fbpx

Gloria al cinema del Nord

Il successo del cinema nordeuropeo tra Thomas Vinterberg e Joachim Trier, Teemu Nikki e Juho Kuosmanen

Tutto è partito, volendo semplificare e trovare una datazione convenzionale, il 25 aprile 2021, quando Un altro giro di Thomas Vinterberg ha vinto il premio Oscar come miglior film internazionale, e potrebbe trovare una sua quadratura il 27 marzo quando il premio Oscar potrebbe restare in Danimarca oppure andare in Norvegia o Finlandia (meno probabilmente in Svezia).  Nel mezzo di questa splendida annata per il cinema scandinavo e dintorni si trovano il premio come miglior attrice a Cannes a Renate Reinsve per La persona peggiore del mondo, il gran premio della giuria cannense per Scompartimento n. 6, il premio del pubblico a Venezia per Il cieco che non voleva vedere Titanic.


Il cinema nordeuropeo non è esploso quest’anno, ma è curioso che in circa dodici mesi il cinema che più ha scaldato occhi e cuori provenga dal Nord


Il cinema nordeuropeo non è esploso quest’anno, basti pensare all’arrivo sulle scene internazionali negli anni ’80 di Aki Kaurismaki o nei ’90 di Lars Von Trier e gli amici del Dogma, ma è curioso che in circa dodici mesi il cinema che più ha scaldato occhi e cuori dei critici e delle giurie in giro per il mondo provenga dal Nord. Stando alle previsioni piuttosto affidabili e costantemente aggiornate di Variety, La persona peggiore del mondo diretto dal norvegese Joachim Trier sarebbe il favorito per il premio Oscar, seguito al terzo posto da Flee del danese Jonas Poher Rasmussen – film che fa storia a sé, visto che potrebbe raggiungere il primato di film nominato in tre categorie diverse come accaduto agli European Film Awards dove ha vinto i premi sia come miglior documentario che come miglior film animato. Al decimo troviamo invece Scompartimento n. 6 del finlandese Juho Kuosmanen, al tredicesimo l’islandese Lamb e al diciassettesimo lo svedese Tigers.


Mads Mikkelsen in Un altro giro (2020) di Thomas Vinterberg


Cos’è successo quest’anno da portare le produzioni nordiche a un tale livello di ricchezza creativa? La risposta è ovviamente complessa e chiama in causa le capacità produttive e il lavoro di internazionalizzazione del linguaggio cinematografico dovuto a un modo intelligente di collaborare con i paesi esteri, co-produzioni che anziché appiattire gli stili verso un’omogeneità europea acuiscono la possibilità di parlare a più pubblici differenti, come il film di Kuosmanen che racconta di una Russia atipica e periferica e della diversità culturale fa uno dei suoi centri o come quello di Trier che invece cerca un comune denominatore nel racconto dei giovani adulti urbani e contemporanei, un racconto che vale in Norvegia come ovunque e che sceglie echi di commedia à la Woody Allen, per convincere il pubblico dentro e fuori il proprio paese. Dal punto di vista critico, c’è però qualcosa di più profondo che accomuna l’accoglienza di questi film e che forse può essere legata al periodo storico e culturale.

I film di cui stiamo parlando sono in qualche misura film che stanno addosso ai loro protagonisti, ne accolgono fragilità e debolezze prima che gli accenti positivi, guidano lo spettatore dentro di loro come fossero sedute di auto-analisi ma senza pesantezze psico-analitiche, anzi giocando con linguaggi popolari, intriganti, persino accattivanti. Prendiamo ad esempio Un altro giro ( I migliori film del 2021), storia del curioso esperimento con cui quattro professori, seguendo una presunta ricerca scientifica, cercano di provare che con una modica ma costante quantità di alcool nel sangue possono vivere più felici e sereni: il film sembra corale per un po’, ma poi si concentra sul personaggio interpretato da Mads Mikkelsen, sul suo percorso per uscire da una latente depressione sentimentale e professionale e liberarsi. Vinterberg fedele al modo di usare gli attori del Dogma – col quale esordì con Festen – fa in modo che Mikkelsen sia libero di muoversi nello spazio, di impossessarsi dei difetti del suo professore e di usare il film come un modo per auto-confessarsi allo spettatore, senza dimenticarsi le risate della commedia, i paradossi e gli equivoci legati all’alcool, i colpi sentimentali più o meno bassi che coinvolgono lo spettatore e che lo liberano in quel finale così bello che fa sembrare bello anche il resto del film.


Aksel (Anders Danielsen Lie) e Julie (Renate Reinsve) in La persona peggiore del mondo (2021) del novergese Joachim Trier


Stando addosso agli attori, lo spettatore può entrare nella dimensione del film in modo apparentemente senza compromessi, ma anziché concentrarsi in modo duro e cupo come fanno i film sulla scia dei fratelli Dardenne, le pellicole di cui stiamo parlando inseriscono questo stile di ripresa e racconto dentro congegni narrativi che non hanno paura di piacere al pubblico, pensati per essere condivisi con platee più o meno ampie, capaci di cercare un’emozione comune senza essere ruffiani e accondiscendenti. La persona peggiore del mondo, fin dal titolo, parte dai difetti insormontabili della protagonista e la segue implacabile nelle sue idee, nelle sue difficoltà di comunicazione sentimentale e di indecisione professionale per poi svelare che Julie non è affatto peggiore di altri, è una ragazza normale di cui Trier non ha paura di mostrare i difetti, esaltandoli in chiave umanista e usandoli per coinvolgere il pubblico in una commedia umana che anziché le miserie della vita chiede allo spettatore di partecipare alle sue emozioni, gioiose o dolorose che siano.


