Gli eroi di una nuova serialità

We might experience some slight turbulence, and then esplode

Oggi, con l’accessibilità istantanea a tutto ciò che desideriamo garantita dal web è difficile ricordarlo, eppure basta arretrare di una decina d’anni o poco più per scoprire che seguire una serie sulla tv nostrana era un’impresa estremamente faticosa. Ecco Buffy, per esempio: la serie creata e coordinata da Joss Whedon che, a oggi, vanta il maggior numero di studi universitari dedicati a una produzione tv. Negli Usa va in onda tra il 1997 e il 2003, ma in Italia arriva solo nel 2000. Le prime due stagioni vengono mandate in onda d’estate, la domenica su Italia 1, due episodi alla volta, inizialmente in seconda serata, poi promossi in prima. Quando le puntate in archivio stanno per terminare, si ritorna a un episodio a settimana, in coppia con una puntata di Pokémon, che qualche dirigente Mediaset ritiene avere lo stesso target di un racconto di formazione horror e femminista, metafora stratificata dell’adolescenza, del risveglio sessuale e della fatica di diventare adulti. Chissà se è lo stesso dirigente Mediaset a piazzare terza e quarta stagione, nel 2001, in striscia pomeridiana, dunque in fascia protetta, e a essere obbligato a sforbiciare scene troppo esplicite. Due episodi di queste annate vengono direttamente saltati: saranno recuperati nel 2003, però non prima che sia andata in onda la quinta stagione – tutta, tranne le ultime quattro puntate. La serie torna in onda a notte fonda, mentre in occasione del lancio dell’ultima stagione, tra il 2004 e il 2005, Mediaset decide generosamente di mandare in replica tutte le annate precedenti – tutte, tranne la sesta. Ma saprà farsi perdonare: con la ritrasmissione di tutti gli episodi, naturalmente nella tarda notte del 2007 che sconfina nel mattino del 2008[1].
Non si tratta solo della fatica d’inseguire una serie negli imprevedibili meandri dell’italica programmazione, sperando di non mancare episodi e di vederli pure nell’ordine corretto.


Un fotogramma da un episodio della sesta stagione di Buffy, con Spike (James Marsters), Tara MacClay (Amber Benson), Rupert Giles (Anthony Stewart Head), Buffy (Sarah Michelle Gellar), Xander (Nicholas Brendon) e Willow (Alyson Hannigan)

C’è una differenza culturale per cui per il palinsesto italiano il ‘telefilm’ è considerato un perfetto tappabuchi, ideale per colmare vuoti d’orario nel pomeriggio, ma di cui è necessario trasmettere blocchi di almeno due puntate per occupare uno slot di prima serata; c’è un’incapacità da parte dei responsabili dei canali di comprendere il tipo di prodotto che si trovano tra le mani, per cui, data l’ambientazione liceale e il nome, appunto, buffo, si scambia Buffy per uno show da ragazzini; c’è un adattamento dall’inglese all’italiano realizzato in maniera sciatta e approssimativa, qualche volta per necessità di censura, più spesso per banali errori di traduzione[2]. A cavallo del millennio, la serialità Usa è nel pieno di un rinnovamento che gli storici televisivi hanno definito, a seconda delle periodizzazioni, seconda o terza Golden Age[3], mentre in Italia va ancora a fortuna e, soprattutto, ad auditel: per un E.R. – Medici in prima linea salutato come rivoluzionario (del resto, ha il ‘marchio di qualità’ di Steven Spielberg) o un X-Files che diventa anche sui nostri lidi fenomeno abbastanza chiacchierato[4], ci sono una molteplicità di produzioni cruciali destinate a naufragare nei pomeriggi e nelle notti Rai e/o Mediaset (anche cose ipercelebri come Friends e super blasonate come West Wing).


Nel 2008, dal forum di Buffymaniac, nascerà Serialmente.com, il primo sito italiano a pubblicare recensioni di serie tv, episodio per episodio, riproponendo in Italia modelli già collaudati dalla critica statunitense, ufficiale e non


