Tra Diritti e Malick: i film del 2020 da vedere

Il 2020 è stato un anno terribile per tanti settori, ma tra i più colpi c’è sicuramente il cinema nella sua fase produttiva e ancora di più in quella distributiva. A farne le spese sono stati gli spettatori, costretti spesso a vedere i film attesi lontano dalla sala. Con la chiusura delle sale, tante distribuzioni hanno preferito poi non farli uscire proprio, i film, portando ad una atrofizzazione dell’offerta cinematografica in tutto il mondo. Questo non significa però che anche quest’anno non siano usciti bellissimi film che vale la pena rivedere o scoprire per la prima volta: ogni redattore di Duemilauno ha selezionato uno dei film usciti quest’anno in Italia da consigliare e approfondire, tre sono italiani, uno tedesco, uno francese e due americani. Eccoli qua.


Favolacce di Damiano e Fabio D’Innocenzo

La potentissima opera seconda dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo è un dramma logorante, una favola nera che pone luce sul male annidato negli antri della società contemporanea. I due giovani cineasti scrissero la sceneggiatura di Favolacce a diciannove anni e, influenzati dalle letture della loro adolescenza – da Carver a Updike e Cheever, da Wallace a Auster –, misero su carta una storia che, ricordano, «non è venuta, c’è sempre stata».
La precisa identità della scrittura ha specificamente a che fare con il saper scrivere con le immagini e i D’Innocenzo le costruiscono con la purezza attonita dei ricordi della loro infanzia, che sa guardare al degrado interiore della periferia romana. Con uno sguardo visionario, dipingono un ritratto umano che nella distorsione fiabesca trova la sua verità più intima e sconcertante, smascherando i fantasmi di una generazione fondata su un patriarcato machista che continua a mietere vittime. Nel silenzio delle parole, a parlare sono quindi gli occhi avidi, euforici, impauriti, disillusi di adulti e bambini, le cui movenze meccaniche e perbeniste mascherano uno sguardo che sembra non aver vie di fuga, risucchiato in un luogo in cui la sconfitta è già scritta. I personaggi non si parlano mai veramente, le parole sono solo il corredo isolato e inconsistente di una routine monotona. E i figli sono condannati a respirare con timore e reverenza quest’unica aria intrisa di malignità, una malignità che subiscono ma che al contempo assorbono ed esercitano, come fosse il solo e inevitabile rifugio concesso.

Antonio Costa


I miserabili di Ladj Ly

La felicità, l’esultanza scuotono Parigi: la Francia vince i Mondiali, tricolori dappertutto, la folla freme di emozione. Arriva poi la realtà. Non c’è più posto per gioia, unione, uguaglianza. Il titolo spietato prende il centro dello schermo esplicitando tema e protagonisti: I miserabili. Si intitola come il grande romanzo popolare di Victor Hugo, sembra una versione moderna di L’odio (Mathieu Kassovitz, 1995) il film di Ladj Ly che porta lo spettatore a Montfermeil, nella banlieue di Parigi dove ha visto scoppiare i disordini del 2005 da cui ha tratto ispirazione. Montfermeil è un pezzo di mondo in cui la tensione è tangibile, la violenza e la solitudine compagne di vita. I ragazzini come Issa e Buzz sono dimenticati da Dio, i poliziotti dell’anticrimine, come Gwada e Chris, uomini senza divisa, diventano oppressori, non tutori della legge, in strade senza regole. Lo capisce subito Stéphane, appena arrivato nella brigata e ne impara il linguaggio. Tutto intorno c’è la strada, ci sono boss di quartiere, imàm, gitani con il loro circo, materia pronta ad esplodere: basta un leone rapito e scoppia il caos. I miserabili racconta la violenza dei più forti sui più deboli, narra la rivolta feroce di chi non accetta di essere schiacciato; Ly compone un’opera necessaria, porta al centro della scena un dramma teso e viscerale che arriva dritto al punto e, mentre si assiste al film, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a qualunque periferia di qualunque città.

