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I tre volti del requel

Né remake né sequel, cosa sono e in che direzione vanno film come Scream 5, Matrix Resurrections e Ghostbusters: Legacy?

Sequel. Prequel. Remake. Reboot. Spin-off. Crossover. Franchise. Termini di cui ormai conosciamo il significato e che abbiamo imparato a usare in numerose discussioni relative al cinema degli ultimi anni. A essi, ultimamente, se n’è aggiunto un altro, in realtà esistente da anni ma sdoganato in maniera definitiva da Scream, il nuovo capitolo della saga horror creata da Wes Craven e Kevin Williamson nel 1996, uscito da poche settimane in tutto il mondo registrando un grande successo al botteghino. Il termine in questione è “requel”. Mix di due dei termini sopra elencati, remake e sequel, viene usato per descrivere film che rivisitano storia e personaggi di opere già esistenti, rievocandole o ripresentandole, senza esserne un vero e proprio rifacimento o una prosecuzione diretta, grazie soprattutto all’inserimento di nuovi personaggi che danno vita a nuove storyline, per quanto legate agli eventi già narrati nello stesso universo narrativo. Negli ultimi tre mesi, una serie di coincidenze, principalmente legate a rinvii e problemi produttivi connessi agli ultimi due anni di pandemia, hanno fatto sì che arrivassero nelle sale di tutto il mondo tre requel tanto simili nell’approccio “teorico” quanto completamente diversi nelle finalità con le quali abbracciano questa nuova tendenza hollywoodiana.

Ghostbusters: Legacy (Ghostbuster: Afterlife, in originale) è il film che i fan degli acchiappafantasmi aspettavano da decenni. A più riprese, nel corso degli anni, sembrava imminente il ritorno della storica squadra protagonista dei due film degli anni Ottanta, ma per vari motivi non se ne era mai fatto niente. La morte di Harold Ramis nel 2014 prima e l’uscita del reboot al femminile e il suo conseguente flop nel 2016 poi sembravano aver cancellato la possibilità che un nuovo capitolo potesse vedere la luce. Fino a quando Jason Reitman, stimato autore candidato all’Oscar (suoi Juno e Tra le nuvole) figlio di Ivan Reitman, regista dei due film “classici” dei Ghostbusters scomparso il 12 febbraio di quest’anno ( Ivan Reitman, producer and director of ‘Ghostbusters,’ has died at 75), non ha deciso di mettersi simbolicamente al volante della Ecto-1, scriverendo (insieme a Gil Kenan) e dirigendo un film che riportasse finalmente sul grande schermo Ray, Peter, Winston e, sì, anche Egon, ma che, allo stesso tempo, potesse rilanciare il franchise con una nuova generazione di personaggi. Per due terzi di film, infatti, i veri protagonisti di Ghostbusters: Legacy sono Phoebe e Trevor, i giovanissimi nipoti di Egon Spengler, e il giovane Podcast, ai quali, in seguito, si aggiunge Phoebe, figlia dello sceriffo di Summerville, location principale del film.


Sul set di Ghostbusters: Legacy (2021), dall’alto: Ivan Reitman, regista dei primi due film qui in veste di produttore esecutivo (scomparso il 12 febbraio 2022), il regista Jason Reitman e gli attori Carrie Coon, Finn Wolfhard, Mckenna Grace che interpretano Callie, Trevor e Phoebe Spengler


È stato lo stesso Reitman a dire che il film è una vera e propria caccia al tesoro nel corso della quale questi ragazzi, in primis Phoebe, versione giovane e al femminile di Egon, scoprono che una minaccia rischia di distruggere l’umanità e che suo nonno, da molti considerato un pazzo, si era ritirato a Summerville per combatterla. Attraverso il ritrovamento di oggetti storici della saga, dalla Ecto-1 al rilevatore di energia psicocinetica fino al mitico zaino protonico, quella che Phoebe e i suoi amici portano avanti per tutto il film è la riscoperta di una storia e di una mitologia che altro non è se non quella legata a Ghostbusters, il film capostipite del 1984. Per dare nuova vita a un franchise di fatto defunto, Reitman fa scoprire e riscoprire alle diverse generazioni che compongono il pubblico il mondo degli acchiappafantasmi dal punto di vista dei suoi giovani protagonisti, ottenendo così un perfetto filtro in grado di risaltare il sense of wonder che da sempre accompagna la saga.


