I Soprano: prologo della fine di un’epoca

Definire The Sopranos come la trasposizione televisiva di grandi classici del cinema che hanno come protagonisti boss che ruotano attorno al crimine organizzato italoamericano (vedi i vari Il padrino, o ancora Quei bravi ragazzi o Mean Streets) comporta, inevitabilmente, la riduzione di un prodotto culturale a una cosa inanimata. Se lo si volesse però considerare una sostanza dinamica che vive e pulsa, allora la creatura di David Chase guizzerebbe via dal calco fatto dalle produzioni di Francis Ford Coppola e Martin Scorsese e diverrebbe la metamorfosi di qualcosa che si adatta al contesto e che per sopravvivere è disposta a sacrificare parti fondamentali che caratterizzano il proprio essere, pur di vivere e colonizzare un certo habitat. In questa prospettiva, allora, piuttosto che essere il controtipo di produzioni colossal appartenenti a un’epoca ormai tramontata della cinematografia americana, I Soprano sono una rappresentazione che aderisce come un guanto al contesto di riferimento.

Trasmesso tra il 1999 e il 2007, questo prodotto televisivo ha il pregio di racchiudere tutte le ansie e le preoccupazioni tipiche della sua epoca. Piuttosto che mettere in scena protagonisti che agiscono con sicurezza e con la consapevolezza di potersi muovere tra le viscere del grande sogno americano, quelli dei Soprano sono una serie di colpi di coda di un essere mitologico che, stremato, reagisce all’inesorabile tramonto. Le crisi che caratterizzano il boss del New Jersey sono una riproduzione in miniatura del più generale declino dell’imperialismo americano gestito da George W. Bush. Se, come ebbe a dire Walter Benjamin in L’opera d’arte nel tempo della sua riproducibilità tecnica, «nell’opera risulta mantenuta e insieme trasportata l’opera di una vita, nell’opera di una vita l’epoca e nell’epoca il corso della storia», allora grandi questioni culturali, i cui riflessi si propagano lungo tutto l’asse geopolitico mondiale, si ripropongono nella più ristretta cerchia che ruota attorno alla vita di Tony Soprano. Dunque, quella di Tony è l’emblema di una crisi di sicurezza non solo personale (limitata ai confini interni del prodotto culturale), ma addirittura collettiva (volgendo così lo sguardo verso i consumatori della serie tv).


L’attore James Gandolfini (il protagonista Tony) durante le riprese de I Soprano (1999-2007)

Questa crisi assume i connotati di un’assenza di armonia – intesa come la sbavatura impressa in una tela caratterizzata da linee decise e contorni marcati. Ci si potrebbe riferire anche all’apparato uditivo e considerare la vita di Tony Soprano – nelle parole di Giovanni Gasparini in Sociologia degli interstizi: viaggio, attesa, silenzio, sorpresa, dono – come un «fenomeno acustico disarmonico, sgradevole o molesto, oppure ancora nocivo», come un rumore. È questo rumore continuo prodotto dal protagonista a renderlo un personaggio il cui potere non si esprime esteticamente in sintonia con quanto lo circonda, e questa condizione sottrae monumentalità (e dunque messa in discussione continua) al suo potere.

Per il fatto che nella sua persona si concentra la fine della certezza e del senso di sicurezza americano, in lui sembra prevalere l’aggressività tipica del frustrato. Un potere, il suo, che si esercita entro confini poco chiari: il quadro di cui la cornice diventa qualcosa da poter emendare a seconda del contesto e dei momenti in cui viene affisso. In questa condizione fluida, le relazioni familiari, così come quelli amicali – solo per citare la cerchia più stretta che avvolge la personalità di Tony Soprano –, diventano tese e non sono pochi i momenti in cui l’ira è il sentimento dominante. Quanto dunque sembrerebbe essere posto lì a sua completa disposizione in realtà gli urla la sua inadeguata collocazione e l’improbabile realizzazione dei sui desideri.