Also, I can kill you with my brain

Insomma, mentre negli Stati Uniti la principale lotta cui si sentono chiamati i fan è quella per il salvataggio del proprio oggetto d’amore, in Italia si combatte una battaglia molto più basilare: quella per avere accesso al prodotto, possibilmente in condizioni dignitose. Il fatto è che, proprio attorno a questa rivendicazione essenziale, si sviluppa un fermento che prepara al cambio di paradigma. Per tornare a Buffy: è ancora visitabile il fansite Buffymaniac[5] ed è sufficiente un’occhiata per accorgersi di come contenga un lavoro di analisi e approfondimento notevolissimo, con dettagliate guide agli episodi e una nutrita sezione dedicata agli errori di doppiaggio, curiosità e ipotesi interpretative (anche sull’intero ‘Whedonverse[6]’, in un periodo in cui parlare di autorialità televisiva, in Italia, era quasi fantascienza), oltre alle più tradizionali sezioni dedicate alle news e alle biografie degli attori. È una guida – anche molto pratica, con le segnalazioni delle messe in onda e dei cambiamenti di palinsesto – che, mentre aiuta lo spettatore a orientarsi, legittima il proprio oggetto di culto, ne sottolinea la dignità di analisi, attenzione, coinvolgimento. Nel 2008, dal forum di Buffymaniac, nascerà Serialmente.com, il primo sito italiano a pubblicare recensioni di serie tv, episodio per episodio, riproponendo in Italia modelli già collaudati dalla critica statunitense, ufficiale e non (dai recap[7] di Alan Sepinwall e The A.V. Club agli archivi di Television Without Pity e Tv Tropes) – in un momento in cui il giornalismo generalista si occupava raramente di serie tv, e perlopiù con pezzi di colore[8].


La locandina di Subs Heroes (2018) di Franco Dipietro, il documentario che racconta la community di sottotitolatori di Italian Subs, una delle più grandi e attive nel mondo

I fan che scrivono su Serialmente (e su siti nati successivamente, come Seriangolo o Serial Minds) traslano l’amore per un singolo show alla passione per il racconto seriale televisivo nella sua interezza, per il suo linguaggio specifico, i suoi modi narrativi, anche il suo corollario produttivo: attraverso l’analisi sviluppano competenze in anticipo anche sui tempi della critica ufficiale e accademica, riformulano in italiano un gergo specialistico, spesso utilizzano strumenti di commento nuovi e interattivi (come le immagini, le gif, i link), e non soffrono di alcuna sudditanza nei confronti di campi artistici contigui, come il cinema.
È lo stesso periodo (metà anni Zero) in cui nascono e si organizzano le comunità di fansubber[9], gruppi di fan che confezionano e diffondono in rete i sottotitoli in italiano delle puntate di una serie, subito dopo la messa in onda negli Usa: a una velocità impressionante, soprattutto perché si tratta di un lavoro volontario, non retribuito e condiviso gratuitamente con chiunque. Sulla qualità delle trasposizioni ci sono opinioni discordanti, ma quasi sempre è di gran lunga superiore alla versione ufficiale televisiva, anche solo perché i traduttori sono fan che conoscono (e amano) il prodotto che stanno adattando, a differenza dello studio di doppiaggio professionale che si occupa di decine di serie alla volta, e con tempi strettissimi. Grazie ai fansubber, tra l’altro, scoppia un piccolo ma rilevante caso attorno alla prima stagione di The Big Bang Theory: quando arriva in Italia, la sitcom ha già un nutrito fandom online che si accorge con orrore che l’adattamento tv ha snaturato del tutto lo show[10], eliminando i riferimenti nerd su cui si fonda. Le proteste convincono Mediaset a correggere il tiro, cambiando la squadra di adattatori e doppiatori dopo una decina di episodi: vittoria!


Una delle iconiche inquadrature della serie Lost

No power in the ’verse can stop us

Non si può far finta di nulla: c’è un’altra cosa che succede in questo periodo, e si chiama Lost. Si possono – legittimamente – detestare le mystery box accatastate e mai aperte di J.J. Abrams o le derive misticheggianti di Damon Lindelof, ma bisogna ammettere che Lost (2004-2010) è stato uno straordinario fenomeno di serendipità. Instillando negli spettatori una frenesia per la raccolta d’indizi e la risoluzione dei misteri che, prima di allora, era accaduta solo a Twin Peaks, nell’esatto momento storico in cui il web 2.0 (partecipativo, orizzontale, comunitario, globale) stava piovendo nelle mani di tutti, ovunque, e diventando la normalità. Lost è stata letteralmente una caccia al tesoro collettiva, svolta una settimana dopo l’altra, tra una puntata e la successiva, da un fandom che, almeno all’inizio, continuava a raccogliere adepti. In Italia ha portato al boom del download illegale, ha convinto una grande quantità di inesperti tecnologici a imparare a usare i torrent e i programmi di file sharing, a scaricare i sottotitoli creati a tempo di record dai fansubber e a frequentare forum e siti di fan, anche in lingua inglese, per non perdere il proprio pezzetto d’esperienza comunitaria. Ha abituato, quasi per caso, a una fruizione più consapevole: quando esce la prossima puntata? Ah, ma quindi Desmond ha un accento scozzese? E Hurley non dice mica “coso”, ma “dude”! E questo maledetto sciopero degli sceneggiatori si decide a finire?


