Il corpo immortale

Un corpo viene inghiottito dalle macerie e un altro si inabissa. Da una parte la terra si apre per fare da fredda culla a un neonato, dall’altra le acque vorticose del Golfo di Napoli per accogliere le carni di un uomo colpito al cuore. Le urla di una madre che tenta di salvare il figlio, gli occhi pieni di lacrime di chi sta uccidendo suo “fratello”. Il corpo è sempre lo stesso, quello di Ciro Di Marzio, detto l’immortale, e sta proprio qui il nodo che vuole sciogliere Marco D’Amore con il suo primo film da regista – co-autore anche della sceneggiatura con Francesco Ghiaccio, Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Giulia Forgione –, lo spin off L’immortale appunto. Ciro è vivo (perché) Ciro è l’immortale. Doveva essere morto ma sarebbe stata una sovversione della sua epica, della natura insita nel nome, sarebbe stato qualcosa di innaturale e ingiusto per il pubblico; quel montaggio alternato, in cui si susseguono immagini del piccolo Ciro che sopravvive al terremoto e quelle dell’adulto Ciro che sopravvive al proiettile di Genny Savastano, è una promessa: essere un ponte tra ieri e oggi, fare da trait d’union tra la quarta e la quinta stagione, dando sostanza ad un progetto che diventa evento, come se il sottotitolo fosse: per capire la quinta stagione devi prima vedere la storia dell’Immortale. Marketing? Scelta furba? Forse non c’è un’unica risposta, ma è certo che Ciro di Marzio, interpretato ovviamente ancora da Marco D’amore, è uno dei pochi personaggi della serie che può sostenere una narrazione tutta concentrata su di lui. Il regista/attore comprende la potenza drammatica del personaggio e per questo ha scelto di dirigere questo film: conosce profondamente la storia, le fragilità e le durezze, i vizi e i sacrifici di Di Marzio.

L’immortale, che vive dell’universo creato dalla penna di Roberto Saviano e dal film di Matteo Garrone, apre varchi nel suo passato – un passato che coincide con la storia della criminalità organizzata napoletana – e apre porte finora chiuse, configura in modo nuovo i personaggi. Non solo perché Ciro è uno ai margini, non è e non lavora per nessuno, è un “giocatore libero”, sta al limite tra la vita e la morte, ma anche perché la non morte di Ciro rappresenta qualcosa che scuote inevitabilmente il tessuto narrativo, tanto quanto l’aveva scosso la presunta morte, il sacrificio fraterno per Genny, utile a creare un legame con l’unica persona che per lui è famiglia.


Giuseppe Aiello nei panni del giovane Ciro Di Marzio in L’immortale (2019)

Ciro ha quel soprannome perché da piccolo è stato l’unico della sua famiglia a sopravvivere al terremoto dell’Irpinia del 1980. Mentre gli interni delle periferie si sgretolano e collassano, Ciro sembra essere fortificato da quelle scosse che gli regala una sorta di superpotere con cui riesce a sfuggire alla morte in ogni situazione. A dieci anni (interpretato da Giuseppe Aiello) lo scugnizzo colpito dalla vita corre tra i vicoli e impara immediatamente a tenere a bada il cuore, vivendo di espedienti, seguendo la dottrina malavitosa di Bruno, una sorta di padre putativo a capo di una paranza di creature, che gli apre le porte della sua casa e gli dona la sua fidanzata, Stella, una figura materna, per Ciro un ricordo che lo accompagna sempre. Ruba autoradio, contrabbanda sigarette e lì tra quelle vie germogliano i semi del criminale del futuro. Ad ogni furto messo a segno, ad ogni impresa compiuta, il bimbo scopre di avere l’indole dell’immortale e nello stesso istante perde l’innocenza, così cresce in lui il germe dell’uomo che sarà: un boss spietato e disumano. L’infanzia di Ciro è dunque la scintilla che infiamma la sua vita adulta. Dopo il colpo di pistola, che sembrava mortale, Ciro apre di nuovo gli occhi, sopravvive un’altra volta e sul suo viso si legge la tragedia e la disperazione di chi conosce ormai la sua condanna: un’inquietante immortalità.


L’Immortale vive tra la serie e il film, tra il Ciro decenne e l’uomo adulto, tra gli anni ’80 e il mondo di oggi.


L’Immortale si costruisce come un inanellarsi di passato (gli anni ‘80 di una povera e fulgida Napoli) e presente (la nuova vita di Ciro in Lettonia), parte dalla fine di Gomorra 3, dalla barca da cui è stato gettato Ciro, distaccandosene quasi subito ma rimanendone intriso. Situazioni, “divinità” (potere, danaro, vendetta, gelosia), personaggi dialogano alla maniera dei vasi comunicanti creando collegamenti tra la serie e il film, tra il Ciro decenne e l’uomo adulto, tra gli anni ’80 e il mondo di oggi. D’Amore pone accenti, sottolinea, infarcisce di elementi il corpo attoriale di Ciro, sistema di valori che lo spettatore già conosce, l’uomo è un antieroe tormentato dal senso di colpa e dalla perdita, che tanto ha voluto e in nome di questo ha perso tutto, e proprio nella mancanza (della famiglia, della moglie Deborah e della figlia Maria Rita) sopravvive, continuando a macinare chilometri per costruire imperi, pronto ad uccidere perché per lui la vita ormai è priva di significato.