Nella persona di Tony Soprano si concentra la fine della certezza e del senso di sicurezza americano


L’inattendibile concentrazione di questioni riassumibili in una serie televisiva ha dell’incredibile. Se venissero poi condensati tutti nei pochi istanti che la inaugurano, questo fatto renderebbe l’opera qualcosa di altamente significativo per chi è alla ricerca di segni che, come fulmini, illuminano all’istante i problemi che affliggono le persone destinate a vivere in una determinata epoca. Infatti, tutti questi elementi si rivelano nella scena con cui si apre la serie e i primi 30 secondi hanno il potere di dire forse più di quanto vorrebbero.

La macchina da presa è puntata sul protagonista, seduto in una sala d’attesa, e la prima cosa che risalta rispetto a tutte le altre è il silenzio. Per troppo tempo ormai ci siamo definiti come una società fondata sulle immagini e le nostre collettività hanno forse esagerato a eleggere la vista come l’organo centrale nella mediazione del senso sociale. Non appena ci troviamo in assenza di suoni o rumori, oppure di musiche o dialoghi, scopriamo come il fenomeno uditivo sia una componente altrettanto fondamentale del nostro stare al mondo contemporaneo. Ma il silenzio, che caratterizza il mezzo minuto che si sta analizzando, non risalta tanto per sottrazione e il fatto che, per via della sua assenza, rivendichi l’importanza del fenomeno acustico nella fruizione di un prodotto culturale, non vuol dire che la sua sfera semantica sia compromessa. Il fatto che Tony Soprano non si affacci al mondo dei telespettatori per la prima volta con una battuta, fa del silenzio qualcosa di ben lontano da un frammento vuoto. Si può pertanto sostenere, in via del tutto preliminare, che il silenzio è un elemento che contribuisce a dare forma a una determinata situazione.


Il fatto che Tony Soprano non si affacci al mondo dei telespettatori per la prima volta con una battuta, fa del silenzio qualcosa di ben lontano da un frammento vuoto


Di più. Il silenzio, piuttosto che essere l’intervallo tra due suoni, diventa la circonferenza entro cui le cose che accadono acquisiscono una profondità ulteriore; e quello che potremmo definire l’atmosfera imposta dal silenzio è un ambiente dove il calcolo delle gravità impazzisce e fa di ogni atto e di ogni movimento, ogni sguardo e ogni sensazione, qualcosa di enormemente pesante ma compiuto con assoluta leggerezza. Quando Tony, seduto sul divano di una sala d’attesa e in procinto di alzare lo sguardo, si distacca dai suoi pensieri e punta gli occhi dritto verso la statua che ha dinnanzi: quell’istante è un atto compiuto con assoluta disinvoltura ma, al contempo, è qualcosa che rende quel movimento qualcosa di estremamente gravido di conseguenze.   



In questo ambiente silenzioso fatto di sguardi e movimenti apparentemente ingenui, ma in realtà estremamente profondi, tutto quanto salti agli occhi acquisisce un significato arricchito; e l’occhio, non potendo contare sui confini stabiliti dalla parola o dal suono, tende a enfatizzare quanto gli si pone dinnanzi. In questa atmosfera silenziosa il legame tra il segno e il significato si dilata al punto da colmare lo spazio vuoto che si crea con un respiro; e, piuttosto che determinarne una dispersione, s’incarica di creare nuove connessioni tra le cose e significati del tutto nuovi per chi osserva la scena. È qui che il corpo di Tony Soprano seduto sul divano appare come una massa che eccede la regolare portata prevista dal designer d’interni e dai costruttori di sofà.


