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Guillaume Brac, l’estate dentro

Astri | Il cinema delle stagioni del regista francese autore di À l’abordage

Verrebbe da dire che le piattaforme hanno fatto anche cose buone. Certo, Mubi non è la stessa cosa di Netflix, però nella retorica polemica di chi racconta la morte del cinema, i buoni e i cattivi vanno nettamente distinti. E però, quando nella classifica dei migliori film del 2021 dei Cahiers du cinema appare un film apparentemente nascosto come À l’abordage, diventa chiaro quanto sia possibile fare un lavoro culturale e di curatela che entri in profondità nello spettatore appassionato.

Il film in questione – presentato alla Berlinale nel 2020 e poi distribuito internazionalmente l’anno dopo – è stato, per il pubblico non francese, la rivelazione di Guillaume Brac, regista di quattro lungometraggi e tre corti che ha saputo farsi strada in modo misurato, grazie alla discrezione sincera del suo cinema al centro di una retrospettiva proprio celebrata dalla suddetta piattaforma. Il motivo per cui è riuscito a farsi strada è proprio in quella sincerità, in quella naturalezza che porta il gesto di cineasta a mescolarsi, diremmo a mimetizzarsi con gli attori e a mimetizzare gli attori con i luoghi, i paesi, i villaggi e le spiagge che dominano i suoi film.


Una spiaggia in L’île au trésor (2018) di Guillaume Brac


Brac è un viaggiatore che racconta turisti e in questo scarto tra le due definizioni sta il segreto del modo di guardare ai suoi personaggi, ingenui e vitali, timidi ma desiderosi di avventurarsi raggiungendo luoghi, ma soprattutto raggiungendo persone, sentimenti. Con gli occhi di Jacques Rozier – regista della Nouvelle vague da cui prende il gusto per i viaggi, le vacanze, l’acqua e i luoghi isolati dal mondo, dove si va per rigenerarsi – e i moti intimi di Éric Rohmer, Brac fa un cinema all’aria aperta, in cui la natura guarda, suggerisce, aiuta ma non troppo, non fa da sfondo ma diventa corpo, atmosfera, personaggio non invadente eppure vivo, presente.


Con gli occhi di Rozier e i moti intimi di Rohmer, Brac fa un cinema all’aria aperta, in cui la natura diventa corpo, atmosfera


La natura e i luoghi dal vero in cui Brac gira i suoi film sono frutto anch’essi di viaggi e di ricerche, di scoperte, lo spazio del suo cinema non è un dato, come pure sembra vedendo gli ultimi suoi film: la cittadina della Piccardia in cui è ambientato Le naufragé, cortometraggio d’esordio del 2009, è un luogo uggioso, perennemente autunnale, preda di vento e umidità, mentre il suo esordio nel lungo – Tonnerre – deve il suo nome proprio al comune della Borgogna in cui si svolge una storia invernale, fredda e disturbata, che sfrutta il potenziale di un attore come Vincent Macaigne più noto come corpo comico che come presenza inquietante.


Le locandine dei primi tre lungometraggi di Guillaume Brac: Tonnerre (2013), Contes de juillet (2017) e L’île au trésor (2018)


Il suo centro di gravità permanente, forse, Brac lo trova due anni prima, nel 2011, quando a Ault, sulla Côte d’Opale, realizza Un monde sans femmes, il film che lo fa conoscere alla critica francese: è un mediometraggio (57 minuti) in stato di grazia che racconta il triangolo molto platonico e tenero tra il proprietario di una casa che affitta per le vacanze, sempre interpretato da Macaigne, e una coppia madre-figlia, la prima molto libera, spigliata ed energica (Laure Calamy, l’attrice francese del momento, nel primo suo ruolo di un certo impatto), la seconda più riservata e silenziosa (Constance Rousseau). Gli avvicinamenti progressivi e le repentine fughe dei tre si giocano tutte sulle coste, si costruiscono grazie al sole, al vento della Manica, alla salsedine che sembra appiccicarsi ai corpi e poi asciugarsi, alle danze estive che lasciano sudore e rimpianti.

Fuori dagli stereotipi adolescenziali, Brac compone uno dei più bei ritratti del sentimento di una stagione visti negli ultimi anni, è un Rohmer senza filosofia, in cui l’introspezione passa per i volti prima che per i dialoghi e gli atti mancati contano più che le parole, che non mancano ma non sono ricercate, non sono significative, anzi sembrano riflettere quasi lo spirito dei tempi per cui quel modo di fare commedia minimalista non è più possibile.


Constance Rousseau, Vincent Macaigne e Laure Calamy sono Juliette, Sylvain e Patricia nel mediometraggio Un monde sans femmes (2011)


Sembra quasi che i personaggi siano un veicolo, se non proprio un pretesto, per poter raccontare il senso dell’estate, il modo che la stagione calda ha di creare immagini, atmosfere, come fossero i posti a far nascere le storie, anche se quei posti non sono lontani, ma sono al centro di Parigi: Contes de juillet (2017), il più esplicitamente rohmeriano dei suoi film fin dal titolo che richiama il Racconto d’estate che il maestro fece nel ’96, è ambientato nella capitale durante il 14 luglio e racconta due storie diverse, quella di due colleghe che passano una domenica in piscina rischiando di rovinare la loro amicizia per l’arrivo di un ragazzo e quella di una studentessa norvegese che si trova alle prese con tre uomini (Un ragazzo, tre ragazze è l’altro titolo con cui è conosciuto il film di Rohmer).