Continua a vivere nonostante il proiettile che Genny, su sua richiesta, gli ha sparato in pieno petto, viene salvato dalle acque e viene spedito, da Don Aniello, a Riga per lavorare al servizio dei russi, lì incontra Bruno, riallaccia con lui l’antico legame, trattando affari insieme, usando i suoi uomini, e si innesca così una nuova guerra tra napoletani, russi e lettoni. Ciro sopravvive e ritorna, in un movimento che sa di rinascita; l’iter narrativo dell’immortale ha senso proprio perché si fonda su un’alternanza di morte e vita in cui c’è qualcosa di “cristologico”, la sua è una passione tutta laica, è una resurrezione continua. Il ritorno alla vita e quello all’infanzia (un piccolo Ciro che festeggia in una Napoli addobbata, la vittoria dello scudetto di Maradona, dove è facile delinquere per finire le giornate) seminano indizi, grazie all’uso a tratti fin troppo insistito del flashback, che poi diventano punti di congiuntura.


Il corpo dell’immortale è centro e motore di ogni cosa, è veicolo di sentimenti e emozioni, è narrazione


È intorno al corpo dell’immortale che tutto si costruisce, il suo modo di stare al mondo (gesti, postura), l’abbigliamento, il linguaggio e il rapporto con gli altri. Esso è centro e motore di ogni cosa, è veicolo di sentimenti e emozioni, è narrazione e in quanto tale spiega l’indole e la storia di un individuo. Ciro si muove, parla come nella serie, ancora costruisce trame e crea intrighi, dimostrandosi leader tanto spietato quanto “giusto”. Guarda il mondo come chi conosce le sue regole e le sue leggi e per questo dona agli altri le sue esperienze. È calato nel buio più profondo e la sua divisa è fatta di abiti scuri, minimali, rappresentazione di una vita svuotata, privata di luce e colore. Ciro è immortale non solo per il nome di battaglia, non solo perché è un dio terribile, dalle azioni amorali e mostruose, lo è anche in relazione a quel piccolo Ciro che sorride alla vita, adora Bruno, guarda con occhi innamorati Stella, compie i suoi primi passi nella criminalità organizzata. Ciro il boss è freddo e crudele anche perché quando era un guagliuncello gli hanno insegnato che non ci si deve fidare di nessuno, gli era già successo di perdere tutto in un solo istante. In questo personaggio vivono tutti quei bambini del cinema italiano, omaggio al neorealismo di Vittorio De Sica e a Nuovo Cinema Paradiso, che, nonostante tutto, hanno l’inconfessabile desiderio che le cose cambino, che anche per loro ci sia una normalità e, nel caso di Ciro, una famiglia. Tutto sta nella continua frustrazione che vive Ciro, ed è per questo, per la delusione e per la perdita che l’immortale diventa l’uomo che è e precipita in una disperazione talmente densa e profonda che non gli permette alcun tipo di emozione e lo rende un morto che cammina.


Le riprese notturne del film L’immortale (2019)

È la ricerca spasmodica di una figura paterna a cui attingere per costruire la propria identità ad essere un importante filo conduttore del film e L’immortale ripropone tale spinta unendola ad altre forze care allo spettatore: il rapporto figli/genitori, l’invidia e il desiderio di successo. È nel rapporto tra Bruno e Ciro che il film si modula e cresce. Bruno, come lo è stato Pietro Savastano, è guida e padre del bimbo sopravvissuto al terremoto, l’ha accolto e sorretto; si innesca poi tra loro la classica dinamica padre/figlio propria di Gomorra, amore e odio, cura e sopraffazione. Il ragazzo non può dimenticare alcuni avvenimenti accaduti nel passato e l’altro mal sopporta il successo di colui che ha cresciuto come un figlio e che è tanto superiore a lui. Ciro distrugge la casa paterna per costruire qualcosa di suo, mette all’angolo Bruno, lo svilisce e diventa figura paterna per gli altri (lo scontro con la mafia lettone dimostra che Ciro è il pater familias).


L’immortale ci porta fuori dalla serie, indaga una nuova dimensione e apre uno scarto in quell’unità spazio-temporale, nel mondo che è Gomorra


L’immortale ci porta fuori dalla serie ma nello stesso momento dentro, in un universo che ben si conosce, trasportandoci in un tempo insolito per Gomorra: indaga una nuova dimensione e apre così uno scarto in quell’unità spazio-temporale, in quel mondo che è Gomorra. Vive i suoi momenti migliori nel racconto dell’infanzia, nel viaggio nella disgraziata Napoli, nel racconto della nuova criminalità alle volte invece perde il passo, con i russi forse troppo tipicizzati. Nonostante qualche fragilità dettata dal fatto che si tratta di un’opera prima, il film è un buon esempio di come si possa esplorare l’immaginario, l’estetica, l’universo di un prodotto seriale e di un personaggio, raccontando così, guardando da un’altra prospettiva, la storia, creando un punto di congiunzione tra due stagioni (la quarta e la quinta) in un ibrido tra letteratura, cinema e serialità. Marco D’Amore dilata e accelera il racconto, indaga il passato, puntella la narrazione di colpi di scena e dà nuovo respiro al suo ruolo, interpreta perfettamente un uomo che è morto pur essendo ancora in vita, ma c’è qualcosa, qualcuno in questo film che ci fa pensare che il futuro dell’immortale sarà diverso: potrà ambire ad essere umano, a vivere, finalmente.