresentata da Tomasz sembra un’estremizzazione. Più che al sofisticato e pericoloso manovratore politico, il protagonista, interpretato da un inquietante Maciej Musiałowski, appare come un mix tra l’isolamento sociale di un hikikomori e la rabbia violenta di un incel. Il rifiuto continuo della sua amata Gabi è ciò che lo spinge, insieme ad un arrivismo malato, a generare il focolaio d’odio contro Rudnicki. Un arrivismo che lo consuma, trasformando il suo volto in una maschera d’odio – le pupille vuote e arrossate, le pesanti borse sotto gli occhi, le labbra violacee, quasi fosse un moderno Darth Vader. Un odio allarmante se pensiamo che l’ambientazione del film è la Polonia contemporanea, uno dei paesi più orientati verso la destra estrema nel panorama europeo, insieme all’Ungheria, e dove uno scenario violento come quello immaginato dal film non è affatto finzione.


«Abbiamo finito di girare il 22 dicembre in Polonia e tre settimane dopo è avvenuto l’attacco: il sindaco di Danzica è stato ucciso sul palco durante un evento di beneficenza»


Tre settimane dopo il termine delle riprese, il sindaco progressista di Danzica Paweł Adamowicz, oggetto per lungo tempo di campagne d’odio online, è stato pugnalato a morte in un attentato. «Il film tocca il cuore di ciò che sta avvenendo oggi con fake news, agende politiche, opposizioni nazionaliste e liberali che non sanno cosa fare», ha dichiarato Jan Komasa. «Abbiamo finito di girare il 22 dicembre in Polonia e tre settimane dopo è avvenuto l’attacco: il sindaco di Danzica è stato ucciso sul palco durante un evento di beneficenza». Il 13 gennaio 2019, sul palco per la 27esima finale della Grande Orchestra di Beneficenza Natalizia, Paweł Adamowicz è stato assalito dall’attentatore ventisettenne Stefan Wilmont che lo ha colpito tre volte con un coltello; il sindaco di Danzica è morto in ospedale il giorno successivo. Il nome del politico progressista oggetto dell’attentato, in The Hater, è proprio Paweł.


Il candidato progressista Paweł Rudnicki si scatta un selfie con il suo comitato elettorale in The Hater (2020)

La convergenza tra il piano della finzione e il piano del reale, nel caso di The Hater, più che essere una macabra coincidenza dimostra la capacità del film di intercettare una serie di fenomeni che caratterizzano la contemporaneità politica e sociale: la frustrazione di certe frange della popolazione che sfocia nello scontro, l’incapacità della politica progressista di far fronte alla pericolosa retorica della destra estrema, la violenza verbale che dal mondo digitale si riversa nel mondo fisico. Sono tutte manifestazioni evidenti della quotidianità che viviamo, pacifica soltanto nella sua superficie digitale ma che nelle buie profondità del reale nasconde una sacca di malcontento e risentimento pronti ad esplodere.


Le frasi di Trump, che grida al complotto e spinge all’insurrezione popolare, non sono lontane dalle strategie social di Tomasz per aizzare e polarizzare gli elettori di estrema destra


All’indomani delle elezioni americane, il rifiuto di Donald Trump di accettare la vittoria di Joe Biden getta una luce ancora più inquietante sul film di Komasa. Le frasi del 45° presidente Usa, che grida al complotto e che spinge i suoi sostenitori all’insurrezione popolare tramite le mail del proprio comitato elettorale – senza neanche prendersi la responsabilità delle posizioni autoritarie che sceglie di tenere – non sono lontane dalle strategie social di Tomasz per aizzare e polarizzare gli elettori di estrema destra e far sì che si riversino nei gruppi Facebook e nelle strade.


«Più che al sofisticato e pericoloso manovratore politico, Tomasz appare come un mix tra l’isolamento sociale di un hikikomori e la rabbia violenta di un incel»

Stavolta però la pressione sociale, anche alla luce delle aspre critiche ricevute negli ultimi anni, sembra aver convinto media e social ad affrontare le derive del presidente uscente. Da un lato le tv americane hanno tagliato, in blocco e in diretta, il discorso delirante di Trump che gridava al complotto e a brogli elettorali indimostrati, dall’altro Facebook e Twitter hanno cominciato a segnalare le informazioni false da lui diffuse avvisando gli utenti ad ogni post, con risultati grotteschi. Su tutti, il post del 7 novembre alle ore 16.39 in cui Trump scrive in caps lock “I WON THIS ELECTION BY A LOT” e sotto Facebook lo corregge con la dicitura: “In base alle proiezioni, Joe Biden è il vincitore delle elezioni presidenziali 2020 negli Stati Uniti”.

Dalle riprese e dall’uscita di The Hater, pochi mesi fa, qualcosa sembra effettivamente essere cambiato nella ricezione di certi comportamenti della politica ufficiale. Quello che rimane pericolosamente sottotraccia è il malcontento e la sensazione di abbandono economico e sociale da parte di molte fasce della popolazione di tanti paesi occidentali, di tante democrazie che fanno del rifiuto della violenza – quantomeno nella sua dimensione pubblica – una loro componente rappresentativa. Il film di Jan Komasa dimostra che questo malcontento, se non viene affrontato, può essere facilmente polarizzato, manovrato e utilizzato come grimaldello per forzare i limiti della democrazia. E dimostra anche che se l’innesco di questa polarizzazione è digitale, l’esplosione può avvenire tra di noi, nel mondo reale, da un momento all’altro.