Lost ha preso abitudini da sottocultura e le ha iniettate nel mainstream, trasformando il modo di guardare le serie (‘in contemporanea’ con gli Usa, in lingua originale, discutendone con altri spettatori), ma anche il modo in cui sono guardate


Lost ha preso abitudini da sottocultura – quelle dei fandom, che per definizione sono nicchie – e le ha iniettate nel mainstream, trasformando così il modo di guardare le serie (il più possibile ‘in contemporanea’ con gli Usa, in lingua originale, discutendone con altri spettatori, soprattutto online), ma anche il modo in cui sono guardate, percepite. Quasi per caso, le ha legittimate. Non più intrattenimento vuoto da elettrodomestico acceso in sottofondo, non più tv cattiva maestra che brucia il cervello, bensì un insieme di prodotti culturali, concepiti in un preciso contesto produttivo, in grado di parlare al mondo, del mondo, con un linguaggio proprio. Di più: per molti spettatori ‘comuni’, le serie tv sono diventate quel che per i fan sono sempre state, cioè modi di definirsi, e di riconoscersi (incoraggiati in questo anche dall’utilizzo massiccio dei social network, che ci invitano costantemente a elencare serie-film-libri-musica-qualsiasi cosa preferiti). Per anni, dopo il finale di Lost, in molti hanno cercato disperatamente il suo erede, senza accorgersi che c’era già, e che era dappertutto, negli occhi nuovi e aperti con cui tutti avevano cominciato a guardare il piccolo schermo.



Questo brano è un tratto dal saggio Big Damn Heroes contenuto in Nerdopoli (effequ)
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[1] www.tvblog.it/post/9548/buffy-telefilm-dei-record-trasmesso-a-tutte-le-ore

[2] Ce n’è una marea. Io sono particolarmente affezionata a “the master rose” che diventa “il maestro rosa”.

[3] Ma è probabilmente molto più efficace, a distanza di qualche anno, la definizione di ‘tv complessa’ teorizzata da Jason Mittell, che parte dalla soapoperizzazione del poliziesco tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta per arrivare alla stratificazione narrativa e alla poliedricità di stili, estetiche e dispositivi di storytelling cui oggi siamo abituati, nel frattempo trasformando profondamente sia il medium sia la fruizione spettatoriale [J. Mittell, Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling nelle serie tv, minimum fax, Roma 2017].

[4] Naturalmente nel 1990 c’era stato Twin Peaks, ma è un caso talmente sui generis, per svariate ragioni, che ci permettiamo di considerarlo, in questo contesto, un’eccezione.

[5] www.buffymaniac.it

[6] Il termine, coniato proprio dai fan, riunisce tutte le creazioni firmate da Joss Whedon, dalle serie tv ai film alle webserie, etc. Da notare che l’autore americano si circonda spesso di alcuni attori ricorrenti, il che, assieme al suo stile riconoscibilissimo di scrittura, acuisce il senso di un universo narrativo condiviso.

[7] La forma di commento che ibrida il riassunto dell’episodio all’analisi e all’interpretazione dei suoi punti salienti.

[8] Un interessantissimo confronto tra il trattamento della serialità televisiva sulla stampa quotidianista e sui primi siti di recensioni televisive online è stato oggetto della tesi di dottorato di Chiara Checcaglini [C. Checcaglini, Opinioni non richieste. Il culto ragionato delle serie televisive in Italia tra quotidiani e critica online,  università degli studi di Urbino Carlo Bo], consultabile sul sito ora.uniurb.it.

[9] Un modo divertente di ricapitolare la storia del fansubbing in Italia è recuperare il documentario autoprodotto Subs Heroes, di Franco Dipietro (Italia, 2018): sicuramente autocelebrativo – è realizzato dalla principale community di fansubber italiana, Italian Subs Addicted – ma ricco di spunti interessanti, e davvero efficace nel tracciare una cronistoria di questa particolare attività di fandom.

[10] antoniogenna.com/2008/07/16/scrivo-anchio-errori-e-orrori-the-big-bang-theory-e-il-doppiaggio-italiano/