Questo corpo eccessivo, non previsto, è un ente che esperisce la sua inadeguatezza rispetto a un mondo in procinto di mutare e di relegare tra le macerie anche la sicurezza di Tony Soprano


È infatti la sua stessa fisicità ad apparire come qualcosa di eccessivo e fuori posto, un’escrescenza che esteticamente si potrebbe accostare con quello che abbiamo definito una sbavatura rispetto alla regolare collocazione di cose e di corpi, oppure come un rumore rispetto all’intonazione armonica di suoni. Questo corpo eccessivo, non previsto – almeno rispetto alle regolari proporzioni prestabilite – è un ente che, per il fatto di essere fuori dalla portata delle cose, esperisce la sua inadeguatezza rispetto a un mondo in procinto di mutare e di relegare tra le macerie anche la sicurezza di Tony Soprano. È un’inadeguatezza, tra l’altro, che si misura con ciò che quello sguardo inizialmente confuso scruta: la statua di bronzo verde posta al centro della stanza. Si tratta di una figura femminile dall’aspetto intenso che lancia il suo guanto di sfida. Le braccia in innalzano fino a incrociarsi dietro la testa, così da non ostacolare in nessun modo la nudità del suo corpo.



È con quella nudità che viene affrontato quel personaggio dalla fisicità possente – ma attorniato da tutte quelle sovrastrutture entrate in uno stato avanzato di crisi – e non appena quel personaggio, che fa della dominazione la sua ragion d’essere, mostra con il suo volto i primi accenni di vulnerabilità, quel preciso istante rivela, in senso molto generale per la vita di tutti noi, il potere che spesso non viene riconosciuto alla materia inanimata: quella di sovvertire lo stato di cose presenti. Sia che si tratti di un oggetto d’arte o la cosa più banale della vita quotidiana, non appena viene inserito in particolare condizione di fruizione, ha la capacità di stravolgere le condizioni di esistenza. In questo caso, la statua di una donna nuda dall’espressività forte e dallo sguardo inquisitore, collocata in un ambiente silenzioso, è così potente da fare in modo che dalla relazione reciproca con un gangster si determina (anche se solo per un attimo) un frammento di vita destinato a fuoriuscire dal canone; e la fierezza degli occhi di chi fonda il proprio potere su quella determinata figura sociale lascia il passo a una condizione di incertezza.

Da questa angolatura risulta chiaro come i pochi secondi di apertura dei Soprano sono la magnifica rappresentazione di un dramma che si nutre di quella tensione tipica di una fase di crisi: da una parte si incomincia a scorgere un ordine sociale che va in frantumi, mentre dall’altra vengono riposte alle dinamiche microscopiche della vita quotidiana il compito di formare i nuovi schemi di azione per poter affrontare l’epoca di transizione. Ciò che rende forse oggi suggestiva, a distanza di più di vent’anni, la visione di quest’opera culturale consiste nella recondita consapevolezza di non essere riusciti ancora a scovare la via di fuga: come un gangster qualsiasi, siamo tutti impegnati ad affrontare nelle infinitesime porzioni di mondo la sfida lanciata, nel silenzio di una stanza, dallo sguardo penetrante di una statua in bronzo.


Non siamo ancora riusciti a scovare la via di fuga: come un gangster qualsiasi, siamo tutti impegnati ad affrontare nelle infinitesime porzioni di mondo la sfida lanciata


Ciò che forse servirebbe è valorizzare quegli attimi in cui la frustrazione si fa manifesta, e piuttosto che aspettare la soluzione messianica a questo mondo in rovina sarebbe piuttosto necessario prendere di petto ciò che quell’atmosfera silenziosa porta in dono e che Tony Soprano non coglie. Il fatto che il significato dei movimenti, anche quelli più impercettibili e spesso apparentemente insignificanti, si estende al punto da sfilacciarsi: l’opera di ricomposizione del tessuto andato in malora consente di creare nuovi nodi e nuove connessioni della trama e, con essi, un nuovo senso di stare in questo mondo. Solo così gli occhi di quella statua, piuttosto che determinare una pietrificazione dell’essere in stato di crisi, possono essere ricollocati su un nuovo piano. Solo così lo sguardo di Medusa cede il passo all’erotica condizione imposta dallo sguardo di Venere.   




In collaborazione con la rivista L’indiscreto