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I ragazzi selvaggi di Mandico

Erotismo, sperimentazione e fluidità di genere nel cinema di Bertrand Mandico, regista di Prehistoric Cabaret e Les Garçons Sauvages

Ci sono autori che si addentrano in territori inesplorati rischiando di smarrirsi, o rincorrono proprio l’idea di perdersi, in quei luoghi ignoti, poi ce ne sono altri che invece coltivano quegli spazi resi noti, scoprendo nuovi angoli e lasciando che l’occhio si addentri in terre già campo di scoperte, muovendosi su piani paralleli, in universi onirici, dando spazio e corpo al sogno. Ai secondi è riconosciuta la capacità di allargare lo spettro visivo, di ridefinire la bordatura dello sguardo, ampliando i confini del già visto. Il tessuto visivo non sempre è quello che si presenta all’occhio; bisogna guardare oltre, cercare negli spazi più nascosti, negli angoli scuri, in quelle sezioni che scivolano tra visibile e (in)visibile. Bertrand Mandico punta l’occhio in quegli spazi riuscendo, attraverso la sua poetica filmica, a dar vita a un linguaggio del tutto inedito e originale, in cui confluiscono musica, letteratura, poesia e un immaginario filmico frutto dell’amore del regista per la dialettica di Vigo, Fassbinder, Cocteau, Anger e Carmelo Bene, e ancora Walerian Borowczyk, Shūji Terayama, Kōji Wakamatsu, Jean Genet, Josef von Sternberg, fino a Mario Bava, Sergio Martino e agli altri esponenti del cinema di genere italiano, suggestioni cinematografiche che alimentano la fervida mente del regista francese, raccogliendo l’insegnamento deleuziano: «l’immagine cinematografica raccoglie l’essenziale delle altre arti, ne è l’erede, è quasi il modo d’impiego delle altre immagini che converte in potenza quel che era soltanto possibilità».


Attraverso lo sguardo di Bertrand Mandico ciò che si vede è forse solo il fantasma della realtà, una traslazione metaforica e desiderante del reale


Nel suo cinema non è la trama a rivestire importanza, ma la sua funzionalità interpretativa dei simboli e delle allegorie; il tessuto metaforico è parte fondamentale della lingua filmica adottata da Mandico. Il notturno è espanso e dilatato, penetra negli interni, come spazia negli esterni, e il mondo onirico è parte integrante dell’immaginario portato in scena dal regista grazie all’uso del colore e della luce, caleidoscopiche effervescenze visive che danno vita a un fantastico palpitante e pregno di erotismo. Ciò che si vede è forse solo il fantasma della realtà, una traslazione metaforica e desiderante del reale; la figura ectoplasmatica è la trasposizione dell’anima che vomita domande cui non si trovano risposte, «un’attitudine intenzionale della coscienza tesa a confrontarsi con una cosa in quanto immagine», come affermava Merleau-Ponty. La ricerca non è tanto mirata sulla conoscenza di un altrove, ma è un’indagine sull’identità del corpo desiderante di mutarsi in altro, la materializzazione del desiderio è il desiderio del proibito, è l’illusione dell’occhio che imprime sulla retina ciò che desidera: essere altro, avere finalmente una forma, essere corporea ma senza limiti, per sfuggire dallo stesso involucro carnificato e deragliare in una commistione di sessi, generi e unirsi alla natura che lo circonda. E il desiderio proibito risiede proprio nell’osservarsi e nell’essere osservato: «L’enigma sta nel fatto che il mio corpo è insieme vedente e visibile. Guarda ogni cosa, ma può anche guardarsi, e riconoscere in ciò che allora vede “l’altra faccia” della sua potenza visiva», diceva ancora Merleau-Ponty.


Un fotogramma di Prehistoric Cabaret (2013)


Tutto è carne nel cinema del regista francese, nella saturazione dei colori, così vivida e materica, sfumature cupe e profonde come sangue rappreso, come appare ad esempio in Prehistoric Cabaret (2013), ma allo stesso tempo nel bianco e nero, liquido, lattescente di fluidità umorali e secrezioni corporee, sensuale e caldo nelle sue declinazioni, tra i grigi e i candidi bianchi, come nel corto Il dit qu’il est mort (2008). Mandico impreziosisce la sua opera con una maniacale cura estetica, adottando un registro visivo che è ipnosi per gli occhi. Sovente la luce inonda la scena, una luce fredda, abbacinante, in cui vita e morte si fronteggiano e qualcosa di sinistro si nasconde. Già nei suoi corti il regista spiega la sua poetica filmica, la mutazione dal sapore cronenberghiano si fa panica in Notre-Dame Des Hormones (2015),  coinvolgendo pienamente la natura, quella più selvaggia e chimerica, la vegetazione panerotica ricorrente nella poetica del regista e “qualcosa”, chiamata, non a caso, the thing, racchiude la duplicità iconica dell’immaginario del regista francese; pene e vagina in un unico organismo, vegetale e animale: è la metafora dell’inconsistenza della diversità dei generi, dei sessi, della mutazione dell’uno nell’altro in un onirico crepuscolare dove il desiderio è l’unica condizione possibile in una natura totalmente ormonale. Attraverso un erotismo surreale e visionario, in cui la demarcazione tra i generi non è mai troppo netta, dando spazio a ossessioni e perversioni, fedele alla lezione del regista polacco Walerian Borowczyk – cui ha dedicato anche un suo lavoro, Boro in the Box (2011) – Mandico libera il corpo dal suo stesso involucro, privo di qualsiasi costrizione e limite. Nelle sue opere i due sessi sono spesso destinati, non solo a incontrarsi, ma anche a scambiarsi, fondendosi l’uno nell’altra, e il femmineo placa tempeste e dissolve ogni furore dell’agone marziale. Esattamente come accade nel suo primo lungometraggio, Les Garçons Sauvages.


