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I film più contemporanei del 2021

Da Annette a Il potere del cane, i film del 2021 che ci parlano in maniera più fresca e originale del mondo visuale e sociale in cui viviamo

In un 2021 pieno di novità da tutto il mondo, con le conferme del cinema orientale, la nuova fioritura del cinema scandinavo e tante piccole perle da ricordare, la nostra redazione ha voluto ripescare alcuni titoli che quest’anno si sono distinti per il loro valore. Una selezione di autori di Duemilauno ha scelto perciò un film diverso e interessante per la contemporaneità dei suoi temi o del suo linguaggio, componendo un mosaico originale fatto di musical, horror, western, drammi e film d’epoca. In questa viva commistione di generi e sguardi, i film di Carax e DaCosta, Jane Campion e Radu Jude, Scott e Miranda.


Annette di Leos Carax

Tra paratesti, metacinema, caleidoscopi di generi e altre raffinatezze narrative, Carax è uno dei pochi registi che riesce ogni volta a stupire. Nonostante Annette – storia d’amore tra una cantante lirica e uno stand-up comedian e della loro figlia prodigiosa Annette – non sia al livello del precedente Holy Motors, il regista francese spiazza con un musical all’interno del quale vediamo stand-up comedy, lirica, Super Bowl, mass media, paparazzi, parodia, dramma, amore, odio, sfruttamento dei diritti di immagine, quindi il più bieco utilitarismo, ma anche redenzione, emancipazione, punizione, con un finale tanto preciso da far emerge tutta l’umanità di questo autore fuori dai canoni.

Alcuni elementi grafici talvolta lasciano un po’ perplessi, basti pensare a certe ricostruzioni grafiche di Annette, ma il tutto viene inserito in uno studio esteticamente raffinato su cosa sia diventata l’immagine nel mondo contemporaneo, dove l’occhio degli spettatori si è abituato a rappresentazioni spesso semplificate. Annette è semplicità contro la semplicità, negazione della negazione, che rende la costruzione visiva del film complessa e suggestiva, piena di spunti carichi di riflessione sul presente visuale, emotivo, spettacolarizzato che viviamo ogni giorni. Un film anche per i non amanti del musical con momenti parodistici forse vicini a Cuore selvaggio di David Lynch, anche se probabilmente le citazioni potrebbero ritrovarsi anche in Charlie Kaufman (☛ Essere Charlie Kaufman), un film che vive di una voce forte e estremamente autoriale, con lo stile assolutamente originale di Leos Carax.

Ferruccio Mazzanti


Leggi qui il nostro approfondimento sul cinema di Leos Carax Contemporaneo Carax


Candyman di Nia DaCosta

Candyman, capolavoro del 1992 diretto dall’inglese bianco Bernard Rose, è un urban horror peculiare: crea tensione attraverso il degrado del paesaggio urbano in cui ambientato. Le vicende si svolgono a Cabrini Green, uno slum di Chicago, edilizia popolare per la comunità afroamericana. Quel Candyman non era un mostro qualsiasi, era il black dandy con l’uncino, un ghoul evocato dalla comunità nera, una sublimazione del male di vivere nel ghetto, la violenza che da stato di necessità diventava simbolo di coesione e identità. Vent’anni dopo Jordan Peele (autore di Scappa – Get Out e di Us Contro di noi) scrive un nuovo Candyman e affida la regia a Nia DaCosta. Giovane, talentuosa, nera. Oggi Cabrini Green non esiste più, i palazzacci sono stati abbattuti e la Chicago bene si è espansa fino a lì. DaCosta entra nei grattacieli venuti su come alveari, segue i nuovi ricchi con la pelle nera.

Il ghoul Candyman diventa ispirazione per Anthony McCoy, nero, novello Basquiat in crisi di idee. Gli raccontano la storia di quel nome che pronunciato cinque volte evoca morte, e lui ne cerca le tracce in quei pochi isolati rimasti in piedi. Il suo indagare è da estraneo, da alieno. Punto da un’ape, la sua mano, in piena metamorfosi da body horror, si trasforma in un uncino che pennella il male dell’oppressione bianca, le vittime nere che nella storia della città si sono susseguite a centinaia. Espone nella galleria di un gallerista bianco, ci mette quadri, video arte e uno specchio ad usum vocationis di Candyman. “Say my name”, si chiama questa installazione, in riferimento alla campagna “#sayhername”, alla protesta delle donne nere vittime della violenza della polizia.