Eleonora Degrassi


Notturno di Gianfranco Rosi

Il film di Rosi nasce come una riflessione sui confini silenziosi e in attesa, su quella zona muta che circonda la guerra, nel tentativo di descrivere i luoghi e le vite liminari, che non hanno voce. Tra le poche persone a cui viene data una voce, Rosi sceglie quelle che per definizione non vengono ascoltate, ovvero i bambini, ma di fatto è solo un grande esercito di superstiti così vicini al conflitto da non poter avere una vita normale. Essendo in parte anche un film sul silenzio o se sul rumore della guerra che viene sottolineato dalla sospensione del cicalio metropolitano a cui siamo abituati, Notturno si trasforma immediatamente anche in altro, ovvero in una metafora valida per tutte quelle situazioni in cui la prossimità a un determinato fenomeno che tutti stanno osservando è essa stessa l’evento non più secondario da studiare ( Il medioriente notturno di Rosi). Vederlo in un cinema in quella piccola sospensione estiva tra un’ondata e l’altra della pandemia, per me ha coinciso con una presa di coscienza di tutti gli eventi marginali che caratterizzano un momento storico e di come proprio quella marginalità sia a sua volta un centro di interesse che narrativamente oggi giorno viene dimenticato dalla fretta della propria autoaffermazione e prevaricazione sugli altri. Ci sarà poi tempo e modo per stabilire cosa si trovi in questo centro tanto aggirato, se la pace o la guerra, se la socialità o la reclusione, se la vita o la morte.

Ferruccio Mazzanti


Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

1968. L’America estrae a sorte nuove truppe di giovani americani per mandarli in Vietnam. Sull’onda emotiva dei recenti assassinii di Robert F. Kennedy e di Martin Luther King, milioni di manifestanti si riversano a Chicago per far sentire la loro voce in occasione delle primarie democratiche. L’ufficio del sindaco non rilascia permessi, la polizia si schiera in massa, si preannuncia una situazione incendiaria… resta da capire chi ha acceso la miccia. E così otto leader dei vari gruppi di protesta (sette più il leader nazionale delle pantere nere rimasto a Chicago solo per mezz’ora in tutta la giornata) verranno accusati di cospirazione per aver violato dei confini statali per incitare alla violenza, una legge creata per limitare la libertà di parola degli attivisti neri. Sui colpi sordi di una batteria sincopata e gli stacchi netti di un montaggio frenetico, la regia tagliente di Aaron Sorkin (West Wing, The Social Network, The Newsroom) mette in scena un processo politico che nella storia della libera e virtuosa America si configura come una vera e propria farsa, un dramma poco serio cui il popolo americano guarda come a un evento eccezionale, ma che il pubblico italiano saprà riconoscere
bene. Un film da vedere perché quando due hippie si prendono gioco di un giudice il vero pagliaccio è proprio quel giudice, perché il modo migliore di narrare una farsa è usare l’ironia per farsi prendere sul serio, perché Sorkin oltre ad essere un bravissimo sceneggiatore conferma qui di essere un ottimo regista. Il ritmo incalzante guida lo spettatore in una vicenda insensata che non doveva nemmeno avere luogo, suscitando la sensazione chiara che, con Il processo ai Chicago 7 , ancora una volta l’arte riesca ad essere più vera del reale, a rappresentare davvero quel grottesco circo mascherato di cui ogni giorno facciamo esperienza e che ci ostiniamo a chiamare società.

Luca Galasso


Undine – Un amore per sempre di Christian Petzold

Dopo La donna dello scrittore, Paula Beer e Franz Rogowski si ritrovano ancora insieme, nuovamente diretti da Christian Petzold. In Undine, la coppia fa davvero faville: attori di notevole fisicità ed espressività, rappresentano la scelta ideale per una storia d’amore (e morte) impossibile e magica come quella raccontata dal film. Hanno del miracoloso l’originalità e la raffinatezza con cui Petzold riscrive la leggenda dell’ondina, appartenente al folklore germanico, adattandola al contesto berlinese contemporaneo, rielaborandone il senso. Ennesimo personaggio “in transito” della coerentissima filmografia di Petzold, la misteriosa Undine si divide tra terra e acqua, ricordo e oblio, presenza e assenza attraversando il film come un fotogenico fantasma, etereo e febbrile allo stesso tempo. Nelle inquadrature impeccabili, nei movimenti di macchina mai gratuiti, accompagnati dalle note dell’adagio di Bach suonate al piano da Víkingur Ólafsson, la storia della città, i suoi luoghi e la sua architettura si alternano all’ambientazione lacustre periferica, diventando veri e propri protagonisti aggiunti del film. Undine, così, conferma il talento di Petzold nell’innestare il realismo tutto “politico” della verosimiglianza in una narrazione di pura visionarietà e di struggente lirismo.