In Ghostbusters: Legacy l’incontro tra le due generazioni permette a Reitman di mettere in scena una vera e propria resa dei conti tra passato e presente


Quella che inizialmente potrebbe sembrare una premessa agli antipodi dei film precedenti, che vede al suo centro giovani protagonisti e un’ambientazione rurale, si configura quindi come una tabula rasa dalla quale Ghostbusters deve ripartire, prima di poter reintrodurre il cast storico e lanciare la saga verso il futuro. Ed è proprio nell’ultimo atto (dopo che Ray compie una breve apparizione a metà film tramite una telefonata con Phoebe) che i nostri beniamini tornano in scena, per aiutare i giovani protagonisti a sconfiggere ancora una volta Zuul, il terribile nemico già affrontato nella battaglia di New York. L’incontro tra le due generazioni è la conclusione pratica e teorica più significativa e naturale per il film e permette a Reitman di mettere in scena una vera e propria resa dei conti tra passato e presente. È noto che la lavorazione di Ghostbusters 2 sia stata turbolenta e piena di vicissitudini, così come è risaputa la triste storia del litigio tra Harold Ramis e Bill Murray sul set di Ricomincio da capo che mise fine a un’amicizia lunga tutta la vita (i due si sarebbero riappacificati poco prima della morte di Ramis, comunque troppo tardi).



Con l’apparizione del fantasma di Egon Spengler, giunto in aiuto della nipote e dei vecchi compagni di squadra, non solo il passaggio di consegne è definitivo, ma si assiste a quella che può essere definita come una vera e propria terapia di gruppo che sembra mettere fine a un capitolo della carriera del cast e del regista dei primi due film, in grado di donare nuova linfa vitale alla saga. Il nuovo e il vecchio si sono incontrati, adesso è il momento di guardare al futuro. Il film infatti (prima di due gustose scene durante i titoli di coda) si chiude con una dedica, “Per Harold”, e con la Ecto-1 che fa il suo ritorno a New York, teatro per antonomasia delle avventure degli acchiappafantasmi. Il requel di Reitman compie perciò quello che altri non erano riusciti a fare in passato: trovare armonia tra quello che è stato e quello che dovrà essere Ghostbusters al cinema affinché tanto le vecchie quanto le nuove generazioni possano apprezzarlo ancora per molti anni.

Agli antipodi dell’operazione compiuta da Reitman si colloca quella portata avanti da un’altra autrice che ha deciso di riprendere in mano una creazione di famiglia. Non è un mistero che la Warner stesse cercando da tempo di riportare la saga di Matrix al cinema. Dopo anni di rifiuti, una delle sue due creatrici, Lana Wachowski (Lilly ha deciso di non prendere parte al progetto a seguito del suo ritiro dalla regia) ha deciso di accogliere le richieste della casa produttrice e di dare vita a un quarto capitolo della saga, Matrix Resurrections. È noto che, già all’epoca della loro uscita, Reloaded e Revolutions, i due sequel del primo Matrix del 1999, avevano suscitato molte polemiche e diviso i fan in maniera netta tra sostenitori e detrattori. Quello che era difficile immaginare era che con Resurrections Lana Wachowski avesse intenzione di dare vita a un film che andasse ancora di più contro le aspettative del pubblico, creando un’opera talmente provocatoria e di rottura da lasciare infastiditi i più e affascinati ed entusiasti gli spettatori disposti a comprendere la finalità del nuovo capitolo della saga.


Era difficile immaginare che Lana Wachowski con Resurrections desse vita a un film contro le aspettative del pubblico, un’opera talmente provocatoria e di rottura


In Resurrections ritroviamo tutti gli elementi caratteristici del mondo di Matrix: Thomas Anderson, l’alter ego di Neo (nuovamente interpretato da Keanu Reeves), misteriosamente tornato in vita e intrappolato in Matrix; la sua presa di coscienza e la liberazione a opera di un gruppo di umani del mondo reale; l’Agente Smith (con Jonathan Groff che sostituisce Hugo Weaving nel ruolo) pronto a impedirgli di conquistare la sua libertà e l’Architetto (aggiornato in un nuovo personaggio, l’Analista, interpretato da Neil Patrick Harris) intento a cercare continuamente di equilibrare l’equazione che rende armonica la coesistenza delle due realtà.


Thomas Anderson/Neo (Keanu Reeves) in Matrix Resurrections (2021)


Riuscito a fuggire da Matrix, Neo trova un mondo reale molto diverso da quello che ricordava, dove la tregua tra umanità e macchine, ottenuta grazie al suo sacrificio alla fine della trilogia originale, ha reso gli esseri umani più miopi e meno disposti a combattere per il bene degli altri. In un contesto così diverso dalla perenne lotta per la sopravvivenza alla quale era abituato, Neo si vedrà costretto a tornare in Matrix per salvare la persona senza la quale non può vivere: Trinity (Carrie-Anne Moss). A descriverla così, la trama di Resurrections potrebbe sembrare quella di un semplice sequel, ma la Wachowski basa il film su un racconto totalmente meta narrativo che poco ha a che fare con la vecchia trilogia.

