Il medioriente notturno di Rosi

Gianfranco Rosi è partito, in quasi totale solitudine, per un viaggio di tre anni in Iraq, Kurdistan, Siria e Libano. È la prima cosa da tenere a mente quando si guarda il suo documentario, Notturno, presentato in concorso alla 77° Mostra del Cinema di Venezia e nelle sale dal 9 settembre. La seconda è che stiamo parlando di un regista di 53 anni, nato in Eritrea da una famiglia italiana, con un passato che lo ha portato a vivere in Turchia, studiare negli Stati Uniti, lavorare in India. Non uno sprovveduto. Un occhio attento, che aveva raccontato le periferie romane nel Sacro GRA (2013) e la crisi dei migranti di Lampedusa con Fuocoammare (2016). Dopo anni esperienze in tutto il mondo, il vincitore di un Leone d’Oro a Venezia e di un Orso d’Oro a Berlino parte per un viaggio lungo i confini del Medio Oriente.


In un viaggio tra Iraq, Siria, Libano e Kurdistan, il regista prova a raccontare la tragedia di un territorio


In questo viaggio, Rosi ripercorre i confini tra Stati come l’Iraq, la Siria e il Libano e nazioni, entità ancora non definite come il Kurdistan, mettendole sullo stesso piano. In questo modo, il regista prova a raccontare, accompagnato dalla sua macchina da presa, la tragedia di un territorio ampio, partendo dalle immagini meno note di quei luoghi e dai volti che lo abitano. Il dcoumentario, nello stile dei suoi precedenti lavori, non è accompagnato da spiegazioni e i temi sono spesso soltanto accennati. Un grande spazio, invece, è lasciato ai luoghi e alle azioni di personaggi, che rimangono quasi tutti senza nome, senza identità. Domina la scelta delle inquadrature, spiccano le immagini perfette, ma il viaggio di Rosi sembra mancare di coerenza. Dopo aver visto Notturno, la prima impressione è che sia tornato senza certezze, con una serie di immagini spettacolari tenute insieme da lunghi silenzi. La seconda impressione, appena usciti dalla sala, è che il filo conduttore di tutte quelle scene sia il trauma. Non solo il trauma di una regione divisa a tavolino dalle potenze coloniali e dilaniata dal conflitto, ma quello di chiunque in Medio Oriente ci sia andato, per cercare di capirlo.


La locandina di Notturno (2020) di Gianfranco Rosi

Questo fatto, noto a chi in quella regione ci ha vissuto senza nascerci, fa sì che la potenza delle immagini di Notturno possa variare a seconda dello spettatore, a seconda del grado di conoscenza della realtà che il regista sta cercando di mostrare. È per questo che anche i delusi, fuori dalla sala, apprezzano le scene che mostrano i disegni dei bambini yazidi, fuggiti dalle violenze dello Stato Islamico. Gli stessi delusi si emozionano vedendo le lacrime di una madre mentre ascolta i messaggi vocali della figlia rapita dall’ISIS e portata a Raqqa, durante l’apice del Califfato in Siria e in Iraq. In parte, nonostante la delusione, anche i delusi sono riusciti a percepire il dolore delle madri curde mentre entrano nelle prigioni vuote, dove i soldati turchi hanno torturato e ucciso i loro figli. Qualcuno è riuscito a comprendere la confusione dei pazienti del centro di igiene mentale di Baghdad, mentre si preparano a mettere in scena uno spettacolo incentrato su temi politici ancora caldi, come se fosse una terapia, un modo di elaborare quegli eventi che hanno sconvolto le loro vite e le loro menti. Queste scene, infatti, sono anche quelle in cui Rosi inserisce il maggior numero di dialoghi. Sono le scene che più ci parlano e che parlano ai più, come se più avessero parlato al regista stesso. 

In un crescendo di distanza, altre immagini raccontano storie più sfuggenti. Qualcuno ha provato interesse per le donne in divisa del Kurdistan, pensando che quelli che Rosi ci sta mostrando sono i lenti gesti quotidiani di un mondo che riusciamo ad immaginare. Di cui abbiamo letto, di cui qualcuno di noi ha persino avuto esperienza diretta. Ma sono mute, o quasi. Similmente, la storia di Alì non ci racconta perché un ragazzino è l’unico uomo di una famiglia di 9 persone, costretto a lavorare per i cacciatori di passeri per 5 dollari al giorno. Alì aspetta che una macchina si fermi all’alba, ogni mattina, senza parlare. Non lo capiamo e, dopo un po’, il suo trauma e il suo silenzio ci pesano. Per lo stesso motivo, il cacciatore di anatre al confine tra Iran e Iraq, forse la scena notturna dall’impatto visivo più colossale, è quasi impossibile da apprezzare per ragioni diverse dalla sua spettacolarità.



Di tutte queste sequenze, una più delle altre sfugge a questa interpretazione, che si incentra sul trauma del luogo e del visitatore. Una coppia fuma narghilè su un tetto, mentre lontani si sentono i colpi di una mitragliatrice. Anche qui è notte e le parole dei due amanti sono poche, interrotte dai silenzi tipici di un dialogo quotidiano. La conversazione non sembra disturbata dai colpi d’arma da fuoco. La coppia torna a casa e, in una scena intima e domestica, lei aiuta il marito ad indossare una tunica bianca, gli aggiusta un cappello rosso sulla testa, mentre lui le canta una canzone d’amore e di pudore. Una volta pronto, l’uomo prende un tamburello ed esce solo, mentre ancora è buio. Per le strade vuote di una città mediorientale non identificata, che assomiglia a molte altre, risuona forte la sua voce, mentre in arabo canta e recita le storie del profeta Maometto, per invitare alla preghiera. Una delle poche sequenze interamente serene, in cui è chiaro che la notte, forse, finirà.


Nonostante la frammentarietà tutti questi racconti riescono comunque a raccontare qualcosa di una regione quasi impossibile da spiegare


Alcuni giorni dopo aver visto Notturno, le immagini di Rosi finiscono per riorganizzarsi nei ricordi di ogni spettatore, con intensità diverse. Nonostante la frammentarietà tutti questi racconti, legati da un rumore di mitragliatrice che passa da una scena all’altra, da un paese all’altro, riescono comunque a raccontare qualcosa di una regione quasi impossibile da spiegare. Oltre queste storie, rimane il trauma, un concetto che Rosi, nelle notti lungo i confini del Medio Oriente, ha sentito e provato a spiegare.