Giocare l’impossibile

Altalenante è un termine che utilizziamo per definire ciò che sfugge ogni definizione: troppo mobile per essere catturato da una sola alternativa, ciò che bascula si immerge in dimensioni contrastanti, cedendo ora all’una ora all’altra il privilegio di identificarlo. Il suo punto di equilibrio provvisorio si situa in una zona di confine, al margine tra ciò che appartiene senz’altro a una delle due opzioni tra cui continua, imperterrito, a ondeggiare. Ciò che appare così riprovevole in questa fastidiosa impossibilità definitoria è anche ciò che consente all’altalenare di farsi gioco innocente, senz’altro scopo che la pura gioia di un movimento mai esausto di sé.


Il 28 luglio 2019, per poco più di mezz’ora, i bambini e gli adulti ritrovatisi nei pressi dell’installazione hanno potuto condividere lo spazio del gioco


Sarà forse per questa ricca costellazione semantica che un’opera come Teeter-Totter Wall di Ronald Rael e Virginia San Fratello, con la collaborazione del Colectivo Chopeke, cattura in maniera quasi ipnotica l’attenzione di chi la osserva. Tre altalene basculanti, dipinte di rosa acceso per ricordare le donne di Juárez vittime di femminicidio, collocate in una posizione impossibile, a cavallo del muro eretto a separare il confine statunitense da quello messicano. Il 28 luglio 2019, per poco più di mezz’ora, i bambini e gli adulti ritrovatisi nei pressi dell’installazione hanno potuto condividere lo spazio del gioco, sublimando una distanza invalicabile nel reale.



Negli ultimi trent’anni, infatti, quella che avrebbe potuto essere una semplice delimitazione politica è andata via via concretizzandosi nella costruzione di una serie di elementi di impedimento al passaggio da un territorio all’altro. Argini fisici – di cui l’alta palizzata “attaccata” dalle tre altalene di Rael e San Fratello è emblematica – che vanno a sommarsi a quelli geografici e che vengono supportati da sistemi di controllo digitali e umani. Tutti sistemi che concorrono alla trasformazione del confine da varco a blocco, da passaggio a frattura, nell’intento di realizzare una sedicente difesa del territorio statunitense dall’immigrazione messicana.

Nonostante l’effetto deterrente di queste costruzioni sia quanto meno discutibile, la sua progressiva implementazione non ha cessato di essere variamente sostenuta dalle diverse amministrazioni presidenziali, fino al parossismo di Trump che nel 2016 fece della costruzione di un nuovo tratto di muro il fulcro della sua campagna elettorale. Come una catastrofica scossa tellurica, la frattura fisica si è fatta umana, non solo acutizzando una mera differenza di cittadinanza, bensì insinuandosi nella più intima delle realtà comunitarie e provando a frantumarla: numerose famiglie nell’atto di oltrepassare il confine sono state costrette a una separazione ingiustificata e intollerabile. La tutela del confine si è tradotta così in una sistematica violazione dei diritti umani, in particolare dei minori, ma anche di tutti coloro che sono stati illegalmente respinti o detenuti, come già nel 2018 denunciava Amnesty International.



In questa tragica frammentazione del tessuto umano, la trasformazione del muro in altalene temporanee realizza una sorta di rivoluzione, quella che lo stesso Rael descrive in un’intervista al MoMA come un possibile significato del design: elaborare soluzioni disegnandole, rilanciando un discorso che possa essere utile ad affrontare le questioni più problematiche. Alla base di questo lavoro, afferma San Fratello, si trova la volontà di depotenziare la solidità del muro, restituendo consapevolezza della sua precedente inesistenza. Le altalene rispondono colpo sul colpo all’implementazione di una determinata idea di sicurezza tramite separazione rilanciando l’alternativa di una spontanea aggregazione e della possibilità di risemantizzare, in futuro, ciò che ora agisce come ineludibile.


Le altalene, mosse dal gioco, reclamano con forza il diritto a oltrepassare il manicheismo del dibattito intorno al muro per immergersi nella sua realtà e trasformarla


Il Teeter-Totter Wall, che ha vito il Beazly Design of the Year 2020, ci pone di fronte alla messa in pratica di un atto politico-filosofico, in cui lo spazio e il tempo vengono simbolicamente, eppure concretamente, trafitti dal possibile. Le altalene, mosse dal gioco, reclamano con forza il diritto a oltrepassare il manicheismo del dibattito intorno al muro per immergersi nella sua realtà e trasformarla, letteralmente, nel fulcro di un movimento comune, a partire dal quale si possa ridisegnare la cancellazione delle delimitazioni e la tutela dell’umana dignità nelle sue più potenti manifestazioni. Come quella di praticare gioiosamente l’impossibile facendolo reale.