Matrix Resurrections mira non solo a disattendere le aspettative del pubblico (non ci sono combattimenti o grandi scene d’azione rivoluzionarie all’altezza dei film precedenti, l’Eletto sembra molto meno potente e significativo che in passato, se non in compagnia della donna che ama), ma a sottolineare quello che l’autrice sembra voler gridare a squarciagola: che la rivoluzione cinematografica portata da lei e la sorella alle soglie del nuovo millennio è solo un lontano ricordo e che negli ultimi vent’anni il pubblico si è abituato a essere schiavo, proprio come l’umanità nella saga, di un modo di pensare l’arte e l’intrattenimento del tutto privo di inventiva e voglia di sperimentare, di fatto decretando, dal suo punto di vista, la morte del cinema. Non è un caso che, nel film, Thomas Anderson sia il creatore di una trilogia di videogiochi chiamata Matrix della quale la Warner Bros. pretende un quarto capitolo contro la sua volontà. Pur non escludendo la possibilità che nuovi capitoli della saga possano essere realizzati (nonostante il flop di Resurrections) anche senza la sua creatrice, una cosa è certa: da tempo non si assisteva a un tale omicidio di una creazione artistica da parte del suo creatore. In quest’ottica, Matrix Resurrections è uno dei requel più folli e allo stesso tempo unici di sempre.

A differenza del requel di Scream, primo capitolo della saga prodotto dopo la morte di Wes Craven, sicuramente il meno interessante da analizzare: se da un lato infatti i due registi, Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, dimostrano di conoscere bene la saga e le sue regole, dall’altra, dopo una prima metà interessante nella quale vengono introdotti nuovi giovani protagonisti alcuni dei quali (come un requel che si rispetti pretende) sono collegati ai vecchi protagonisti della saga, non sembrano poter rilanciare il franchise. Lo dimostra l’atto conclusivo, in cui decidono di giocare la carta dell’omaggio più banale e privo di coraggio a Craven e alla sua creatura, riportando in scena i tre protagonisti storici interpretati da Neve Campbell, David Arquette e Courtney Cox e ambientando il finale del film nella casa teatro del massacro del primo capitolo del 1996, ripresentando argomenti e tesi già affrontati da Craven nel capitolo precedente, il fin troppo sottovalutato Scream 4, non riuscendo a lasciare il segno se non con le battute che, metanarrativamente, riflettono sul fenomeno del requel.


I character poster di Courtney Cox, Neve Campbell e David Arquette per Scream (2022)


Nel periodo storico nel quale Hollywood, più che mai, sembra dipendere dai brand e dalla narrativa seriale, dal ripescaggio di storie e miti dal passato, il requel potrebbe sembrare semplicemente un modo come gli altri di raschiare il fondo del barile, di cercare di sfruttare racconti molto amati ma non ancora sfruttati abbastanza, per confezionare film usa e getta che strizzino costantemente l’occhio allo spettatore senza prendersi veri rischi e garantire incassi soddisfacenti. Dopotutto, la discussione sulla mancanza di qualità e coraggio nel cinema mainstream americano è da anni un luogo comune che impedisce di individuare quelli che sono casi sempre più numerosi di autori in grado di piegare alle loro visioni le ferree regole del mercato. Sono molti gli esempi che potremmo fare al riguardo, in primis, la tanto vituperata quanto poco compresa nuova trilogia di Star Wars (pur con i suoi alti e bassi) prodotta dalla Lucasfilm dopo l’acquisizione da parte della Disney ( Umanità aumentata).


Così come altri sottogeneri del cinema di intrattenimento di massa degli ultimi anni, anche nel contesto del fenomeno requel si possono trovare creazioni di artisti con una propria visione


Qui ne abbiamo presi in analisi tre: un regista che ripesca il passato cinematografico della sua famiglia apparentemente tradendolo ma, in realtà, omaggiandolo e regalandogli nuova vita; un’autrice che compie lo stesso recupero, ma con finalità letteralmente agli antipodi; due registi ancora all’inizio delle loro carriere che cercano di rilanciare il discorso teorico di un grande maestro ma che vi riescono solo in parte. Al di là di quello che si possa pensare di questi tre film, sulla base dei loro punti in comune, delle loro differenze e delle loro peculiarità, una cosa è certa: così come altri sottogeneri del cinema di intrattenimento di massa degli ultimi anni, anche nel contesto del fenomeno requel si possono trovare creazioni di artisti con una propria visione. Con i loro diversi modi di giocare, ironizzare e decostruire i generi di appartenenza, siamo davanti a film che vanno al di là delle tendenze di mercato e della semplice ricerca di facile guadagno, regalando storie interessanti che non sanno solo intrattenere ma sanno anche far riflettere sullo stato attuale del cinema.