Candyman è una disperata ricerca di un senso di appartenenza, di un’identità  minata da white e blackwashing. La sessualità è rimossa, sacrificata alla lotta di genere che Peele-DaCosta vedono attraverso il conflitto di razza e di classe. Sono i poliziotti bianchi i nemici conclamati, in un’ascensione mistica che è una resa dei conti tra neri e polizia. Da simbolo di morte, l’uncino di Candyman diventa simbolo di rivolta (la falce senza martello?), di sovversione.

Massimiliano Martiradonna


Leggi l’approfondimento di Lapo Gresleri e Marzia Gandolfi sul cinema afroamericano quiBack to Black


The Last Duel di Ridley Scott

In un dramma storico basato su eventi realmente accaduti e ispirato al romanzo L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova di combattimento nella Francia medievale, scritto nel 2004 da Eric Jager, Ridley Scott racconta le gesta di Jean de Carrouges e Jacques Le Gris, scudieri del ‘re folle’, che si affrontarono in duello a Parigi il 29 dicembre 1386. Prima però di giungere allo scontro finale, in cui solo Dio deciderà le sorti dei due, il tessuto filmico si dilunga nella messa a fuoco del dittico Carrouges / Le Gris.

Da un lato Carrouges (Matt Damon), uomo forte, tenace e vendicativo, dall’altro Le Gris (Adam Driver), astuto calcolatore, che grazie al suo eloquio e alla sua scaltrezza riesce a conquistare la fiducia di Pierre d’Alençon, conte e cugino del re Carlo VI. Un’ossessione folle rapisce il cuore di Le Gris, un’ossessione chiamata Marguerite de Thibouville, moglie di Carrouges. Approfittando dell’assenza del marito lo scudiero abusa della donna, violentandola; Marguerite chiede vendetta a Jean, appellandosi al giudizio di Dio in un duello all’ultimo sangue che dovrà stabilire la verità sull’accaduto. Se la donna si sarà rivelata menzognera, sarà arsa viva.

Il punto di vista dell’intera vicenda passa attraverso l’occhio dei tre protagonisti, rimbalza da Jean a Jacques fino a Marguerite, tutto narrato dal punto di vista di ognuno dei tre, così l’avvenimento si accende di emotività diverse rispetto al soggetto narrante. Il focus è la voce femminile, portatrice di rivendicazioni anacronistiche e temerarie per un’epoca in cui, almeno secondo la visione tradizionale del mondo medievale, tutto era declinato al maschile più estremo. The Last Duel è la storia del coraggio di una donna che sceglie di dire la verità ad ogni costo, mettendosi totalmente in gioco, rischiando non soltanto il suo onore ma la sua stessa vita per combattere una battaglia impari; una donna moderna, quasi contemporanea, forte e indipendente, che combatte per dimostrare le proprie ragioni contro il maschilismo imperante. Un vero omaggio alla forza al femminile, alle donne che resistono, sempre e ovunque.

Mariangela Sansone


Il potere del cane di Jane Campion

Dodici anni dopo Bright star (2009) la regista neozelandese Jane Campion torna dietro la macchina da presa ambientando il dramma familiare dei fratelli Burbank, collocato nel Montana del 1925, nelle terre mozzafiato della sua Nuova Zelanda. Da un lato Phil (B. Cumberbatch), rozzo cowboy che gestisce il ranch con un’adorazione per il suo maestro Bronco Henry, dall’altro George (J. Plemmons), elegante e introverso che sposa la vedova Rose (K. Dunst) e accoglie lei e l’effeminato figliastro Peter (K. Smith-McPhee). Il film, che è tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage pubblicato nel 1967, e affonda le radici nel Salmo 21 della Bibbia che recita «Scampami dalla spada, dal potere del cane», è un’originalissima declinazione del western, genere d’azione per eccellenza e qui ridotto all’essenziale, spogliato della sua dimensione epica ed incentrato totalmente sui propri personaggi, che hanno lo spessore e la forza della tragedia shakespeariana incarnata da un monumentale Benedict Cumberbatch, nei panni dell’inquietante Phil.

Nel mettere in scena il dramma, Campion amplifica i tempi delle giornate al ranch, distende i silenzi e gli sguardi, suggerisce i temi del film intrecciando una rete di simbolismi e suggestioni – il passato dei fratelli con Bronco Henry, il rapporto tra Phil e Peter, l’omosessualità latente del maschio dominante Phil – restituendo una declinazione originale dell’immaginario western che le è valsa il Leone d’argento per la miglior regia a Venezia. A contribuire alla visione essenziale dell’autrice neozelandese, che distilla la mano registica per dare corpo ai propri personaggi, la colonna sonora del chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood, le cui corde inquietanti schioccano tese come quella che Phil intreccia per Peter.