Francesco Grieco


La vita nascosta – Hidden Life di Terrence Malick

Dopo l’Anschluss dell’Austria al Reich tedesco, un contadino dello sperduto villaggio di St. Radegund tra le Alpi austriache si rifiuta di giurare fedeltà a Hitler e di prendere parte alla Seconda Guerra Mondiale. Malick si cala nel cuore di tenebra della Storia come era già avvenuto con La sottile linea rossa, ma con una cifra poetica molto più intima e personale che rientra in un discorso autoriale di progressiva spogliazione iniziato ormai dieci anni fa con The Tree of Life. Tra l’Alta Austria del Führer, la Baviera esoterica della società di Thule e del Germanenorden e la foresta nera di Heidegger, di cui Malick ha tradotto una delle prime versioni inglesi de Il principio della ragione. La leggenda vuole che il venticinquenne Malick alla fine degli anni Sessanta abbia incontrato il grande filosofo tedesco nella sua celebre Hütte di Todtnauberg. E mai come nell’ultimo film del cineasta texano riaffiora la massima di Gilles Deleuze: il rapporto tra cinema e filosofia si deve riconfigurare in una relazione in cui, più originariamente, il cinema è filosofia.
Non c’è alcun intento storiografico in A Hidden Life. Non si tratta di capire come sono andate veramente le cose né di ristabilire una presunta verità morale che sarebbe stata misconosciuta dalla tradizione. Anche negli incontri con le figure istituzionali presenti all’interno del film (un giudice, un vescovo, un avvocato) che provano a persuadere Franz ad abdicare ai suoi principi per salvare la sua vita e non mettere a repentaglio quella dei suoi familiari, risuona la continua invocazione di un’eccedenza di senso, di un anelito inesausto e di un altrove che si con-fonde nella memoria dei dimenticati dalla Storia. C’è il rapporto intimo e segreto tra un uomo e una donna, tra Franz e la moglie Fani. C’è una natura panteistica in cui in ogni cosa riecheggia la presenza del divino. A Malick non interessano (più) gli impianti classici: lo stile recitativo, gli escamotage narrativi, i dialoghi, la successione delle scene sono sentieri interrotti heideggeriani che possono trasformarsi all’improvviso e quando meno te l’aspetti in preghiere e meditazioni solitarie. 

Piero Tomaselli


Volevo nascondermi di Giorgio Diritti

Insieme a Undine e A Hidden Life, Volevo nascondermi è uno di quei film che la pandemia ha sacrificato: l’uscita a fine febbraio dopo l’Orso d’argento vinto da Elio Germano al Festival di Berlino lo ha reso la prima vittima della chiusura di cinema e dei teatri italiani ( Covid | Il mondo dello spettacolo è negativo) nonché, beffardamente, campione d’incassi in Italia con 90mila euro – il 95% in meno del film campione d’incassi di marzo 2019. La vita della pellicola di Giorgio Diritti non si è però esaurita, e alla riapertura delle sale ha visto tanti spettatori tornare al cinema per vedere il film sul grande schermo. Il merito è dello sguardo del regista bolognese, acuto, intelligente, pittorico senza mai cadere nell’oleografia – merito anche delle eleganti luci di Matteo Cocco (Sulla mia pelle) – e del corpo di Germano, che si immerge dentro Toni Ligabue dando voce alla sua straripante vita interiore. A cavallo tra l’immagine dell’artista e quella del freak, il Ligabue di Diritti si muove in una campagna animalesca incarnata nei suoi dipinti e trova uno spazio commovente all’interno di una società che cambia, imponendosi con la sua sola forza artistica. Pur raccontando la sua vita, Diritti si discosta dalle noie del biopic per immergersi nel mondo particolare di Ligabue, con il suo equilibrio tra le passioni, la pittura e gli animali, le moto e le donne, e i vizi sgradevoli di ogni essere umano. Proprio questo racconta Volevo nascondermi, la poesia nascosta dentro ogni uomo e l’arte, che si impone al mondo per esprimerla.

Andrea Caciagli