Il ballo lisergico di Noé

Gaspar Noé, traducendo un’elegante espressione inglese, non è una tazza di tè per tutti. Senza necessariamente definirlo elitario, e nemmeno d’autore, il cinema del regista argentino è a tutti gli effetti peculiare. Il suo cinema (e quando dico ci-ne-ma raccolgo tutti i significati possibili immaginabili) si definisce da solo. Proprio come Climax, l’ultimo lungometraggio presentato a Cannes un anno fa e distribuito nelle sale italiane a partire da questo giugno.

Il titolo racconta la storia, e viceversa. La trama è elementare, lo è davvero: una compagnia di danza si ritrova di notte in un edificio fatiscente per le prove di uno spettacolo, ma quando qualcuno mette degli acidi nella sangria che tutti stanno bevendo gli eventi prendono una piega sempre più allucinata. Ci sono voluti appena quindici giorni di riprese e pochi mesi di post-produzione per nascondere la semplicità di questo film sotto un abito succinto e surreale, cucito insieme da un montaggio che fa, a dir poco, perdere la testa. Se prima qualcuno poteva parlare di “immagini offensive”, come ai tempi di Seul contro tous (1998), in Climax c’è poco da incriminare. La droga, forse? Se ne vede poca e il cast non fornica tanto quanto quello formato dal threesome di Love (2015). Non c’è (troppo) sangue e non c’è carne (equina) eppure Climax è un horror, lo possiamo dire, e non si avvicina a nessun altro genere. Non è lasciato al caso il riferimento diretto al cinema dell’orrore, dichiarato o meno, attraverso le videocassette di Zombie, Un chien andalou – con le sue inquietanti immagini surrealiste – e Suspiria, che compaiono alle spalle degli attori nelle prime scene di presentazione. Una citazione sussurrata che vuole introdurre lentamente la paranoia e la psicosi che andranno gradualmente a infettare tutti i personaggi. Se la danza viene facilmente immaginata come una manifestazione di libertà individuale, con Climax vengono rappresentati tutti gli altri aspetti “mostruosi” che possono generarsi all’interno di un fitto e sudato gruppo di performers. La dicotomia ballo e spensieratezza viene quindi massacrata, come similmente accadeva in Il cigno nero di Aronofsky, e i movimenti esagitati di tutti i ballerini si trasformano in espressioni macabre di una schizofrenia collettiva. Il gruppo di artisti, riuniti all’interno di un collegio abbandonato, si interfaccia a suon di battute frivole e sboccate, tanto da lasciare un certo senso di noia che tuttavia invaghisce per inerzia. I brevissimi dialoghi a due o a tre si trascinano da un angolo all’altro delle stanze, facendo da cornice al sottotesto psicotropo che pian piano si palesa, con i corpi e con le conversazioni biascicate.


Gaspar Noé sul set di Climax

Quando si parla di Gaspar Noé è sempre difficile delineare una categoria di appartenenza ma è importante parlare proprio di cinematografia. Il piano-sequenza viene spesso strumentalizzato ad esercizio di stile (nella sua interezza e perfezione, per esempio, con Victoria di Sebastian Shipper) e si perde talvolta per strada o tra i corridoi della scenografia. Con Noè, prima in Enter the Void (2009) e poi in questo Climax, la macchina infila la testa dentro i corpi, dentro gli occhi e ancora dentro le stanze del collegio allucinato. Le perversioni seguite passo-passo sono una testimonianza quasi documentaristica di una vicenda lisergica. I primi cinque minuti dedicati esclusivamente a una coreografia di danza vougue raccolgono tutte le successive paranoie, introducendo il titolo, e spiegandolo. Le braccia distorte e dislocate, che seguono il ritmo elettronico della colonna sonora, incrociano gli occhi e contorcono le budella. L’horror, ancora, abbraccia la violenza di un gesto macabro e scioccante come l’aggressione volontaria verso una gravidanza appena accennata. Eros e Thanatos, la didascalia che accompagna tutto il film dall’inizio alla fine. Le grida strazianti, come schizzi di un’agonia cerebrale, sono le espressioni di questa storia invertebrata. Una storia fatta apposta per disilludere, annichilire e spaventare gli occhi.


La macchina da presa di Gaspar Noè, prima in Enter the Void e poi in questo Climax, infila la testa dentro i corpi, dentro gli occhi e ancora dentro le stanze del collegio allucinato


Ancora Noè si mimetizza tra i generi. L’orrore ha la sola e unica debolezza di essere soffocato in un testo semplice, forse intenzionalmente rozzo, volto a concentrare tutta l’attenzione sulle immagini rosse e dense di umori, e a un certo punto risulta difficile deglutire. Il cast, scelto come sempre dal regista stesso, non annovera effettive celebrità che possono distrarre, fatta eccezione per l’attrice e ballerina algerina Sofia Boutella, presente in alcune note produzioni americane come Star Trek: Beyond e Atomica bionda. Nella grande abbuffata di danza e LSD non c’è spazio per lo sforzo artistico recitativo, anche se per interpretare il delirio di un certo tipo di script ci vuole coraggio, forse, e adrenalina. Il regista Noé lascia molto spazio all’improvvisazione degli attori, opera al loro fianco e li dissacra, li violenta – per così dire – togliendo tutta la patina dorata del quale si ricoprono nel mondo dello show business. Si affida spesso a volti vergini di macchine da presa, per modellare meglio il personaggio, è probabile, o per creare davvero qualcosa di sorprendente, che non ci si aspetta. Questa volta si rivolge ad attori improvvisati, per necessità tecniche della trama ma anche per esporre a piena luce l’imperfezione e la fallacia della nostra natura. In questo modo il climax disumano si verifica attraverso il proprio anti-climax, dove in modo inversamente proporzionale cresce il delirio e si perde l’umanità: ognuno pensa a se stesso, calpestandosi a vicenda, incolpando il più debole in un inferno di desideri repressi e poi esplosi in maniera violenta, incestuosa, bestiale. Un microcosmo di aberrazioni antropomorfe che raccoglie tutta la critica alla modernità, politica e sociale, propria di un mondo perso nell’individualismo e nella paura dell’altro.


I ballerini di Gaspar Noé in Climax, al centro Sofia Boutella

Forse, tra i vari film di Noé, Climax è il più onesto, senza pretese di voler mostrare un risvolto narrativo che giustifichi le azioni e le condizioni dei personaggi. Chi lo accusa di faciloneria e sensazionalismo non tiene di conto la realtà, la nostra, quella che a tutti costi il regista vuole raccontare, la vuole esporre come un corpo nudo da sacrificare di fronte a una platea di giudici trogloditi.
Il delirio termina e si conclude con l’arrivo della polizia che all’improvviso illumina i corpi semi-vivi e striscianti dei ballerini. L’ordine che legifera sulle pulsioni si palesa proprio alla fine, senza mostrare le conseguenze di una scoperta scioccante. Quello che è stato è stato. Non si impara nulla con Gaspar Noé, che sia ben chiaro, ma la verità è che ci piace lasciarci andare e se non riusciamo a farlo tra le mura di casa nostra dovremmo almeno ringraziarlo per darci la possibilità di abbracciare il caos, comodamente seduti sulla poltrona di un cinema.