In La persona peggiore del mondo Julie non è affatto peggiore di altri, è una ragazza normale di cui Trier non ha paura di mostrare i difetti


Il punto che rende il film vincente è l’equilibrio tra il rigore della sua idea di cinema ( Le vite concatenate di Joachim Trier), come la suddivisione in capitoli che oltre che ad Allen deve parecchio a Von Trier, e l’immediatezza con cui parla allo spettatore, comunicando sentimenti di semplice lettura. La prova più calzante di questo equilibrio sta nelle camminate che racchiudono il senso stesso dell’opera: Trier dedica molti minuti a Julie che cammina, sola, in vari contesti e luoghi di Oslo (della cui trilogia, dopo Reprise e Oslo. 31 august, il film è la chiusura), senza parole, a volte senza musica, cercando di cogliere le diverse sfumature di ognuna di quelle camminate, come se ogni passeggiata fosse un nodo fondamentale del racconto, il modo originale e affascinante di porre un punto a ogni segmento della narrazione.


Petri Poikolainen ne Il cieco che non voleva vedere Titanic (2021) del finlandese Teemu Nikki


Questo tipo di approccio è portato alle estreme conseguenze da Il cieco che non voleva vedere Titanic del finlandese Teemu Nikki, di cui IWonder sta distribuendo in sala o sulla propria piattaforma l’intera filmografia, il cui protagonista è un uomo che sta progressivamente perdendo la vista e la possibilità di muoversi a causa di una malattia degenerativa e che decide di partire per andare a trovare una ragazza di cui si è innamorato per telefono. Il protagonista – Petri Poikolainen, realmente affetto dalla malattia – è al centro di ogni inquadratura, la occupa anzi quasi interamente senza dare spazio ad altro o altri, anche perché il regista sceglie di replicare con una scelta stilistica audace gli stessi impedimenti visivi che stanno cogliendo il personaggio, cinefilo che non potrà più vedere i film che ama (e che alcuni non vuole vederli, come dice il titolo) così come lo spettatore fatica a vedere oltre il fuori fuoco che limita le immagini, le rende difficili, chiede al racconto di procedere per suoni e impressioni. Da questo partito preso estetico, il film non si stacca mai, sfida di continuo lo spettatore, ma sa bene quando allentare il rigore della messinscena per aprirsi alle risate, alla commozione, alla suspense, come a voler condensare in un solo film “ipo-vedente” tutte le possibili emozioni del grande cinema che Jaakko cita di continuo, facendo un vero film da pubblico che è anche un’opera di ricerca linguistica.


In Scompartimento n.6 il treno veicola e sintetizza quel senso di movimento interiore e fisico che un po’ tutti i film scandinavi di questa annata così particolare e vivace incarnano


È anche un film sul viaggio, che è una dimensione che esplicitamente o implicitamente lega questo film anche a un altro, Scompartimento n. 6 di Kuosmanen, pure questo tutto addosso alla sua protagonista che decide di elaborare un abbandono sentimentale non esplicitato partendo in treno da Mosca (lei, finlandese, è in Russia per studiare) per andare a Murmansk a vedere i petroglifi. Nella cabina incontra un ragazzo, molto poco simpatico e affascinante, che però con la sua naturalezza riesce a conquistarla; non per questo però il film si amplia in un passo a due ma sa sfruttare la dinamica dell’incontro casuale per approfondire i personaggi, le loro imperfezioni, di usarle per far empatizzare lo spettatore restando pur sempre concentrato sulla protagonista che decide di aprirsi al mondo in senso anche letterale, viaggiando, muovendosi, cercando luoghi e culture che paiono lontanissimi e irraggiungibili, ma che forse non lo sono davvero. Quello di Kuosmanen è un vero e proprio “feel good movie”, un film fatto per far sentire bene il pubblico, per dargli calore nonostante i luoghi glaciali, anzi lavorando proprio sul contrasto tra luoghi e affetti, tra disposizioni d’animo e affinità elettive: il treno veicola e sintetizza quel senso di movimento interiore e fisico che un po’ tutti i film scandinavi di questa annata così particolare e vivace incarnano.


Ljoha (Jurij Borisov) e Laura (Seidi Haarla) in Scompartimento n.6 (2021) di Juho Kuosmanen


Potremmo fare del facile sociologismo e pensare a questo bisogno di dinamismo, alla necessità di raccontare personaggi in movimento come reazione a confinamenti ed emergenze sanitarie, ma forse sottovaluteremmo uno dei caratteri della cultura e del cinema dell’estremo Nord degli ultimi quarant’anni, che proprio nel momento in cui percepisce la sua chiusura geografica, la sua limitatezza fisica e la distanza dal resto del mondo cerca di colmarla con le buone pratiche della politica e dell’arte, cerca proprio nell’apertura agli altri – con tutte le reazioni del caso, come il fiume carsico rappresentato dai movimenti neo-nazisti – il modo per liberarsi dai confini geografici e climatici. Le regioni europee che più di tutte soffrono i climi freddi e gli spazi desolati usano la cultura e l’arte, in primis il cinema ma pure la musica, per dare calore al pubblico e condividere momenti emotivi. Forse è quello il segreto del successo, nel significato poetico di un ubriaco che balla, di una ragazza che ostinata cammina, di un cieco che vuole vedere il mondo e di una donna che, oltre allo spazio, cerca di riavvolgere il tempo.