Andrea Caciagli


Sesso sfortunato o follie porno di Radu Jude

La consacrazione di Radu Jude, uno dei più folgoranti nuovi autori usciti da quella fucina che è il cinema rumeno contemporaneo (☛ Radu Jude | L’implosione del cinema), è anche uno dei testi più acuti nel capire cos’è il cinema oggi, cosa sono le immagini che escono dai nostri dispositivi – cinematografici o telefonici che siano – e soprattutto che tipo società stanno creando. Sesso sfortunato o follie porno, Orso d’oro all’ultimo festival di Berlino, è una sorta di collage di formati e sorgenti che raccontano la storia di una professoressa che, dopo aver girato un video porno con il compagno, si ritrova al centro di uno scandalo perché quel video finisce in mano ai suoi studenti e ai loro genitori.

Due atti, il primo naturalistico, il secondo un processo alla professoressa di kafkiano umorismo con un intermezzo – un alfabeto video in cui si mostra il senso politico del rapporto tra immagini, morale e sessualità – e un finale alternativo liberatorio: il lavoro che Jude fa, attraverso il racconto, sulla natura delle immagini e la sua destinazione è a tratti impressionante, l’aria del tempo è resa in modo impeccabile, non solo per la disinvolta presenza delle mascherine e della pandemia, e il film raggiunge quel punto di equilibrio tra risata e oppressione che solo in pochi sono riusciti a raggiungere.

Al di là dell’attualità dei temi, dalla diffusione di video privati come armi di ricatto personale o professionale alla moralità ipocrita di cui si ciba il potere (il discorso che Jude ha fatto con la Storia lo si ritrova in un film al presente), è davvero incredibile la forza con cui Jude usa le immagini, ci gioca, le combina, un modo fertile e vitale ricco di spunti cinematografici, estetici e politici, che genera dibattito e idee, perché nasce e cresce proprio attraverso le idee e le riflessioni. È un film che richiede un pubblico attivo e partecipe, in cui si percepisce un continuo lavoro critico che il film fa sulla realtà, che racconta, e mostra e sullo spettatore.

Emanuele Rauco


Leggi l’approfondimento sul cinema di Radu Jude per la nostra rubrica Astri Radu Jude | L’implosione del cinema


Tick, tick… BOOM! di Lin-Manuel Miranda

In una commistione di stili diversi, capaci di mescolare un gusto per i videoclip anni Ottanta-Novanta eredi della generazione MTV, a quello più consono al suo protagonista, Manuel Lin-Miranda confeziona un biopic che prende gli stilemi del musical per sconfinare e andare oltre al genere, amalgamando fantasia, canto, libertà e surrealismo. Ciò che ne consegue è un corollario citazionistico, una giostra lanciata a folle velocità tra uno sguardo psicologico tramutato in parole e un’indagine umanistica tradotta in note musicali. La macchina da presa di Miranda danza, supportata da un montaggio dinamico e dai retaggi postmoderni, e seguendo gli stessi passi del suo protagonista, il genio dei musical Jonathan Larson (un prodigio che ha rivoluzionato il mondo musicale con Rent, senza mai conoscere la gloria perché folgorato da un aneurisma alla vigilia della prima rappresentazione) qui interpretato con grinta da un Andrew Garfield perfettamente in parte.

Inserendo nella planetaria del cinema le giuste dosi di ingredienti sapientemente selezionati, Tick, tick… BOOM!  apre un ponte levatoio sulla partecipazione affettiva, congiungendo l’anima dei suoi protagonisti a quella dei propri spettatori, con una compagnia di ballerini sotto forma di linguaggio filmico pronti a cambiare abito al sopraggiungere di ogni atto. Quella dipinta da Miranda e dalla direttrice della fotografia Alice Books è una galleria di quadri dai formati più disparati, colorati di sfumature e tonalità adesso chiare e calde, adesso fredde e ombrose, rispondendo così perfettamente alla chiamata delle emozioni che si vivono in un dato momento. Questo studio fa di ogni brano una sorta di videoclip musicale, parte integrante di un collage audiovisivo che tenta di fare di Tick, tick… BOOM! la più perfetta trasposizione degli intenti del suo autore originale e del suo degno testimone, Miranda.

Elisa Torsiello