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Il martello sul vetro

L’artista svizzero Simon Berger e i suoi straordinari ritratti scolpiti sul vetro dei parabrezza

Arte e vetro, nel nostro immaginario, sono un binomio vivido e delicato. Tra le prime immagini che balenano in mente ci sono le splendide policromie di oggetti in vetro soffiato e le enormi vetrate variopinte di chiese e cattedrali, illuminate dalla luce del sole che le attraversa. Il vetro porta con sé l’idea di fragilità, di un qualcosa che da un momento all’altro può perdersi per sempre, se le nostre mani (o addirittura il nostro respiro) non lo maneggiano con la dovuta cura. La scrittrice inglese Daphne du Maurier, celebre autrice dei romanzi da cui Alfred Hitchcock trasse La taverna della Giamaica (1939) e Rebecca – La prima moglie (1940) e dei racconti Don’t Look Now e The Birds da cui nacquero A Venezia… un dicembre rosso shocking (1973) di Nicolas Roeg e Gli uccelli (1963), sempre firmato da Hitchcock, racconta il particolare rapporto tra uomo e vetro nel romanzo semi-autobiografico I soffiatori di vetro (1963). In una lettera all’inizio del romanzo uno dei protagonisti, appartenente ad una stirpe di soffiatori, scrive: «Forse non ci vedremo mai più. Ti scriverò, comunque, e ti racconterò, meglio che posso, la storia della tua famiglia. Un soffiatore di vetro, ricorda, soffia vita in un vaso, dandogli forma e struttura e a volte bellezza, ma con lo stesso soffio può frantumarlo e distruggerlo». Bellezza, fragilità, delicatezza appunto. Per questo, probabilmente, nel vedere l’artista svizzero Simon Berger plasmare le proprie opere a colpi di martello l’impatto è così forte.


La tecnica di Simon Berger è semplice: un parabrezza infrangibile al posto della tela e al posto del pennello un martello


Simon Berger, classe ’76, è cresciuto in Svizzera formandosi come falegname e nel suo percorso artistico ha cominciato lavorando con il legno e con la meccanica e le carcasse di automobili. Proprio durante il lavoro sui rottami Berger si è trovato di fronte ad un parabrezza e, cercando di immaginare quale utilizzo farne, ha avuto l’idea che vediamo oggi realizzata nella mostre di Grenoble, Berna, Miami, Parigi. La sua tecnica è semplice: un parabrezza infrangibile al posto della tela e al posto del pennello un martello. Per la realizzazione dei suoi ritratti, l’artista svizzero utilizza una fotografia – pre-esistente oppure scattata al modello da ritrarre – e lavora in abiti da carpentiere chinato sopra la lastra di vetro (qui all’opera a Grenoble Street Art & Glass by Simon Berger). Cuffie antirumore alle orecchie, nella mano sinistra la foto stampata oppure uno smartphone con l’immagine scattata, nella mano destra il martello con cui disegnare i propri volti.


In questo servizio sull’artista svizzero Art Insider spiega il suo processo creativo e il modo in cui le sue opere prendono vita


Un aspetto interessante del lavoro di Berger è la sua scelta cromatica. Laddove il vetro è sempre associato a una rifrazione luminosa e quindi ad una trasparenza e ad un riverbero cromatico, Berger utilizza le sue lastre come farebbe disegnatore, o un inchiostratore, sviluppando le sue opere bianco su nero. A guardarle distrattamente, con i loro sfondi quasi sempre costituiti da pannelli neri, sembra quasi di trovarsi di fronte a dei lavori a carboncino. Nessun colore, nessuna invenzione cromatica che ricordi la maestosa policromia delle vetrate ecclesiastiche o la sottile bellezza delle opere artigianali che, dopo la forma, fanno del colore del vetro la propria caratteristica più seducente.

In alcune installazioni questa trasparenza viene sfruttata, come le vetrine di negozi e gallerie oppure in ritratti in cui la lastra (s)colpita viene sovrapposta ad un’altra lastra monocromatica che aggiunge colore al ritratto stesso, ma è questo contrasto tra le incrinature luminose e sfondi completamente neri che dà vita alle opere più d’impatto. Berger ha realizzato i suoi ritratti in diversi contesti, spesso utilizzandoli anche con prospettive sociali. È il caso delle opere realizzate in Libano, in memoria delle vittime dell’esplosione al porto di Beirut nel 2020, in cui i volti incrinati ricordano metaforicamente le persone colpite dall’onda d’urto, oppure dell’esposizione in Place de la Republique a Parigi, in un programma di sensibilizzazione sugli incidenti stradali dovuto all’utilizzo degli smartphone (una campagna simile alla serie fotografica “Belted Survivors” I segni della vita (e della morte)). I vetri infranti – in un doppio simbolismo realizzati appunto con il materiale dei parabrezza – rappresentano qui le auto e gli schermi dei telefoni fracassati dal colpo dell’incidente, schermi restituiti anche grazie ad una lastra sovrapposta che loghi e scritte tipiche degli smartphone.



Ciò che colpisce del lavoro di Berger è l’accuratezza, la capacità – da un minimo di uno ad un massimo di cinque tentativi, come dice lui stesso – di piegare le sue particolari tele in una dimensione figurativa tutt’altro che lineare. Non sono linee, quelle che traccia Berger, sono crepe che si aprono in direzioni complicate e impreviste, che l’artista svizzero è riuscito nel tempo a gestire con una sbalorditiva dose di controllo: tocca leggermente la lastra per accennare un tratto, la colpisce ripetutamente per creare punti luce più intensi, lascia vuoti neri per restituire il contrasto bianco/nero e quindi le profondità.


Creare rompendo, disegnare così poeticamente su un vetro con un oggetto violento come un martello ci dà la misura del genio di Berger


«Mi piace quando la cosa prende un tocco astratto, perciò per la prima martellata colpisco molto forte in modo che tutto il vetro si incrini attraverso la superficie come la tela di un ragno», racconta Berger spiegando la sua tecnica. «Una volta che il vetro è rotto puoi controllarlo relativamente». La delicatezza del tratto, che tecnicamente non è un tratto, è un fattore fondamentale del suo lavoro, e fa da contrasto all’immagine da operaio che l’artista incarna al momento di scolpire. Creare rompendo, disegnare così poeticamente su un vetro con un oggetto violento come un martello ci dà la misura del genio di Berger. Questo contrasto tra la forza delle sue immagini e la fragilità dei supporti su cui nascono, tra l’immagine grezza del lavoratore con il suo utensile e l’incrinatura elegante tracciata con la finezza del pittore è forse l’aspetto più affascinante della sua opera.