È evidente che per Brac sia importante tornare alle suggestioni estetiche e umorali di Un monde sans femmes, quella piacevole aria di casualità, di improvvisazione che riempie un canovaccio ovviamente esilissimo, e infatti il film è molto più interessante quando si trova in esterni che tra quattro mura, perché il calore e il senso di libertà, la voglia di essere nudi non solo fisicamente aiutano il regista a calarsi nella relazione con gli attori, a ricreare la naturalezza di una stagione che diventa il luogo e il tempo ideali per costruire i sentimenti, soprattutto per certificarne l’evanescenza.


La natura di Guillaume Brac in Contes de juillet (2017)


Ciò che non svanisce in Brac è la voglia di esplorare i luoghi, il gusto dell’estate e della Francia “turistica” come spazio per le avventure dell’anima, dove il piacere infantile del gioco resta, pur cambiando di abito. Prendiamo i titoli: il naufrago, l’isola del tesoro, all’arrembaggio, tutti termini che hanno a che fare con i racconti marinari e con la letteratura per ragazzi, solo che di Defoe, Stevenson e dei racconti di pirati Brac ha preso il riferimento ludico, l’idea dell’estate e degli amori estivi come un parco giochi suadente, seppure un poco aspro. Infatti, il suo terzo lungometraggio L’île au trésor (2018) è ambientato in un parco naturale tra attrazioni e attività sportive en plein air a Cergy-Pontoise, un centro a nord-ovest di Parigi (lo stesso in cui aveva realizzato Contes de juillet).

Qui il regista realizza un semi-documentario che usa proprio i ragazzi, adolescenti o anche più piccoli, per filtrare il proprio sguardo sull’estate, quasi fosse un suggello poetico di un’idea intera di cinema: in un film in cui non accade nulla, in cui la macchina da presa guarda la vita scorrere e la comunica allo spettatore, Brac può dispiegare in modo più libero l’essenza dei suoi film, quella gioia di esserci anche se intorno ai personaggi c’è la normalità della stagione pigra per eccellenza. A ben guardare però, il film mostra anche la natura composita di una nazione, di un paese che ha interiorizzato da tempo la propria multiculturalità ma i cui abitanti non sempre hanno fatto i conti con le differenze di classe, di sesso o di provenienza. Resta l’avventura, la voglia di giocare tanto dei piccoli quanto dei più grandi, ma gli accenni di conflitto restano sullo sfondo e ogni tanto emergono, leggeri, come tocchi di commedia, ma non superficiali. Il sole, gli scogli e le colline possono farli sopire, ma ogni tanto riappaiono.


Ana Blagojevic e Salif Cissé in À l’abordage (2020)


Come nel 2020, quando questi conflitti danno vita al film più famoso, ad oggi, del regista, À l’abordage appunto, che è anche il suo film più complesso, pur camuffando questa complessità nella disinvoltura del tocco, e forse il suo migliore. I protagonisti sono per la prima volta due afro-discendenti e uno dei due, dopo una notte d’amore con una ragazza appena conosciuta, organizza un viaggio per andarla a trovare, a sorpresa, nel luogo dove la giovane si trova in villeggiatura (tra Montélimar e Valence, nel sud della Francia) coinvolgendo un suo amico. Da qui parte un lieve gioco di reazioni a catena in cui i personaggi si susseguono, si accumulano, e Brac non li dimentica, preferisce ampliare la struttura del racconto per raccontarli, per accoglierli in un grande abbraccio, dando a ognuno lo spazio (e il film dura un’ora e mezza) per farsi conoscere e volere bene dallo spettatore: il ragazzo imbranato e succube dalla mamma che dà loro un passaggio e si ritrova bloccato nel villaggio, la ragazza che non reagisce benissimo alla sorpresa, la di lei sorella e il bagnino che le soccorre, una giovane mamma lasciata sola dal marito che intreccia una relazione con l’amico del protagonista e via dicendo.


Brac racconta lestate come se la bella stagione fosse uno spazio franco, libero, aperto in cui le barriere tra chi siamo e chi vogliamo sembrare finiscono per frantumarsi


Con un passo calmo ma vivo, il film si allarga senza mai complicarsi, dimostrando la maestria del regista – e di Catherine Paillé, sceneggiatrice e regista di un corto guarda caso intitolato Le bel été, la bella estate – nel tessere fili e relazioni, nel dare agli intrecci una spigliatezza quasi casuale. Soprattutto, nel raccontare un periodo dell’anno come il correlativo di un periodo della vita, come se la bella stagione fosse uno spazio franco, libero, aperto in cui le barriere tra chi siamo e chi vogliamo sembrare finiscono per frantumarsi e lasciare spazio alla voglia di vivere, non sempre espressa (anzi, il rimpianto è spesso il sentimento prevalente a fine estate), ma costantemente cercata e filmata. «Non so nulla del tesoro, ma mi gioco la parrucca che qui c’è febbre» si dice in L’isola del tesoro di Stevenson in una frase posta a esergo proprio di L’île au trésor: Brac e i suoi personaggi, magari, dell’amore non sanno niente, ma quella febbre che porta a cercarlo, che l’estate posa sulla pelle, è la costante giocosa e serena dei suoi film. Una febbre impercettibile, che non sapremmo definire bene, ma che è il miglior ricordo che ci resta di questi viaggi.