«Il loro malessere cresceva al calar della sera… si sentivano distratti, sviati proprio al margine del sogno. In verità partivano per altri lidi: rotti all’esercizio che consiste nel proiettarsi fuori da sé».
Jean Cocteau, I ragazzi terribili

Lo schermo è inondato di liquido seminale in un bianco e nero lattescente e luminoso, la realtà si frammenta tra tenebre e chiarore cristallino, e lo sguardo precipita in uno squarcio onirico febbricitante di erotismo. Les Garçons Sauvages si offre allo sguardo dello spettatore come una ferita aperta che mostra fiera la sua splendida lacerazione di carne viva, è materia palpitante e sanguinante. Presentato in concorso a Venezia alla 32esima edizione della Settimana Internazionale della Critica, segna l’esordio al lungometraggio del regista francese, dopo aver confezionato meraviglie tra cortometraggi e mediometraggi, come Henry Darger Manhen, Montreur de Seins, Notre-Dame des Hormones e Prehistoric Cabaret.


I ragazzi selvaggi protagonisti di Les Garçons Sauvages (2017)


Un atto di violenza, un crimine commesso da cinque ragazzi ai danni della loro professoressa e la conseguente punizione, scelta dalle rispettive famiglie, per redimere e correggere i “ragazzacci terribili”, come li chiamava Jean Cocteau, rimasti impuniti dalla legge. Un viaggio, il cui scopo iniziale è quello di indirizzare i giovani sulla retta via, si trasforma in un’iniziazione per purificare il mondo dalla violenza e dalla guerra, una trasformazione fisica, psicologica e sessuale, unica soluzione per eliminare l’aggressività. Una crepa apre un varco verso una realtà intrisa di erotismo, uno spirito libera l’anima ferina, che i cinque condividono, spingendoli a dare sfogo alle loro pulsioni; la guida di un capitano dai metodi severi non sarà sufficiente a redimerli, fino a quando una tempesta li condurrà su un’isola misteriosa non iscritta in alcuna mappa nautica. Come Ulisse si ritroveranno su un’isola sconosciuta, pronta a offrire ogni forma di piacere, «una grande ostrica in cui è cresciuta vegetazione anfibia», la sua natura è femminile e sessuale. I ragazzacci bevono da frutti fallici, mangiano ricci che ricordano il sesso femminile e sono soddisfatti in ogni loro voglia, accolti tra le gambe di una natura generosa e voluttuosa.


Il viaggio dei garçons sauvages si trasforma in un’iniziazione per purificare il mondo dalla violenza e dalla guerra, una trasformazione fisica, psicologica e sessuale


Ogni elemento, ogni forma, ogni corpo sprigiona sensualità, come in un’Odissea erotica, la scoperta dell’isola e delle sue meraviglie, introduce alla conoscenza di una nuova realtà, di un aspetto dello spirito umano, più placido, mansueto e mite: è il femmineo, cui approdano attraverso il piacere dei sensi e la loro soddisfazione, in una divina danza dionisiaca. Il cinema di Bertrand Mandico è esplorazione di percezioni, sensazioni e sensi che hanno come matrice unica il desiderio. Mani, gambe e bocche protese si offrono per compiacere ed essere compiaciute, osservare ed essere osservate, come nel suo Prehistoric Cabaret, dove in un caleidoscopio di colori, dalle sfumature calde e carnali, corpi sinuosi si aprono voluttuosamente allo sguardo altrui. Mandico si muove su un territorio ormonale, attraverso un erotismo surreale e visionario in cui la demarcazione tra i generi non è mai troppo netta, dando spazio a ossessioni e perversioni. Nelle sue opere i due sessi sono spesso destinati non solo a incontrarsi, ma anche a scambiarsi, l’uno e l’altra confusi, come accade anche in questo suo ultimo film.



Il regista, scegliendo di girare questo suo nuovo lavoro su pellicola, è riuscito a rendere al meglio l’opalescenza del suo bianco e nero, in cui i bagliori dei grigi più chiari e del bianco sono sfavillanti, e l’alternanza con il colore regala sorprese inattese all’occhio, così capita di scorgere alberi totalmente neri che offrono frutti splendidamente colorati. Come ha dichiarato lo stesso Mandico, il suo intento in Les Garçons Sauvages era di usare il colore alla maniera di Koji Wakamatsu, rossi che sfumano in blu notturni e verdi sfolgoranti, innumerevoli sfumature vagamente Seventies così vicine anche al cinema di genere italiano di quegli anni, in una fantasmagoria cui ha abituato il suo pubblico più appassionato. L’estetica visionaria del film è accompagnata da un comparto sonoro che fa da tappeto allo scorrere filmico, complice nella tessitura delle maglie di un sostrato surrealista, omaggiato anche da uno dei personaggi del film, Tanguy, le cui tele tanto ricordano le sfumature utilizzate da Mandico. Un delirio visivo che oscilla tra i mondi fantastici di Jules Verne e i ragazzi selvaggi di Burroughs, un viaggio rimbaudiano tra liquidi corporali e carni desideranti, verso la liberazione dalla costrizione dei generi uomo/donna.